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Fascicoli

Marzo 2018

rivista: Giornale della Libreria

Siamo a 317 giorni dalla chiusura della prima edizione di Tempo di libri. Il mercato nei canali trade era cresciuto nel 2016 del +1,6% (e del +1,1% complessivamente). Si avvertivano i segni di qualcosa che stava cambiando (alcuni gruppi internazionali guardavano con interesse al mercato italiano tanto da «entrarci», come DeA Planeta e HarperCollins). Il 2017 si è chiuso con il successo di pubblico, di espositori e di vendite di Più libri più liberi che, trasferitosi nella Nuvola di Fuksas, ha potuto iniziare a esprimere al meglio le sue potenzialità rimaste negli ultimi anni compresse nella vecchia (ma non meno bella, magari meno funzionale) sede del Palazzo dei congressi. E questo accadeva dopo l’innegabile successo di pubblico del Salone di Torino a metà anno. Nel 2017 il mercato nei canali trade ha segnato un secco e sorprendente +5,8%. Eccoci arrivati al numero due di Tempo di libri che annuncia, tra l’8 e il 12 marzo, un «Tempo bellissimo». A una rivista professionale non basta però ratificare che il clima è cambiato, che siamo quasi tornati ai valori precrisi. Perché nulla di quello che c’era prima c’è oggi.

Gennaio 2018

rivista: Giornale della Libreria

Il mercato di questo 2017 appena trascorso vede finalmente dei seri e significativi numeri positivi. Gli anni che ci siamo lasciati alle spalle sono stati anni importanti. Dietro ai valori negativi – e che, a scanso di equivoci, non abbiamo ancora recuperato – ci sono state radicali e profonde trasformazioni, che hanno costretto tutti a ripensare l’organizzazione delle proprie attività. Dai mercati di sbocco che guardano sempre più alla dimensione internazionale alla capacità di lavorare editorialmente, commercialmente e dal punto di vista tecnologico su più piattaforme (carta, e-book e versione audio), fino al processo di cambiamento di pelle delle librerie (che oggi sono sempre meno spazi dove trovare soltanto esposti assortimenti e sempre più luoghi di scambio di relazioni e di «emozioni», punti di riferimento per un territorio metropolitano o per il quartiere in cui il binomio libro/autore rappresenta l’asset centrale). Quello che vediamo essere avvenuto a Roma e a Milano in termini di chiusure e nuove aperture ci dice proprio questo. Chiudono storiche librerie – e anche per aspetti che non sempre hanno a che fare con l’andamento del mercato e con i cambiamenti nei comportamenti di acquisto dei lettori – ma altre ne aprono. Nuove generazioni di libraie e di librai (l’inversione nell’ordine del genere non è puro espediente retorico) si affacciano sulla scena con modelli (e superfici e servizi) di libreria molto diversi da quelli che si aprivano solo dieci anni fa.Forse gli stessi lettori non sono quelli che i dati sulla lettura recentemente ripresi dalla stampa ci dicono.

Dicembre 2017

rivista: Giornale della Libreria

Un editore su quattro, in Italia, è un piccolo editore. Un terzo dei titoli che entrano nei canali di vendita è pubblicato da piccole e medie case editrici. La quota di mercato della piccola e media editoria sta progressivamente crescendo: valeva il 31% nel 2013, sale al 32% nel 2015, al 35% nel 2016, e quest’anno tocca il 39%. Numeri e percentuali che si traducono visivamente nelle classifiche di vendita in cui per settimane campeggiano autori e titoli pubblicati da piccole case editrici. La piccola e media editoria italiana è diventata più che in altri mercati (ma non abbiamo dati in merito per un confronto con altri Paesi) una parte centrale del sistema industriale che compone la nostra filiera. Solo da noi la piccola e media editoria ha una narrazione e un vissuto così forte. Quanto sia stato merito del Palazzo dei congressi darle una riconoscibilità e una visibilità (verso il pubblico, le librerie e i giornali) è difficile, se non impossibile, da definire. Certamente Più libri più liberi ha fatto, in questi anni, da incubatore culturale e imprenditoriale, favorendo i processi di innovazione editoriale e tecnologica e accentuando lo sviluppo di modelli vincenti di marketing e comunicazione. Un luogo in cui, grazie alle condizioni ambientali e relazionali esistenti, ha potuto sussistere (si pensi agli anni drammatici tra il 2010 e il 2014) e addirittura evolvere un sistema culturale, imprenditoriale e editoriale. Certamente ha dato alla piccola e media editoria la consapevolezza di essere un sistema d’impresa, che sul mercato riesce a competere. Una consapevolezza che si innerva nella passione culturale che la attraversa, che si traduce nelle potenzialità e nelle energie che esprime.

