Il 24 marzo, nella sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano, sono state proclamate le opere vincitrici della
quarta edizione del
Premio Inge Feltrinelli. Tra più di cento titoli candidati, nella categoria
Libri – Opere di fiction e non fiction ha trionfato:
Hanno ucciso habibi, di
Shrouq Aila, pubblicato da wetlands. Per la categoria
Libri Kids – Letteratura per l’infanzia e la prima adolescenza, che ha visto più di cinquanta candidature, il titolo vincitore è stato
Jeanne, di
Paolina Baruchello, illustrazioni di
Manuela Mapelli, pubblicato da Sinnos. Per la categoria
Inchieste, reportage e fotoreportage, l’inchiesta vincitrice è stata
Greenland’s painful legacy of forced Inuit contraception, di
Linda Koponen e Juliette Pavy, pubblicato da Neue Zürcher Zeitung. Per la categoria dedicata alle scuole secondarie,
Podcast d’inchiesta, il progetto vincitore è stato
Cutro, tre anni dopo. Voci dal mare, voci di terra, della classe IIIA del Liceo Classico D. Borrelli di Crotone. A questi primi premi si è aggiunta l’assegnazione di una
menzione speciale per la categoria
Libri – Opere di fiction e non fiction: la giuria popolare attraverso la piattaforma di voto sul sito del Premio ha attribuito la menzione a
Nati fuori binario. Infanzie e adolescenze transgender nell’Italia di oggi scritto da
Sabina Pignataro,pubblicato da Il Margine.
Promosso dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e dal Gruppo Feltrinelli, in collaborazione con BookCity, AIE e la Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, il Premio nasce nel solco dell’eredità culturale di Inge Schönthal Feltrinelli con un obiettivo preciso: sostenere e dare visibilità alle donne che raccontano il mondo per immaginare un futuro più giusto. Un riconoscimento internazionale che, anche in questa edizione, ha messo al centro temi come diritti, discriminazioni, migrazioni, violenza di genere, identità e crisi globali, con una partecipazione ampia e geograficamente diffusa e una forte presenza di editoria indipendente.
Ma questa edizione segna anche un passaggio ulteriore. Nell’ambito del tema «Scrivere per (r)esistere», il Premio si apre a una nuova collaborazione con PEN International – l’organizzazione internazionale che riunisce scrittori e scrittrici di tutto il mondo e si batte per la libertà di espressione – e introduce la menzione speciale PEN Inge Feltrinelli – Writing as Resistance Award, dedicata a chi utilizza la scrittura come strumento di impegno civile e difesa dei diritti umani.
Per capire che cosa cambia davvero – nel posizionamento del Premio e nella visione che lo sostiene – abbiamo parlato con Massimiliano Tarantino, direttore della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e direttore comunicazione e sostenibilità Gruppo Feltrinelli.
Un passo ulteriore: dal premio alle opere al riconoscimento della scrittura come pratica
La collaborazione con PEN International, spiega Tarantino, non è una deviazione ma un’evoluzione coerente. «Aggiunge un tassello al percorso che è iniziato quattro anni fa, quando abbiamo immaginato il Premio in onore di una grande donna di libertà, di una grande editrice, di una grande comunicatrice e di una grande, fervente innovatrice nelle forme con le quali il libro e la produzione culturale devono acquistare rilevanza nella società: Inge Feltrinelli».
Fin dall’inizio, il Premio ha lavorato per costruire relazioni e aprire spazi: con le scuole, con l’editoria nazionale, con autrici, giornaliste e fotoreporter internazionali. Un lavoro, quest’ultimo, che nasce anche da una constatazione precisa: «l’Italia molto spesso fa fatica ad accogliere il fotoreportage d’inchiesta e, nel mondo del libro, necessita di strumenti per valorizzare l’inchiesta anche in formato libro».
In questo senso, le prime edizioni hanno avuto un obiettivo chiaro: «portare agli onori delle cronache la qualità della scrittura femminile, la qualità dei reportage a cura delle autrici e mettere a disposizione del pubblico questa qualità in tutte le sue forme».
Con PEN International il Premio amplia scala e natura. «Facciamo un passo ulteriore: in questo caso senza il vincolo di genere, e soprattutto non conferendolo a un’opera, come è tradizionale per il Premio Inge Feltrinelli, ma all’attività dell’autore o dell’autrice».
Il punto, qui, è decisivo. «Crediamo di dover valorizzare il ruolo di chi scrive come intellettuale a tutto tondo».
E in questo passaggio PEN International diventa un interlocutore strategico: «è stato ed è oggi per noi il partner più prezioso».
Scrivere non solo con i libri, ma con la vita
Il cuore della nuova menzione sta proprio in questo slittamento: dalla scrittura come prodotto alla scrittura come pratica esistenziale. «È fondamentale che le scrittrici e gli scrittori, anche con il nostro aiuto e sostegno e con la nostra capacità di divulgazione all’interno del sistema culturale, si sentano nella disponibilità di potersi esprimere non solo attraverso la scrittura, i libri e le loro opere, ma con la loro vita, con il loro corpo, con le loro intuizioni, con i loro errori, con i loro rischi».
È qui che il tema «Scrivere per (r)esistere» trova una sua concretezza. Non è uno slogan, ma una posizione: «che attorno a questa libertà trovino la chiave per farci guadagnare anche la nostra libertà».
