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Storie dell'editoria

Il libro sotto casa

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Luglio-Agosto 2014

di Serena Baccarin

Con la crisi economica, il potere d’acquisto delle famiglie si è ridimensionato, producendo pesanti ricadute sulle attività commerciali. E mentre i consumi proseguono nella loro contrazione, un segnale forte arriva dal settore alimentare, la cui flessione testimonia come la propensione al consumo degli italiani si sia arrestata anche per i beni di prima necessità. In un quadro così preoccupante, a farne le spese è, in rapporto, soprattutto la Gdo, che per affitti, personale e monte merci, deve far fronte a costi di gestione più onerosi (Maurizio Ricci, La spesa 24 ore su 24, «La Repubblica», 5 maggio 2014). Accade così che le catene di ipermercati si trovino costrette a chiudere alcuni punti vendita e che dalle loro ceneri nascano piccole botteghe specializzate. Si tratta di negozi che abbattono i costi aprendo in spazi minimi, offrono una selezione ristretta di prodotti, come pane, frutta e verdura fresca, ma hanno orari estesi da supermercato. I consumatori, che hanno ormai abbandonato il concetto di «spesa per la settimana», li preferiscono, perché li trovano sotto casa, puntano al servizio, al rapporto umano e al prezzo più basso. È un vero e proprio tuffo negli anni ’50. Dal pane al libro, le analogie non mancano. Con le catene librarie in sofferenza, tra qualche chiusura e contratti di solidarietà in rinnovo, le piccole librerie, soprattutto di quartiere, sembrano ritrovare un po’ di respiro. Improntate a un modello di libreria che mette al centro il servizio al cliente, le indipendenti sostengono in proporzione spese più contenute, lo stipendio da pagare spesso è uno solo – quello del libraio –, in alcuni casi intrattengono rapporti commerciali diretti con gli editori, e sopperiscono al minor numero di referenze del catalogo con un attento lavoro di proposta.

Il valore della cultura

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Luglio-Agosto 2014

di Lorenza Biava

La Federazione degli editori europei (Fep), che raccoglie ventotto associazioni nazionali dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo, tra cui l’Aie, ha recentemente eletto il suo nuovo presidente, Pierre Dutilleul, direttore delle relazioni esterne di Editis, il secondo più grande gruppo editoriale francese. Con lui abbiamo parlato dell’Europa del libro, delle priorità per la Fep e delle azioni concrete che potrà promuovere l’Italia durante il periodo di presidenza della commissione europea.

Insieme per contare di più

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Luglio-Agosto 2014

di Marco Polillo

È difficile nascondere la frustrazione di un lavoro associativo stretto in una tenaglia tra difficoltà economiche e instabilità politica. Il crollo delle vendite, come si ricorderà, è iniziato nel settembre 2011. Era al governo Silvio Berlusconi, con Giancarlo Galan ministro dei Beni culturali – nominato dopo un lungo vuoto di potere causato dal «ritiro» di Sandro Bondi –, e Mariastella Gelmini al Ministero dell’istruzione. Poi abbiamo avuto Mario Monti, con Lorenzo Ornaghi e Alessandro Profumo. Poi Enrico Letta, con Massimo Bray e Maria Chiara Carrozza. Ora Matteo Renzi, con Dario Franceschini e Stefania Giannini. Quattro governi in tre anni di crisi del settore. Come si lavora in queste condizioni? Un po’ di cronaca dell’ultimo anno ci aiuterà a capire. Quando nel giugno 2013 abbiamo tenuto la nostra annuale assemblea si era appena insediato il governo Letta e il presidente del consiglio aveva annunciato, nel discorso programmatico alle Camere, di voler investire su cultura e istruzione. A giugno, alla ricerca di fondi per coprire le agevolazioni alle industrie edili e del bianco, il governo non aveva trovato invece di meglio che rivedere le aliquote Iva sui prodotti allegati o «funzionalmente connessi» a libri e giornali. Pensavamo che fosse arrivato il tempo per affrontare la crisi con misure strutturali e invece siamo stati costretti a tornare sulla difensiva.

