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Attenzione, controllare i dati.

Indagini

Lettura e acquisto

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Giugno 2012

di Emilio Sarno

I dati presentati dal Centro per il libro e la lettura (e rilevati da Nielsen, su 3 mila famiglie al mese ruotate all’interno di un panel di 9 mila) confermano i dati sulla lettura presenti nel numero di gennaio del «Giornale della libreria» (pp. 18-19). Ha letto, secondo Istat, «almeno un libro» (non scolastico nei 12 mesi precedenti) il 45,3% della popolazione (con più di 6 anni di età); il 49% secondo Nielsen (ma su un universo di popolazione con più di 14 anni). Un dato – messo in evidenza da pressoché tutte le indagini sulla lettura condotte in questi anni – è che nella fascia 6-11 gli indici di lettura sono più alti dovrebbe spostare quel 49% a valori superiori al 50%. Invece, calano! Su base annua avevamo a partire dai dati Istat un -2,7%. Su base trimestrale, questi di Nielsen, nel confronto terzo trimestre/quarto trimestre 2011 portano a un -11,3%. Se quest’ultimo confronto lo estendiamo dal primo al quarto trimestre il calo si attesta a un -5,4%. 720.000 lettori in meno (>6 anni) da una parte); - 900.000 dall’altra.

Il lettore. Ma dove è finito?

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Dicembre 2007

di Emilio Sarno

Cosa sta succedendo nella lettura? Dopo un periodo relativamente lungo che aveva preso l'avvio nel 2001, la diffusione della lettura tra gli italiani sembrerebbe essere entrata in una nuova fase.

Nomadismo urbano e lettura

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Dicembre 2007

di Emilio Sarno

Si conoscono i macrofenomeni legati al consumo culturale e alle infrastrutture per la lettura che si ahnno nei grandi centri urbani. Assai meno si conosce quello che avviene in provincia...

New ways to read

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Giugno 2012

di Emilio Sarno

Sulla lettura abbiamo letto di tutto. Eppure continua a mancarci qualcosa. È come se il fenomeno ci sfuggisse nelle sue dimensioni, negli sviluppi che sta assumendo e nelle implicazioni editoriali che presuppone. Non tanto per le sue variabili sociali e politiche (si vedano la recente Costituente per la cultura lanciata dal «Sole 24 ore», domenica 19 febbraio), ma soprattutto per le dimensioni che si vanno a intrecciare con la riprogettazione stessa dei prodotti e dei contenuti editoriali di cui la carta (e la lettura a partire dalla pagina e dal libro comprato in libreria) iniziano a costituire una (ma solo una) delle forme di accesso ai contenuti. Un’indicazione stimolante in questa direzione ci proviene da una recente indagine realizzata da Pew Research Center (The rise of e-reading) che prende in esame la lettura negli Stati Uniti – e quindi nel mercato che (con le dovute cautele) sembra anticipare fenomeni che poi si vanno diffondendo e declinando in altri Paesi/mercati – da più punti di vista convergenti. In quest’ottica poco importano (o solo relativamente) le metodologie di campionamento e di conduzione d’indagine. Piuttosto diventa centrale l’approccio a cui si guarda al fenomeno. Anzi. È la stessa diffusione accanto al libro di device dedicati che obbligano a esaminare in modo nuovo la lettura (di libri).

