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Editori

I big five dell’editoria globale hanno superato la sfida della pandemia: come e perché

di Bruno Giancarli notizia del 13 luglio 2021

Attenzione, controllare i dati.

In attesa dell’edizione 2021 del Global 50, la classifica dei gruppi editoriali con un bilancio superiore ai 150 milioni di euro, è stato diffuso un paper per analizzare gli effetti della pandemia nel mondo. L’andamento a valore dei prime cinque gruppi mondiali nell’editoria di varia è rappresentato dal grafico che segue:




Numeri simili giustificano l’entusiasmo di Markus Dohle, CEO di Penguin Random House: per quanto il 2020 sia stato «un anno difficile per tutti», si può affermare che «gli affari nell’ultimo anno siano andati alle stelle», in un trend che promette inoltre di proseguire nel corso del 2021. In generale, va notato con sollievo che le previsioni più pessimistiche non si sono avverate. È da questo punto di vista esemplificativo il caso di Bonnier Books, il cui CEO si aspettava nell’estate 2020 un crollo da 100 milioni e che invece ha chiuso l’anno con una crescita consistente, senza dimenticare che la sua catena di librerie in Svezia, Adlibris, ha segnato addirittura un +19% rispetto al 2019.

Le ragioni dietro la sostanziale tenuta dei più grandi gruppi sono molteplici. Non va sottovalutato il costante processo di razionalizzazione e innovazione che ha riguardato per esempio la logistica, il posizionamento nei canali (fisici e digitali) e l’internazionalizzazione. Hachette, per esempio, pur avendo registrato in Francia un -4,3% è cresciuto nel Regno Unito del 9,9% e negli Stati Uniti del 3,9%.

Il paper non trascura ovviamente il ruolo del digitale, ricordando per esempio che nel 2020 in Svezia per la prima volta i libri digitali hanno superato a copie quelli cartacei (e Bookbeat, uno dei principali distributori digitali in Svezia, è di proprietà di Bonnier), o che la sua spinta ha riguardato persino gruppi più tradizionalisti come Hachette. Lo stesso vale per il boom dell’e-commerce: negli Stati Uniti 4 libri su 10 sono venduti da Penguin Random House grazie ad Amazon.

L’elemento comune ai maggiori gruppi editoriali, in ogni caso, rimane sempre lo stesso, vale a dire l’accesso al ricco e competitivo mercato di lingua inglese. L’accentramento nei maggiori gruppi di una quota sempre più rilevante del mercato mondiale già riscontrato in passato è con ogni probabilità continuato nell’anno della pandemia. È in atto – e non dal 2020 – una profonda ristrutturazione del mercato editoriale, la cui direttiva principale è riassumibile in due parole: fusioni e acquisizioni. Tali movimenti investono non solo la varia, ma anche la scolastica (colpita in misura maggiore dal Coronavirus), la distribuzione e più in generale ogni ambito nel quale si diano opportunità di creare economie di scala e sfruttare la crossmedialità. Gli esempi recenti sono numerosi: per limitarsi ai casi più noti tra quelli che il paper riporta, vanno ricordati l’inizio della scalata di Vivendi in Lagardère, l’espansione di Bookwire, il lancio di Bookshop.org, la rinnovata spinta di Disney nell’editoria, l’acquisizione di Editions du Minuit da parte di Gallimard, la fusione di Wattpad e Naver, l’accordo tra Spotify e Storytel, senza dimenticare le due operazioni più importanti avvenute negli Stati Uniti, vale a dire l’acquisto di Simon & Schuster da parte di Bertelsmann e della sezione varia di Houghton Mifflin Harcourt da parte di HarperCollins. Il paper non manca infine di sottolineare l’ingresso di fondi di investimento nell’editoria: per quanto tale tendenza sia più marcata nella scolastica (l’ultima operazione in ordine di tempo è l’accordo tra Platinum Equity e Apollo Global Management per l’acquisizione di McGraw Hill), operazioni simili non sono rare anche nel mondo della varia, come mostra il fatto che le catene di librerie più grandi degli Stati Uniti e del Regno Unito siano di proprietà del fondo Elliott.

La conclusione che viene tratta da questa disamina è lineare: è in atto una (rinnovata) accelerazione verso la digitalizzazione dell’editoria, in una competizione con le grandi piattaforme di intrattenimento non tanto per proporre contenuti bensì per conquistare e fidelizzare i consumatori. Il paper termina sostenendo che la sfida tra un approccio, per così dire, «librocentrico» e uno in cui si ragiona in termini di ecosistemi di media e formati è aperta. Ciò però non significa che i due scenari siano equiprobabili: nella misura in cui lo studio nota come nessun editore con una qualche ambizione possa prescindere da legami con piattaforme e da strategie per rivolgersi direttamente al cliente finale, è facile capire quale futuro sia lecito aspettarsi. Proprio a partire da questo punto, però, si insinua un dubbio: il discorso ha senso finché si rimane nell’alveo dei maggiori gruppi internazionali, ma rischia di diventare quantomeno problematico se traslato in contesti più piccoli. Se la vera sfida è quella per il tempo dei consumatori (e non dei lettori) e per lo sfruttamento di universi narrativi riproducibili, la platea degli attori in grado di competere diventa ancor più ristretta, mettendo a repentaglio nel lungo periodo la varietà e pluralità dell’editoria. Nel costante tentativo di attingere ad altri media e di creare contenuti che siano già di per sé predisposti a essere da questi ultimi rielaborati, serializzati, «gamificati», infine, può risiedere un’ulteriore insidia: l’appiattimento dell’offerta, vale a dire il paradosso che, nel tentare di parlare al pubblico più ampio possibile e con ogni modalità di intrattenimento disponibile, si finisca col dire tutti le stesse cose (e scrivere quindi gli stessi libri).

L'autore: Bruno Giancarli

Dottorato in filosofia a Firenze, Master in editoria di Unimi, Aie e Fondazione Mondadori. Attualmente lavoro presso l'Ufficio studi Aie. Mi interessano i dati della filiera editoriale e le loro possibili interpretazioni.

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