Islanda, isola di cultura

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Luglio-Agosto 2014

di Elena Refraschini

L’Islanda è un Paese che non smette di affascinare. Sono ormai innumerevoli i libri o gli incontri a essa dedicati: un fascino che deriva anche dalla peculiarità dei suoi paesaggi e della sua storia. Forse non tutti sanno, però, che l’Islanda è anche il paradiso della lettura: secondo indagini condotte dall’Università di Bifröst nel 2013, più del 50% della popolazione legge almeno 8 libri l’anno, e più del 93% ne legge almeno uno. L’islandese è la lingua scandinava più conservatrice in fatto di vocabolario, ortografia e grammatica, e grazie a questa scarsa evoluzione nel tempo anche i bambini di oggi riescono a leggere senza difficoltà le leggendarie saghe antiche. Pare anche che esistano diverse panchine pubbliche corredate da un Qr code che può essere «fotografato» con il cellulare per leggere un racconto mentre si aspetta il bus. Anche per gli amanti della letteratura, insomma, l’Islanda è una destinazione molto interessante. Per saperne di più, abbiamo rivolto qualche domanda a Silvia Cosimini (www.silviacosimini.com), una delle maggiori traduttrici italiane dall’islandese (sue sono le traduzioni, per esempio, dei romanzi di Jón Kalman Stefánsson, usciti presso Iperborea, tra cui l’ultimo, intitolato Il cuore dell’uomo).

L'evoluzione della Cina del libro

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Giugno 2014

di Elena Refraschini

Si conclude con la Cina il nostro viaggio alla scoperta delle editorie dei Paesi emergenti cominciata lo scorso dicembre con l’editoria del mondo arabo per poi passare a indagare i mercati di Turchia, Russia, Brasile, India e Sudafrica. Il mercato editoriale cinese ha subito enormi cambiamenti negli ultimi vent’anni. Se, infatti, negli anni ’80 e ’90 l’industria era completamente controllata dallo stato, di recente sono state allargate le maglie dei controlli sulle iniziative private anche in questo settore: sappiamo quindi che esistono 580 case editrici statali, ma non abbiamo numeri ufficiali per quanto riguarda il lato privato del business, che dimostra peraltro una professionalità e una consapevolezza delle regole del mercato di altissimo livello (come dimostra il fatto che spesso accade che un grande editore statale decida di comprare un indipendente di qualità, come nel caso di Boji Tianjuan, entrato a far parte del China South Publishing). Circa il 40% delle imprese editoriali ha sede a Pechino, il 7% a Shanghai e il resto nei vari centri provinciali (molti editori specializzati hanno sede nei capoluoghi di regione, mentre quelli generalisti lavorano dalla capitale). Sempre maggiori opportunità si aprono, inoltre, nel campo della cooperazione internazionale, non più solo nella co-produzione di alcuni titoli, ma anche nella possibilità di joint venture (come nel caso di JV Hachette e Phoenix).

La letteratura in mostra

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Giugno 2014

di Elena Vergine

Spesso a metà strada tra il parco divertimenti e la casa museo, gli esempi più noti di musei interattivi a tema letterario fanno riferimento all’universo infantile rivelandosi particolarmente efficaci su di un pubblico che, per età anagrafica, si dimostra molto ricettivo all’apprendimento tramite gioco. Evoluzione del concetto di «museo all’aperto» – i cui primi esempi furono istituiti in Scandinavia verso la fine del XIX secolo –, i musei interattivi dedicati a personaggi del mondo della letteratura sono un’occasione per presentare in maniera differente l’universo che ruota attorno ai libri. L’obiettivo dei musei interattivi è coinvolgere il visitatore in prima persona, rendendolo parte attiva del processo di scoperta e apprendimento dei contenuti esposti. Questo meccanismo si innesca a partire dalla costruzione di percorsi di senso che sovvertono il concetto classico di museo come luogo dove si può «guardare ma non toccare» e che si snodano attraverso la materializzazione di ambienti e suggestioni, l’organizzazione di attività, il dialogo e la narrazione. Sebbene, come dicevamo, quello infantile sia il pubblico d’elezione dei musei interattivi, sarebbe un errore pensare che il concetto di interattività non si possa applicare anche all’universo adulto: la tendenza a tradurre così le proprie storie non conosce limitazioni di pubblico o di soggetto sia che si tratti di arte sia che si narri la storia di un brand commerciale, si pensi per esempio a Van Gogh Alive, l’esposizione ospitata dalla Fabbrica del Vapore di Milano (6 dicembre 2013 – 16 marzo 2014) dove i quadri del grande artista prendevano vita in una sinfonia di luci, colori e suoni, oppure ad Heineken Experience, la mostra interattiva permanente all’interno della distilleria storica della birra Heineken ad Amsterdam (riservata ai maggiori di 18 anni) che ripercorre la storia del marchio coinvolgendo tutti e cinque i sensi dei visitatori.