Reading the future

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Giugno 2012

di Lorenza Biava

Che rapporto hanno gli inglesi con i libri? Una domanda di questo tipo, nel Paese dove la diffusione di e-reader e tablet è tra le più alte d’Europa, non può che avere, accanto alla declinazione tradizionale, anche un risvolto digitale. L’ultima ricerca on line realizzata nell’agosto 2011 da «The Bookseller» su un campione di oltre 4.000 lettori inglesi dimostra infatti che i lettori forti dei libri di carta sono diventati anche forti lettori digitali: l’11% dei lettori forti (il termine indica coloro che acquistano e leggono 11 o più libri in sei mesi) ha infatti dichiarato di aver scaricato più di 11 e-book nei sei mesi precedenti a fronte di un 3% dei lettori medi (6-10 libri) e di un 2% dei lettori leggeri (meno di 6 libri). Se i dati divulgati durante l’ultimo World Book Day, la più grande iniziativa di promozione della lettura a livello globale, hanno rivelato che la lettura nel Regno Unito cresce, tanto resta ancora da fare in uno scenario dove luci e ombre si compenetrano. L’ultimo rapporto curato dal Bis – Department for business innovation & skills, Skills for life survey: headline findings, che si occupa di rilevare il tasso di alfabetizzazione letteraria e aritmetica (le cosiddette literacy e numeracy), rileva infatti che il 15% dei 7.200 adulti intervistati non avrebbe un livello di literacy e numeracy adeguato alla propria età ma anzi avrebbe la capacità di lettura di un bambino di 11 anni. Ad esempio, 2 inglesi su 10 avrebbero difficoltà a scrivere un’e-mail ad un collega con un’ortografia corretta. Una rilevazione, questa che, se pure dice qualcosa dello stato della lettura oltre la Manica, può apparire molto lontana dal tipo di dato rilevato dalle altre indagini oggetto di queste pagine.

Sacreblue, on lit!

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Giugno 2012

di Gabriele Pepi

Nicolas Sarkozy ha da poche settimane lasciato il campo al socialista Francois Hollande e già Oltralpe ci si chiede cosa deciderà di fare il nuovo premier per i tanti problemi che affliggono l’editoria francese tra cui, non ultimo, la promozione della lettura. Tante le questioni calde, dall’Iva che Hollande vorrebbe riportare dal 7 al 5,5% alla nomina di una figura istituzionale che ricopra il ruolo di «mediatore per il libro», dalla creazione di un fondo di sostegno per le librerie a partire da un contributo sulle vendite on line fino allo sviluppo di un portale digitale comune per librerie e case editrici. Tra le priorità di Hollande anche l’attuazione di campagne di promozione della lettura tra i più giovani e l’aumento del budget a disposizione dei bibliotecari da destinare all’acquisizione di nuovi titoli per le collezioni pubbliche. Nel nostro Paese, al contrario di quanto avviene Oltralpe, stentiamo a credere che i problemi concreti dell’editoria, delle librerie e delle biblioteche possano essere voce di dibattito durante un’elezione politica. Ma quanto e cosa leggono i nostri cugini d’Oltralpe?

All'ombra della crisi

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2012

di Gabriele Pepi

Nonostante la fase più acuta della crisi dell’Eurozona sia passata (almeno a sentire le rassicurazioni dei vari premier europei), il 2012 continuerà a essere duro per la Spagna, sottoposta a una cura da cavallo dal primo ministro Mariano Rajoy. Il progetto di finanziaria 2012 varato a fine marzo dal governo prevede infatti un’ulteriore esplosione della disoccupazione (oggi al 24,3%) e un debito record per il Paese (al 79,8%) per la fine del 2012. Questo è il contesto economico con cui è obbligato a fare i conti anche il mercato editoriale spagnolo che nel 2010, secondo i dati diffusi dalla Federaciòn de Gremios de editores, non è stato immune dalla crisi diffusa che ha colpito tutte le principali editorie europee. Gli ultimi anni sono stati fecondi di cambiamenti anche per l’editoria spagnola: l’emergere e il diffondersi degli e-book (e la conseguente nascita di un nuovo modo di leggere), l’arrivo del self-publishing e di nuove piattaforme di distribuzione (Amazon ha aperto la versione in lingua spagnola del Kindle store ad aprile), la possibilità di realizzare piccole tirature con il print on demand e quella di pubblicare esclusivamente in forma elettronica.

