Nel corso del convegno Il valore della conoscenza. Il libro di testo come bene essenziale del Paese. Investire nell’istruzione e supportare le famiglie, organizzato dall’Associazione Italiana Editori con il patrocinio del Ministero dell’Istruzione e del Merito il 27 maggio, nella Sala Matteotti della Camera dei deputati, la direttrice generale di Zanichelli Irene Enriques ha riflettuto sul ruolo dell’editoria scolastica come mediazione tra innovazione, scuola e politica, soffermandosi sull’impatto delle riforme, sul sovraccarico informativo prodotto dal digitale e sulla necessità di continuare a costruire strumenti autorevoli per l’apprendimento. Di seguito il suo intervento integrale.
«Non amo affrontare questi temi in termini di semplice lamentela. Le trasformazioni profonde comportano inevitabilmente complessità e tempi difficili da gestire. A Bologna, dove vivo, tutti si lamentano dei cantieri del tram finanziati dal PNRR, ma alla fine la città avrà un’infrastruttura importante. Allo stesso modo, anche gli investimenti del PNRR sulla scuola e sugli ITS Academy – gli Istituti tecnologici superiori – stanno producendo cambiamenti complessi, ma necessari e positivi per il Paese.
Sulla riforma degli istituti tecnici abbiamo avuto la sensazione che l’attenzione si sia concentrata soprattutto sul modello “4+2” – cioè il nuovo percorso che prevede quattro anni di scuola tecnica o professionale seguiti da due anni negli ITS Academy – mentre sia stata molto meno considerata la parte relativa ai percorsi quinquennali ordinari e alle nuove linee guida, arrivate molto tardi rispetto ai tempi necessari per progettare i libri scolastici.
La dirigente Ferrario ha giustamente ricordato che i nuclei fondanti delle discipline restano gli stessi. Ma non tutte le scuole sono uguali e non tutte hanno la stessa capacità di coesione. Anche l’editoria è fatta di contenuti, ma anche di struttura, e la struttura dipende dalle condizioni concrete in cui quei contenuti vengono insegnati: dagli orari delle materie, dall’organizzazione delle discipline, dal fatto che il voto sia unico oppure no.
Noi svolgiamo un lavoro di ponte fra la politica, che innova e propone cambiamenti nel rispetto dell’autonomia dei docenti, e gli insegnanti che lavorano quotidianamente nelle classi. Non vorremmo però che si diffondesse una sorta di retropensiero secondo cui i libri sarebbero ormai strumenti destinati a restare immutabili mentre il futuro sarebbe affidato soltanto all’intelligenza artificiale.
Io appartengo a una generazione che si è laureata prima del web e ho visto la democratizzazione del sapere che Internet sembrava promettere. Pensavamo che avere tutto a disposizione ci avrebbe resi più sapienti. Ci siamo sbagliati, perché abbiamo sottovalutato il problema del sovraccarico informativo. Avere tutto disponibile non significa sapersi muovere dentro quel tutto.
Per questo è fondamentale che la scuola continui a offrire strumenti e punti di riferimento solidi. E per farlo, anche nell’innovazione, servono gli autori: persone che abbiano una visione, che sappiano dare ai libri una struttura e un linguaggio capaci di far vedere qualcosa, possibilmente qualcosa di nuovo. Quando arriva una riforma, c’è sempre qualcosa di nuovo da far vedere e da spiegare. È questo il lavoro che gli editori svolgono accanto agli insegnanti.
Devo ammettere che lo sciopero delle adozioni ci ha colpiti molto. Chi lavora nella promozione editoriale lo sa: noi ascoltiamo gli insegnanti e siamo dalla loro parte. Forse però esiste l’idea che gli editori siano soggetti molto potenti, mentre in realtà il nostro potere di indirizzare le cose come vorremmo è piuttosto limitato.
Per questo è importante essere qui insieme, politica, scuola ed editoria, e provare a costruire strumenti che, in un momento così caotico, possano dare ordine, affidabilità e fruibilità al sapere, aiutando concretamente gli insegnanti nel loro lavoro».