Quando l'indie è più forte

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Giugno 2014

di Edward Nawotka

Le librerie indipendenti in America se la stanno cavando decisamente bene. Molti degli addetti ai lavori sostengono che il 2013 sia stato il loro anno migliore e pare che il 2014 prometta un ulteriore miglioramento. All’inizio di quest’anno alla convention annuale delle librerie indipendenti organizzata dall’Aba, i librai provenienti da tutta Europa hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con i loro colleghi americani per capire in che modo siano riusciti ad accrescere il loro fatturato in un momento in cui il mercato del libro fisico è in declino. Che cosa hanno imparato? Proviamo ad andare per punti.

Di calcio e di libri

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2014

di Fabio Ferrero

Quello formato da calcio e letteratura è sempre stato un binomio difficile. Molti giornalisti, scrittori e persino poeti, in tutto il mondo, ne hanno raccontato eventi, numeri e personaggi ma, per qualche motivo, una parte consistente del mondo creativo ha sempre guardato con una certa diffidenza al calcio, e forse allo sport in generale. In Italia, il più grande scrittore di calcio è stato probabilmente Gianni Brera che, con uno stile narrativo unico, acuto e tagliente, ha rivoluzionato completamente il modo di raccontare lo sport, coniando tra l’altro neologismi entrati oggi nel comune linguaggio calcistico. Grazie ad una eccezionale e potente vena produttiva, agli articoli giornalistici Brera seppe unire numerosi libri di assoluto valore come Il mestiere del calciatore (Booktime, 2008; prima edizione Mondadori 1972), o I campioni vi insegnano il calcio (Booktime, 2012; prima edizione Longanesi, 1965), in cui al semplice racconto dell’evento sportivo si affiancava, forse per la prima volta, l’approfondimento storico e il piacere della creazione linguistica. Ma anche in anni più recenti, numerosi sono i giornalisti italiani che hanno saputo parlare ad appassionati e non: da Darwin Pastorin con Tempi supplementari (Feltrinelli, 2002), L’ultima parata di Moacyr Barbosa (Mondadori, 2005) e il più recente La mia Juve (Priuli e Verlucca, 2012) a Gianni Minà, che proprio insieme a Pastorin scrisse l’intenso Storie e miti dei mondiali (Franco Cosimo Panini, 1998), passando per Cesare Fiume, inviato speciale del «Corriere della Sera» e autore di Storie esemplari di piccoli eroi (Dalai Editore, 2011) e Giorgio Tosatti, grande firma del giornalismo sportivo con Tu chiamale se vuoi emozioni (Mondadori, 2005) e Se questo è sport (Mondadori, 2008).

Di Salone in Fiera

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2014

di Edward Nawotka

Nel momento in cui scrivo questo editoriale si è appena conclusa la Fiera di Londra che, per quanto mi riguarda, resta un appuntamento unico nel panorama fieristico internazionale. Perché proprio Londra? Londra è una capitale multietnica dove nel giro di un singolo isolato si possono sentire parlare non meno di una dozzina di lingue diverse, per non parlare dei diversi accenti inglesi. A Londra persino le etichette nei negozi hanno iniziato a parlare almeno tra lingue diverse: sterline, euro e rubli. Come amante dei libri trovo affascinante questa ricchezza che si riverbera anche nella cultura delle librerie londinesi: non è raro che in un singolo quartiere trovino spazio una Foyles, una Waterston, una libreria indipendente e una libreria di antiquariato. A Chelsea, dove abitualmente alloggio durante la fiera, mi sono imbattuto in una libreria Daunt dove sono stato sorpreso di trovare in vetrina tre volumi di Karl Ove Knausgård del ciclo Min Kamp [in Italia tradotto da Ponte alle Grazie con il titolo La mia lotta], cui facevano compagnia, sul tavolo all’ingresso, una selezione dei volumi della Pushkin Press, uno degli editori più attenti al design e alla resa grafica dei propri volumi che ci siano sul mercato: si tratta di una selezione che non mi sarei mai aspetto di trovare in quella che di fatto è una libreria di catena.