Finestra sull'Est

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2012

di Lorenza Biava

Era il 1989 e la Romania si preparava a vivere quella sanguinosa rivoluzione che, consumatasi in pochi giorni, avrebbe portato all’esecuzione del dittatore Nicolae Ceausescu e al crollo del regime comunista nel Paese. Unica nazione aderente al blocco comunista dell’Europa orientale in cui il passaggio alla democrazia è avvenuto in maniera non pacifica (si tratta di una delle rivoluzioni più violente tra quelle dell’89 ma a detta di alcuni storici, anche quella che ha prodotto meno cambiamenti), la Romania sembra ancora gravata dal retaggio della storia più recente. La mancanza di un’industria forte nazionale, le misure di austerity per fronteggiare la crisi mondiale prese con troppo ritardo inibendo i consumi in un Paese in cui la corruzione è ancora troppo presente (almeno secondo l’ultimo rapporto di Transparecy International), sono le cause più prossime della difficile situazione economica attuale che fanno della Romania una delle economie più in recessione dell’Europa orientale. Se si prendono in considerazione gli stati dell’Europa centro-orientale – Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Slovacchia – la Romania, tra il 2003 e il 2008, risultava essere il Paese con la crescita media annua del Pil tra le più alte: il 6,8% (la Polonia, nello stesso periodo, metteva a segno un 5,4%, la Repubblica Ceca il 5,2% e l’Ungheria il 2,8%, solo la Slovacchia registrava una crescita media superiore del 7,4%). Eppure, dal 2009 in poi, l’economia rumena non è riuscita a riprendersi. Il Pil è sceso del 7,1% nel 2009 e di un ulteriore 1,2% nel 2010. Gli altri Paesi, che pur hanno risentito degli effetti della crisi, hanno iniziato a dare segni di ripresa già nel 2010 ma non la Romania che ha continuato a vedere scendere il proprio prodotto interno.

Romania ieri e oggi

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2012

di Laura Novati

Nel crogiuolo degli Stati balcanici nati dalla dissoluzione dei grandi imperi, asburgico e ottomano, e in base ai trattati di Versailles del primo dopoguerra, la Romania ha ospitato e ospita una molteplicità di minoranze etniche e linguistiche per cui la sua cultura, prima che nazionale, ha continuato ad essere cultura regionale, a seconda delle zone di appartenenza e di influenza e nonostante i tentativi di repressione forzata. Anche i rapporti con l’Italia, dopo la prima immigrazione italiana in Romania alla fine dell’Ottocento, si fecero più rilevanti durante il ventennio fascista e sono tornati ad essere importanti negli ultimi vent’anni, e in due sensi: di italiani stabilitisi in Romania come imprenditori e di rumeni entrati in Italia in cerca di lavoro. Non è un caso che la prima minoranza religiosa in Italia sia oggi la Chiesa ortodossa rumena, diventata autonoma dal patriarcato di Mosca nel 1925. A dimostrazione dei flussi e riflussi storici, secondo stime attuali, in Romania vivono oggi circa 20.000 italiani, soprattutto concentrati nel Banato (zona di Timisoara) e nella Transilvania, ma si trovano poi in quasi tutte le regioni della Romania, dove hanno creato piccole o medie imprese ed esercizi commerciali. Accanto agli italiani di recente immigrazione, vi è quindi la minoranza italiana storica (stimata sulle 9.000 persone) in particolare membri dell’Associazione degli italiani in Romania Roasit, la più grande e importante comunità italiana del Paese.

Spagna... me gusta leer

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2012

di Ilaria Barbisan

È uscita a gennaio di quest’anno l’ultima versione dell’inchiesta annuale sulle abitudini di lettura e di acquisto di libri in Spagna (Hábitos de lectura y compras de libros 2011). Con alcune modifiche rispetto agli anni precedenti – che riguardano ad esempio il calcolo della lettura digitale piuttosto che la distinzione tra lettura nel tempo libero e lettura per motivi scolastici o lavorativi – lo studio mira ad offrire una panoramica quanto più esaustiva possibile su tutti gli aspetti riguardanti la lettura degli spagnoli. Ma cosa emerge da quest’ultima edizione? Niente di nuovo rispetto agli anni precedenti. La lettura di libri continua a crescere, a piccoli punti percentuali, e si attesta nel 2011 al 61,4% (rispetto al 60,3% del 2010). Le donne leggono in misura maggiore rispetto agli uomini, registrando 7,4 punti percentuali in più e confermando un dato in comune a tutti gli altri Paesi europei per cui la lettura può essere definita «rosa», specialmente quella effettuata per puro piacere e non per motivi di studio o di lavoro. Sono i giovani (soprattutto gli studenti) a presentare gli indici di lettura più alti, ma la percentuale si abbassa progressivamente man mano che si va avanti con l’età fino ad arrivare al 36,7% tra le persone oltre i 65 anni. Per quanto riguarda invece il titolo di studio, la lettura è più diffusa tra gli universitari (85,3%) e cala con livelli di educazione più bassi, come dimostrano i 48,3 punti percentuali di differenza tra i lettori di libri che hanno una formazione primaria e coloro i quali hanno fatto gli studi universitari. Un’altra conferma di quanto emerso negli anni precendenti è la concentrazione della lettura nelle aree metropolitane dove ci sono più infrastrutture, più benessere, più offerta culturale.