Il ruolo dei premi: dare spazio a chi la libertà non l’aspetta
In un contesto in cui anche in Europa tornano forme sempre più esplicite di pressione e censura, il ruolo di un premio come questo – nella visione di Tarantino – non è simbolico. La Fondazione Feltrinelli stessa, ricorda, è costruita su una memoria lunga: «un giacimento di milioni di carte e di libri che testimoniano l’impegno di scrittori, scrittrici e intellettuali, dal Cinquecento a oggi, contro ogni forma di dittatura e di censura».
Una memoria che racconta come la parola abbia sempre trovato forme di esistenza anche nei contesti più chiusi e totalitari: «nelle forme più disparate – clandestine, non riconosciute – ma rese indispensabili dalla forza delle autrici e degli autori». E che ha avuto un effetto concreto, aiutando «quei sistemi di oppressione a scardinarsi dall’interno e a diventare democrazie».
Da qui la responsabilità del presente. «Esistono scrittori e scrittrici nel mondo che fanno una fatica immensa ad arrivare al pubblico, e che hanno bisogno di editori e di sistemi culturali». Tarantino insiste su un punto chiave: «Feltrinelli non è solo un editore, è un sistema culturale, quindi un abilitatore, un ecosistema di relazioni tra autori e pubblico». Un sistema che deve avere il coraggio di sostenere anche le forme più radicali di espressione: «sovversive, anarchiche, le più libere», perché «grazie a queste forme nel corso dei secoli siamo diventati la società democratica che siamo».
E proprio oggi, nel momento in cui «rischiamo di regredire», la direzione è chiara: «dobbiamo dare spazio e fiducia a scrittrici e scrittori che non attendono la libertà di scrivere, ma se la prendono».
Il sistema Feltrinelli: contenuti, librerie, formazione, ricerca
Questa visione si traduce in una struttura precisa, che Tarantino definisce senza giri di parole: «il sistema Feltrinelli ha quattro arieti». Il primo è «la produzione di contenuti con le case editrici». Il secondo è «il sistema di prossimità con lettrici e lettori attraverso le librerie». Il terzo è «il mondo della formazione attraverso la Scuola Holden e Feltrinelli Education». Il quarto è «l’istituzione di ricerca nella Fondazione». Un sistema che non resta confinato all’Italia: «lo stiamo esportando anche in Spagna e proveremo a esportarlo in Sud America».
Ma soprattutto un sistema che deve funzionare come rete, facendo dialogare «queste quattro anime e tenendole in relazione, perché alimentino voci libere e innovazione». Innovazione che riguarda anche i linguaggi: «dai podcast alle rappresentazioni teatrali ai festival». Il punto, ancora una volta, è politico nel senso più ampio del termine: «come dice Carlo Feltrinelli, tutto ciò alimenta gli anticorpi al conformismo».
E qui torna il riferimento a Inge Feltrinelli, non come figura celebrativa ma come bussola operativa. «La sua guida ci spinge oltre, ad aver fiducia nel libro, negli autori, nelle autrici e nel rapporto di prossimità con i lettori e le lettrici, e nella seduttività del libro come strumento di resistenza».
2026: la pace non aspetta
Se il Premio Inge Feltrinelli guarda alla scrittura come forma di resistenza, il lavoro della Fondazione Feltrinelli nel 2026 si organizza attorno a un’altra parola chiave: pace. «La Fondazione oggi ha scritto sul suo fronte: “La pace non aspetta”». Ma anche qui non si tratta di un’affermazione astratta: «non solo il concetto di pace a prescindere, ma una forma di pace attiva», che passa «dal sostegno degli intellettuali» e dalla sperimentazione delle relazioni tra intellettuali e pubblico.
I campi di lavoro sono concreti. «La trasformazione urbana, le nuove povertà, non solo economiche ma anche educative», e soprattutto «la domanda di buona politica». Un’espressione che Tarantino chiarisce subito: «sollecitare la consapevolezza delle cittadine e dei cittadini a non sedersi quando vi sono diseguaglianze e ingiustizie, ma a reclamare attraverso il voto e attraverso l’esercizio di pratiche di cittadinanza». Con uno sguardo esplicitamente europeo: «corroborare questa voglia di cittadinanza, ancor di più di cittadinanza europea».
Anche perché, ricorda, «lo vediamo in tutti i sistemi dittatoriali: la prima cosa che viene intaccata per ridurre la libertà è la formazione e la cultura».
Il nodo delle nuove generazioni
C’è infine un punto che Tarantino aggiunge quasi a margine, ma che in realtà è centrale: il rapporto con le nuove generazioni. «La nostra volontà è coinvolgere le giovani generazioni, sia nel nostro sistema sia nel Premio».
Il lavoro già fatto con le scuole – «la collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, l’enorme adesione dei ragazzi e delle ragazze» – è stato importante, «bellissimo». Ma non basta, «dobbiamo fare sempre di più. Ci stimola a fare sempre di più». L’obiettivo è chiaro: «che questa centralità del libro e della cultura venga percepita come vicina e seduttiva anche dai più giovani».
Se il Premio Inge Feltrinelli nasce come riconoscimento internazionale dedicato a valorizzare le voci di donne e nuove generazioni impegnate a raccontare storie di diritti negati, discriminazione e resistenza, la collaborazione con PEN International allarga il fuoco: non solo sulle storie, ma su chi le scrive, e sul prezzo – spesso personale – che quella scrittura comporta. È lì, suggerisce Tarantino, che oggi si gioca davvero il senso della parola «resistenza».