Esplosione Cambriana 2.0

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2014

di Michael Bhaskar

Circa 520 milioni di anni fa un evento rivoluzionò il mondo. Fino a quel punto le forme di vita erano state semplici e relativamente limitate, così come la biodiversità. All’improvviso, in un breve arco temporale, ci fu una rivoluzione nella vita stessa: la maggior parte delle specie di animali che oggi diamo per scontate trovarono una forma e l’evoluzione accelerò trasformando il mondo così come era sempre stato. Secondo l’«Economist» si sta verificando qualcosa di molto simile oggi, con le aziende al posto delle forme di vita. Ecco a voi «l’esplosione cambriana 2.0». Le start-up editoriali oggi stanno crescendo e trasformando il settore. Le radici di questo cambiamento risalgono al boom delle dotcom, quando si è fatta avantiuna nuova onda di imprenditori, programmatori, hacker e blogger. In quello stesso periodo un servizio come Napster stava facendo capire quanto tutto fosse vulnerabile. Creato dall’allora diciottenne Shawn Fanning, il meccanismo peer-to-peer di Napster da solo sovvertì l’intera industria multimiliardaria della musica. Nel corso della fine degli anni Novanta le start-up del Web che si erano diffuse nella Bay Area (e altrove) stavano scrivendo la storia. Poi ci fu il crollo delle dotcom. Oggi, con il senno di poi, possiamo vedere quel crollo per quello che era: un contrattempo. Il boom è tornato ed è guidato dalla tecnologia. Quando una start-up (Whatsapp) può essere comprata da un’altra (Facebook) per 19 miliardi di dollari, quella start-up ha meno di cento impiegati e una vita di quattro anni, è il caso di prenderne nota. La verità è che siamo di fronte all’apoteosi del boom delle dotcom che, in realtà, non sono mai scomparse.

In Sudafrica preferiscono la carta

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2014

di Elena Refraschini

Nel nostro ciclo dedicato alle editorie emergenti è venuto il momento del Sudafrica, un Paese di cui non si sa molto anche se gli ultimi dati presentati dalla Frankfurt Book Fair (che è partner nell’organizzazione annuale della Fiera di Cape Town) ci aiutano nell’inquadrare meglio la situazione del Paese: il Sudafrica possiede un’industria ben sviluppata e solida dal punto di vista finanziario, con un buon sistema di trasporti e telecomunicazioni. Secondo la Costituzione post-Apartheid del 1996, sono undici le lingue ufficiali, il che fa immaginare un mercato editoriale vivace. Dal 2009 al 2013 l’uso di Internet nel Paese è più che raddoppiato, e indagini Cisco prevedono che il traffico quadruplicherà entro il 2017 (di contro, la lettura di giornali cartacei cala del 5% ogni anno). Ci sono 45 milioni di utenti di telefoni cellulari, 13 milioni di bambini in età scolare, 650.000 studenti. Nonostante queste buone premesse, i dati che ci interessano più da vicino sono allarmanti: l’analfabetismo è al 13,6%, i lettori regolari sono circa 500.000 (l’1% della popolazione) mentre il 51% della popolazione non possiede nemmeno un libro in casa. Nel 2008 il volume d’affari generato dall’editoria era stato di 370 milioni di euro (pari allo 0,15% del Pil), sceso però a 143 nel 2009 e 167 nel 2010. Per quanto riguarda le vendite dei libri trade, il 70% avviene in librerie di catena nazionali, il 9% nelle librerie indipendenti, il 5% tramite bookclub e il 3% nella Gdo. I libri scolastici vengono venduti soltanto da librerie indipendenti o da centri di distribuzione pubblici. E se per quanto riguarda la produzione generale abbiamo un 33% di produzione locale e un 67% di importazioni (soprattutto da Uk e Usa), le cifre sono solo leggermente diverse per quanto riguarda i libri trade: soltanto il 36,7% è prodotto localmente (per un 39,5% di fiction per adulti e un 60% di non fiction), mentre il 62,9% è importato.

La sfida del mercato

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2014

di Giovanni Peresson

Anche nel 2013 il settore ha fatto registrare molti segni meno. Nelle vendite,  nel numero di titoli pubblicati, nelle copie vendute, nei prezzi di copertina e in quello medio del venduto. Segni meno nel numero di lettori, che indicano poi le dimensione del «mercato potenziale» per editori e librerie. Segni meno anche nelle disponibilità economiche di chi i libri li compra e li legge. Andamenti non diversi da quelli delle altre maggiori editorie continentali se non per una maggiore fragilità del nostro ecosistema editoriale, di Paese e di governo. Un 2013 con spostamenti verso l’e-commerce per il libro fisico e quello digitale, anche se meno di quanto ci si attendeva. Così che «i problemi che il nostro settore dovrà affrontare in questo 2014 – esordisce in questa intervista Marco Polillo, presidente dell’Associazione italiana editori – non saranno molto diversi da quelli che si sono presentati lo scorso anno o nel 2012. Certo, aggravati dal fatto che questo è il terzo anno in cui ci troveremo di fronte a un calo delle copie vendute, dei fatturati, del numero di librerie, della possibilità di spesa di individui e famiglie. E aggiungiamoci anche le difficoltà di accedere al credito per le imprese soprattutto per quelle più piccole».

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