Per molto tempo l’abbandono di un libro è rimasto un fatto privato, difficilmente dichiarato, di cui vergognarsi un po’. Non portare a termine un testo, soprattutto quando si trattava di titoli considerati importanti o culturalmente rilevanti, sembrava contraddire quell’idea radicata della lettura come pratica da completare: quasi un imperativo implicito.
Negli ultimi anni questa percezione ha iniziato a cambiare. Le letture inconcluse sono entrate nella conversazione pubblica, trovando una visibilità stabile nelle community delle persone lettrici e sulle piattaforme social attraverso l’acronimo #DNF – Did Not Finish –, ormai utilizzato in maniera tutt’altro che imbarazzata per indicare i libri «mollati» prima della fine. Goodreads ha finito per trasformare questa etichetta in una categoria riconoscibile, con scaffali e liste dedicate, mentre su TikTok, Reddit, Instagram i libri abbandonati diventano oggetto di discussione e contenuto condiviso. Ciò che in passato restava nascosto oggi viene raccontato, commentato e reso visibile, segnando la fine di un piccolo tabù culturale.
Da questa trasformazione prende avvio la riflessione proposta da Arantxa Mellado, consulente editoriale e fondatrice di DataLibri, da anni impegnata sul terreno della distribuzione digitale, dei metadati e delle strategie di marketing editoriale, che qualche settimana fa ha affrontato il tema in un articolo pubblicato sul suo blog, Actualidad Editorial. Il punto di partenza non è sociologico ma editoriale: nel momento in cui l’abbandono della lettura diventa visibile e accompagnato da spiegazioni esplicite da parte di lettrici e lettori, smette di essere soltanto un segnale negativo e può trasformarsi in una fonte di informazioni utile per comprendere meglio il rapporto tra progetto, aspettative e ricezione reale.
Le ragioni per cui la lettura di un libro non viene portata a termine non sono nuove. Nelle discussioni online ricorrono motivazioni che chi lavora in editoria conosce bene: la perdita di interesse, un ritmo percepito come lento, la difficoltà di identificazione con i personaggi, una struttura narrativa troppo complessa o una lunghezza eccessiva. Accanto a queste cause, Mellado individua però un elemento che riguarda direttamente il lavoro editoriale e che emerge con maggiore chiarezza proprio grazie alla visibilità dei commenti di lettori e lettrici, cioè il disallineamento tra la promessa del libro e l’esperienza di lettura. Quando copertina, comunicazione o posizionamento suggeriscono un tipo di storia diverso da quello che il testo offre realmente, l’interruzione diventa più probabile. Non si tratta necessariamente di una debolezza del libro, ma di una questione di coerenza tra proposta editoriale e pubblico di riferimento, che coinvolge in modo diretto il lavoro su collana, paratesti, marketing, definizione del target.
Il fenomeno riguarda inoltre con particolare evidenza le serie e le saghe, soprattutto nella narrativa young adult, nel fantasy e nel thriller, dove l’entusiasmo iniziale non sempre accompagna il lettore fino agli ultimi volumi. È una dinamica ben nota alle case editrici, che si trovano spesso a decidere se proseguire o interrompere la pubblicazione quando l’interesse cala progressivamente, con la differenza che oggi questa perdita di pubblico diventa visibile e commentata pubblicamente, generando aspettative e reazioni altrettanto pubbliche da parte delle persone lettrici più fedeli.
Il passaggio centrale della riflessione riguarda però il modo in cui queste informazioni possono essere interpretate. Mellado propone di considerare l’abbandono non come un fallimento ma come una possibile forma di intelligence editoriale. Le motivazioni espresse da chi legge, osservate nel loro insieme, possono contribuire a individuare pattern ricorrenti, mettere in luce fattori di rischio nelle acquisizioni, ridurre l’incertezza nelle decisioni relative alle ristampe e aiutare a comprendere quando una campagna di comunicazione ha generato aspettative non soddisfatte. In questa prospettiva, la visibilità delle letture inconcluse non diventa un parametro di giudizio sul valore di un libro, ma uno strumento per affinare il processo decisionale editoriale in un contesto di offerta sempre più ampia.
La diffusione della lettura digitale ha reso teoricamente possibile osservare questi comportamenti con maggiore precisione. Le principali piattaforme registrano dati sull’avanzamento della lettura, sui punti in cui i lettori interrompono e sulla durata delle sessioni, informazioni che consentirebbero di comprendere non solo se un libro viene terminato, ma anche dove e in quali condizioni il lettore tende ad abbandonarlo. Tuttavia, questi dati restano in larga parte interni agli ecosistemi tecnologici e vengono condivisi solo marginalmente con gli editori. Si crea così una situazione paradossale: mentre il comportamento di lettura è sempre più tracciabile, chi produce i contenuti continua a lavorare senza accesso diretto alle informazioni più dettagliate, che vengono invece utilizzate dalle piattaforme per alimentare algoritmi e sistemi di raccomandazione.