Una questione editoriale

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2012

di Sandro Pacioli

La presenza e diffusione di quelle che per semplicità definiamo «nuove tecnologie» e costituiranno un indicatore importante con cui le case editrici e le industrie dei contenuti dovranno fare i conti. Quasi più dello stesso indice di lettura. Dal più semplice – il numero di persone che utilizzano Internet – a quelli più complessi che prendono in considerazione la presenza (la dotazione) di tecnologie digitali e informatiche nelle famiglie italiane, le situazioni in cui si accede al Web, si effettuano attività di e-Commerce (magari in mobilità), ci si collega a social network (per quanto tempo e per fare che cosa), si Twitta, ecc. Tutte queste attività obbligano a ridisegnare gli stessi prodotti editoriali. Ad esempio se guardiamo a come è cambiato – in un arco relativamente ristretto di anni (dal 2005 al 2011) – l’uso di Internet nella popolazione italiana vediamo chiaramente delineato lo scenario futuro con il quale le industrie dei contenuti dovranno confrontarsi. Se nel 2005 era il 31,8% che utilizzava Internet, sei anni dopo questo valore diventa il 51,5%. A questo aspetto «ottimistico» della questione corrisponde però il fatto che solo il 62% delle famiglie italiane dispone di un accesso Internet da casa. La Spagna è al 64%, la Francia al 76%, la Germania all’83%, il Regno Unito raggiunge l’85%. Per non parlare di Olanda (94%), Svezia (91%), Danimarca (90%). E non sembri un semplice discorso «tecnologico». Dietro ci sono competenze e abilità che si sono create, abitudini che aiutano a dare distanze e tempi di future (o presenti) evoluzioni. Anche nelle attività di e-commerce o di lettura di e-book.

Donne in classifica

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Aprile 2012

di Gaia Weiss

Come si collocano le donne nelle classifiche dei più venduti? Cosa è cambiato nei generi, nelle letterature di provenienza, nel numero di posizioni occupate? Detto che il raffronto lo possiamo fare solo su un arco di anni limitato (appena sei) perché solo dal 2005 IE (che ha proceduto all’estrazione del dato) dispone di un consolidato di classifiche, abbiamo preso in considerazione due annate, il 2005 e il 2011, e osservando i top 100 della narrativa italiana e straniera, abbiamo analizzato chi sono le fortunate ad essere ai primi posti di una classifica che comunque conta alcune migliaia di titoli. Prima di tutto, a distanza di cinque anni, sono pochi i nomi di autrici che si «ripetono»: Banana Yoshimoto; Isabel Allende; Sophie Kinsella; Fred Vargas; Simonetta Agnello Horby, unica italiana a bissare la classifica. Comunque sia, nei primi 100 erano il 23% nel 2005. Sei anni dopo sono il 26%. Le scrittrici italiane presenti nel 2005 sono 10, le straniere sono 13. Tre sono le scrittrici che figurano con due titoli: la prima è Isabel Allende che esce sempre da Feltrinelli, con Zorro. L’inizio della leggenda e con La foresta dei pigmei; Matilde Asensi, spagnola, autrice di romanzi storici ben documentati e nello stesso tempo sfrenatamente leggendari con L’ultimo Catone e con Jacobus; la terza è Tracy Chevalier con La ragazza con l’orecchino di perla, la vita di Vermeer vista con gli occhi della servetta-modella e con La Vergine azzurra (e prima dello straordinario successo di Strane creature).

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