Ottobre 2017

rivista: Giornale della Libreria

Sì, dagli anni di recessione siamo definitivamente usciti. Quello del 2015 non era stato un segno «più» occasionale (+0,5% del totale mercato), anzi lo troviamo confermato (e più che raddoppiato) nel 2016 con i canali trade (e la «varia») al +1,8%. Da quegli anni usciamo sicuramente più internazionali, con una maggiore capacità di proporre e vendere diritti degli autori italiani sui mercati stranieri (non più solo per bambini e ragazzi, ma anche di narrativa: il 36% dei titoli venduti; nel 2007 erano il 30%) e di realizzare coedizioni internazionali (soprattutto nel settore arte e bambini, che assieme rappresentano il 76% del totale). E usciamo anche con una rinnovata consapevolezza delle nostre eccellenze: nelle pagine di questo numero parleremo della ripresa dell’editoria d’arte, della crescita di una narrativa «di genere» che convince l’estero senza ricorrere a stereotipi tricolore, dell’inossidabile tenuta del mercato bambini e ragazzi. Resta, anzi si aggrava, quello che è il vero problema strutturale della nostra editoria (e del nostro Paese): un comparto industriale che vede progressivamente calare il numero di persone che si dichiarano lettori di libri. Dal 2010 ne abbiamo persi 3,1 milioni. Tra 2015 e 2016 il calo è stato del -3,1%: altri 700 mila lettori in meno.

Luglio-Agosto 2017

rivista: Giornale della Libreria

Prima vennero i saloni e le fiere del libro. Torino e Napoli con la sua Galassia Gutenberg. Poi fu la volta dei festival. Il primo Salone di Torino è del 1987, Napoli è del 1990. Festivaletteratura di Mantova e Chiaroscuro di Asti sono rispettivamente del 1997 e del 1996. Quasi dieci anni intercorrono tra i due generi di eventi: saloni e fiere del libro, i festival letterari (ma non solo letterari) a cui è dedicato questo numero estivo del «Giornale della libreria». [...] Assistiamo a un doppio percorso nellospazio di curvatura delle manifestazioni. Da un lato il mixare libro/lettura (e presentazioni e autori e librerie del festival) ad altre forme di consumo culturale: teatro, danza, performance d’arte, mostre e poi gastronomia (cibi e vini). Dall’altro la presa in prestito della formula da quotidiani e periodici: il festival di Internazionale e quello itinerante della Repubblica delle idee ne rappresentano i casi più noti. I festival – ed è l’altro aspetto che emerge dalle pagine di questo numero, pur con i pochi dati disponibili – intercettano più di saloni e fiere un pubblico di deboli lettori o di non lettori. E pongono sul tavolo la necessità di riflettere sull’investimento in manifestazioni e quello in infrastrutture per la lettura: biblioteche, librerie. Fascinati da un autore o da un tema che si è ascoltato e vissuto in un festival si torna spesso (troppo spesso) in città e paesi privi di biblioteche o di librerie. Un altro aspetto importante portato in luce da queste pagine è la capacità dell’editoria (la prima industria culturale del Paese) di rappresentare il «primo anello della catena del valore» di molte altre industrie culturali. Con i festival la connessione diventa evidente rispetto al turismo culturale e al suo indotto. Anche questo fa di un’industria culturale una moderna industria culturale, che favorisce tutti i processi di innovazione. Ma che allo stesso tempo pone la domanda su dove e come investire. E a partire da quali dati disponibili.

Maggio 2017

rivista: Giornale della Libreria

pagine: 22

«Anche quest’anno l’industria editoriale italiana offre al pubblico, che con occhio attento si aggira per i viali della Fiera di Milano, un ampio panorama della sua più recente e significativa produzione». Così scriveva nell’aprile del 1956 Antonio Vallardi, allora presidente dell’Aie, nel portare il saluto degli editori alla trentaquattresima edizione della Fiera(Campionaria) di Milano. E così continuava: «La manifestazione milanese vuole essere non soltanto un grande mercato nel quale confluiscono [editori e professionisti] da tutto ilPaese e da tutto il mondo, ma anche una rassegna sintetica delle forze creative dei vari popoli. È per questo che la presenza del libro [nel Viale dell’Editoria], accanto ai beni di utilità immediata e agli strumenti e le macchine per la produzione […] assume un particolare significato. Le conquiste della tecnica [negli anni che annunciavano il successivo boom economico nel nostro Paese] assicurano forme di vita sempre più evolute. […] Compito del libro è di far sì che l’elevazione culturale si accompagni alla prosperità materiale».

Marzo 2017

rivista: Giornale della Libreria

«Un mistero attraversa le pagine di questo numero del Gdl. Un mistero italiano. Ma un mistero che riguarda anche molti editori di altri Paesi, in Europa e fuori. Perché l’editoria per bambini e ragazzi con tinua a crescere? E continua a crescere a ritmi e con numeri così importanti? +5,3% in Italia, +4,5% in Francia, +3,0% in Uk, +2,9% in Svezia, + 13,6% in Norvegia... Una crescita che traina interi settori editoriali, attenuando spesso le performance meno positive di altri. Fa crescere il valore dei segni più, cancella i segni meno. Nonostante la denatalità che attraversa l’Italia e l’invecchiamento – sebbene meno accentuato – che molti altri Paesi europei manifestano».