In assenza di metriche complete, l’editoria continua quindi a muoversi attraverso segnali indiretti. Le recensioni, le valutazioni e le discussioni online diventano tracce da interpretare più che dati definitivi, ma proprio per questo possono risultare utili quando permettono di individuare scarti ricorrenti tra promessa editoriale e ricezione effettiva. Mellado osserva inoltre come recensioni e raccomandazioni possano essere considerate a loro volta metadati, elementi che contribuiscono a costruire il posizionamento commerciale del libro e che, se utilizzati con attenzione, possono essere integrati nella comunicazione come indicatori di lettura reale.
A chiudere la riflessione Mellado richiama un esperimento diventato noto nel dibattito internazionale: il cosiddetto Hawking Index, proposto nel 2014 dal matematico e scrittore Jordan Ellenberg sulle pagine del Wall Street Journal. Il punto di partenza era semplice: le piattaforme di lettura digitale non rendono pubblici i dati sul completamento dei libri, ma Kindle mostra quali passaggi vengono più frequentemente sottolineati dai lettori attraverso la funzione Popular Highlights. Ellenberg decise allora di usare questa informazione indiretta come indicatore del coinvolgimento reale.
La logica dell’indice è intuitiva. Se le frasi più evidenziate si concentrano nelle prime pagine e scompaiono man mano che si procede nel testo, è plausibile che molte persone si siano fermate presto nella lettura. Se invece i passaggi più sottolineati compaiono in modo distribuito e arrivano fino all’ultimo terzo del libro, è probabile che una quota significativa sia giunta alla fine. Applicando questo metodo ai best seller dell’estate 2014, Ellenberg arrivò a conclusioni provocatorie: alcuni titoli di enorme successo – tra cui Breve storia del tempo di Stephen Hawking, da cui la denominazione dell’indice – risultavano abbandonati dopo una percentuale molto bassa di lettura.
L’esperimento era dichiaratamente ludico e non scientifico, e lo stesso Ellenberg ne riconosceva i limiti. I Popular Highlights non indicano quanti lettori raggiungano effettivamente una certa pagina, ma solo dove un gruppo – potenzialmente ristretto – di lettori attivi ha scelto di sottolineare un passaggio. È sufficiente che un numero limitato ma costante di utenti evidenzi frasi nella parte finale del libro perché l’indice suggerisca un alto tasso di completamento, anche se la maggioranza si è fermata prima. Non a caso, nello stesso periodo Kobo pubblicò per breve tempo dati basati sul progresso reale di lettura dei file EPUB, mostrando risultati in parte divergenti rispetto all’indice di Ellenberg. La differenza stava nel metodo: da un lato un indicatore indiretto basato sulle sottolineature, dall’altro una misurazione diretta della percentuale letta.
Al di là della precisione statistica, il valore dell’indice Hawking non sta tanto nell’esattezza dei numeri quanto nella questione che solleva. Può esistere una distanza significativa tra copie vendute e lettura effettiva, soprattutto nei titoli di forte impatto mediatico. Un libro può essere acquistato per reputazione, per appartenenza culturale o per impulso collettivo senza essere necessariamente portato a termine. È una constatazione che l’editoria ha sempre intuito, ma che l’emergere di metriche digitali – dirette o indirette – rende più difficile ignorare.
La riflessione proposta da Mellado non invita a trasformare l’abbandono in un nuovo criterio di valutazione né a inseguire modelli di lettura sempre più performativi. Piuttosto suggerisce di riconoscere che le letture interrotte, oggi più visibili che in passato, rendono esplicito un aspetto che l’editoria ha sempre conosciuto ma raramente osservato in modo sistematico. In un contesto di sovrapproduzione editoriale, attenzione frammentata e decisioni sempre più rapide, imparare a leggere queste tracce non significa temere l’abbandono, ma smettere di ignorarlo e considerarlo una delle informazioni – inevitabilmente parziali, ma non per questo irrilevanti – attraverso cui comprendere meglio la relazione tra libri, lettrici e lettori.
Dal 2010 mi occupo della creazione di contenuti digitali, dal 2015 lo faccio in AIE dove oggi sono responsabile del contenuto editoriale del Giornale della Libreria, testata web e periodico in carta. Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Unimi, AIE e Fondazione Mondadori. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: editoria, libri, podcast, narrazioni su più piattaforme e cultura digitale. La mia cosa preferita è il mare.
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