Gennaio 2017

rivista: Giornale della Libreria

pagine: 20

«La distribuzione è da vent’anni che cambia continuamente sotto i nostri occhi. Il lavoro di editore resta quello di fare scouting, editing, selezionare e quindi offrire una qualità editoriale media mente migliore ai propri lettori. […] permette[rgli] di scegliere tra titoli che hanno un senso dato dal progetto editoriale, dalla casa editrice, dalla collana, dalla copertina, da come il libro ti invita ad essere letto. Tutte cose che resteranno anche quando i libri di carta non ci saranno più. Il gusto dell’editore resta un punto di riferimento per quella categoria di persone che chiamiamo lettori». Così diceva Stefano Mauri in un’intervista di anni fa.È la distribuzione che in questi vent’anni continuamente e rapidamente è cambiata sotto i nostri occhi. Negli aspetti più tecnologici e attinenti alla logistica distributiva e informativa, nella promozione e nella trasformazione (questa sì veramente epocale) dei canali di vendita [...].

Dicembre 2016 - cover rosa

rivista: Giornale della Libreria

pagine: 24

«Un editore su quattro in Italia, è un piccolo editore. Un terzo dei titoli che entrano nei canali di vendita è pubblicato da piccole e medie case editrici. La piccola e media editoria, specularmente al settore manifatturiero nazionale, è fatto da piccole e medie imprese che pubblicano libri ed e-book (sono un terzo del totale). Il suo peso sul mercato trade negli ultimi anni – lentamente – cresce: dal 31,0% del 2013, al 31,1% dell’anno successivo, al 32,0% dello scorso anno. Ci sono state settimane in cui nelle classifiche di vendita capeggiavano autori e titoli pubblicati da piccole case editrici. I marchi sono noti. Difficile sostenere che il sistema industriale della piccola e media editoria non sia una parte centrale del sistema industriale che compone la nostra filiera. Capacità di innovazione di prodotto (tradotto: autori, generi, letterature nuove, mai lette e sentite), di processo (un po’ meno, ma c’è: se pubblico libri su una certa area linguistica, perché non fare corsi o festival?), di internazionalizzazione (diritti, ma non solo). E anche di concept fieristico-espositivo. [...] Non sappiamo quanto una manifestazione come PLPL abbia influito su tutto questo. Certamente è servita a dare consapevolezza a questi editori di essere un sistema d’impresa, che sul mercato compete».

Dicembre 2016 - cover verde

rivista: Giornale della Libreria

pagine: 24

«Un editore su quattro in Italia, è un piccolo editore. Un terzo dei titoli che entrano nei canali di vendita è pubblicato da piccole e medie case editrici. La piccola e media editoria, specularmente al settore manifatturiero nazionale, è fatto da piccole e medie imprese che pubblicano libri ed e-book (sono un terzo del totale). Il suo peso sul mercato trade negli ultimi anni – lentamente – cresce: dal 31,0% del 2013, al 31,1% dell’anno successivo, al 32,0% dello scorso anno. Ci sono state settimane in cui nelle classifiche di vendita capeggiavano autori e titoli pubblicati da piccole case editrici. I marchi sono noti. Difficile sostenere che il sistema industriale della piccola e media editoria non sia una parte centrale del sistema industriale che compone la nostra filiera. Capacità di innovazione di prodotto (tradotto: autori, generi, letterature nuove, mai lette e sentite), di processo (un po’ meno, ma c’è: se pubblico libri su una certa area linguistica, perché non fare corsi o festival?), di internazionalizzazione (diritti, ma non solo). E anche di concept fieristico-espositivo. [...] Non sappiamo quanto una manifestazione come PLPL abbia influito su tutto questo. Certamente è servita a dare consapevolezza a questi editori di essere un sistema d’impresa, che sul mercato compete».

October 2016 - English version

rivista: Giornale della Libreria

pagine: 24

Being an industry – and it is no accident that we have put a map of our world in the centre of this edition – means highlighting what our role is: we are an industry which, even in years of market contraction, has been able to innovate, to become more efficient, to discover new authors and promote new genres, to launch ourselves in emerging markets and to incorporate innovation in our production and distribution processes and make it our own. Could we have done better? Undoubtedly! But this is precisely why we assert our commitment to produce culture and to be culture and, at the same time and in equal measure, industry.

Ottobre 2016

rivista: Giornale della Libreria

pagine: 36

Essere industria – e non a caso abbiamo posto al centro di questo numero una mappa del nostro mondo – significa mettere in evidenza questo nostro ruolo: siamo un’industria che anche in anni di contrazione del mercato ha avuto la capacità di innovarsi, di diventare più efficiente, di scoprire nuovi autori e valorizzare nuovi generi, di proiettarsi verso mercati emergenti, di far propria e di incorporare l’innovazione nei nostri processi produttivi e distributivi. Potevamo fare meglio? Certo! Ma proprio per questo rivendichiamo, e lo rivendichiamo a pari livello, il nostro impegno a fare e essere cultura. E al tempo stesso industria.

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