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Mercato

Ecco il Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2021. Che cosa significa «ripartenza»

di Ricardo Franco Levi notizia del 25 ottobre 2021

Attenzione, controllare i dati.

Per l’Associazione Italiana Editori è oramai tradizione presentare in occasione della Fiera del libro di Francoforte il quadro complessivo dell’editoria italiana. Nell’introdurre il Rapporto dello scorso anno – condiviso a ottobre 2020 e riferito ai risultati del 2019 e della prima parte dell’anno pandemico – mi soffermavo sul senso di straniamento che la situazione in atto proiettava sulla lettura dei dati. E ipotizzavo che il «nuovo secolo», per noi, fosse iniziato proprio nel 2020, tanto il Covid-19, i lockdown e le limitazioni sembravano aver inciso sulle abitudini e i comportamenti di tutti, sull’organizzazione dei flussi di lavoro della nostra filiera, sull’evoluzione dei paradigmi di scelta e di acquisto dei lettori, sulla progettazione delle fiere del libro professionali e di largo pubblico, nazionali e globali, e sulle dinamiche d’interscambio e di relazione del nostro settore.

Le pagine del Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2021 – che abbiamo presentato qualche giorno fa in occasione della Buchmesse – non fanno che confermare l’impressione di un anno fa. Danno sostanza, attraverso i numeri e i confronti con gli anni precedenti, alla percezione dei profondi e rapidi cambiamenti che abbiamo sperimentato dal principio della pandemia, fotografando il 2020 come un anno di svolta.



D’altronde i dati del primo semestre del 2021 (che pure presentiamo in questo Rapporto) non risulterebbero comprensibili né spiegabili senza aver chiaro quanto è avvenuto nel 2020, anno spartiacque per il settore, il Paese e l’intero mondo.

L’emergenza ha accelerato processi industriali e distributivi, organizzativi e tecnologici, di comportamento e acquisto già attivi e presenti nel tessuto imprenditoriale, nella filiera e nel pubblico. Ma lo ha fatto con un’intensità tale da modificare significativamente il paradigma di riferimento.

E così i segnali che iniziamo a ricevere da questo 2021 (+42% sul 2020 e soprattutto +22% sul 2019) credo vadano necessariamente letti in continuità con l’anno precedente. Un 2020 che si è chiuso a 3,056 miliardi di vendite complessive al pubblico e con un +0,1% rispetto al 2019. Un 2020 che si è chiuso con un mercato trade che a dicembre faceva segnare un +0,3% rispetto al 2019 e 1,430 miliardi di vendite a prezzo di copertina. Un 2020 in cui vediamo il digitale coprire il 14% dell’intero mercato, con un incremento dell’11% sull’anno precedente ed e-book e audiolibri rispettivamente in crescita del 37% e del 94%. E in cui l’e-commerce ha coperto il 43% del mercato di varia. Un 2020, infine, in cui la vendita di diritti di libri italiani a editori stranieri è ancora lievemente cresciuta, con un andamento moderato ma costante.

Se il nostro settore ha tenuto bene all’emergenza ed è ripartito con ritrovato vigore dopo la fase di shock iniziale il merito va anche alle istituzioni, che hanno dato alle imprese una maggiore sicurezza e un quadro meno incerto entro cui operare, in primo luogo riconoscendo il libro come «bene essenziale». Governo e Parlamento hanno agito egregiamente in questa inaspettata stagione e l’intervento pubblico a sostegno dell’editoria è risultato così organico, innovativo e articolato da costituire un modello di riferimento per gli altri Stati europei.

Il 2020 ci ha fatti entrare definitivamente nel nuovo ecosistema digitale, senza per questo discutere il valore del libro a stampa, i cui risultati economici lo confermano come solido, accessibile e rilevante. E un’ulteriore conferma arriva anche dalla prima parte del 2021, quando vediamo il numero delle copie vendute crescere di più del valore delle vendite. Un’ottima notizia.

Sono tutti segnali che, per quanto importanti, non sciolgono i grandi nodi strutturali che storicamente contraddistinguono il nostro settore. Nodi che ci tengono ancora saldamente avvinti al «vecchio secolo».

Il basso indice di lettura di libri e di altri prodotti editoriali ci colloca in fondo alle classifiche rispetto a tutte le grandi editorie continentali: un’evidenza che genera a sua volta due effetti collaterali collegati. Un mercato potenziale di acquirenti (le persone che si dichiarano lettori) proporzionalmente ridotto, tendenzialmente stabile, con una frequenza di atti (numero di libri letti nel tempo) bassa: circa la metà di chi legge non legge più di un libro ogni quattro mesi. Un ritorno insoddisfacente della lettura in termini di sviluppo del capitale umano, con tutto ciò che vuol dire sotto il profilo dell’inclusione e dell’appianamento delle differenze economiche e sociali e del più debole sviluppo di risorse per fronteggiare la competitività internazionale e le sfide legate all’innovazione. L’esistenza, insomma, di almeno due «Italie della lettura» – separate l’una dall’altra da più di venti punti percentuali – ha impatti ben oltre il perimetro della sola industria editoriale.

Il tema della (non) lettura appresenta il contesto principale entro cui sviluppare le politiche di promozione e di sostegno alla domanda. Il rafforzamento della presenza dei libri nella quotidianità di bambini e ragazzi resta uno degli obiettivi fondamentali dell’Associazione Italiana Editori, cui è specificamente rivolta #ioleggoperché, la grande iniziativa sociale a favore delle biblioteche scolastiche che ha donato loro 1 milione e 400 mila libri nuovi in 5 anni e che nel 2021 approda alla sua sesta edizione.

Ma se agli alti indici di lettura di giovani e giovanissimi corrisponde poi un calo progressivamente drammatico nelle fasce d’età più adulte, sostenere la lettura significa anche avviare un’indispensabile riflessione su come promuoverla tra chi bambino non è più, a partire da quei segmenti peculiari che ci s’immaginerebbe già fortemente popolati di lettori. È il caso, ad esempio, delle persone che hanno conseguito un titolo di studio universitario: ben il 28% di loro afferma di non aver letto alcun libro nel corso dell’anno.

Avere un mercato che linguisticamente coincide con l’area geografica del Paese depotenzia poi di molto le opportunità di internazionalizzazione del settore, limitandole in buona sintesi all’interscambio dei diritti di edizione e traduzione, al netto delle coedizioni e delle pubblicazioni in lingua inglese da distribuire direttamente sui mercati internazionali. L’export dei diritti dei libri italiani all’estero è in crescita, lo abbiamo visto: ma di certo non può bastare.

Senza dimenticare che il nostro tessuto di imprese resta composto in larga parte da piccole e medie case editrici con bassi livelli di capitalizzazione, il che limita la capacità di investire in innovazione tecnologica ed editoriale (scouting, crescita del parco autori), in formazione e aggiornamento, in sviluppo dell’efficienza logistica e della proiezione verso i mercati esteri. Certo, in questi anni gli «altri editori» (che non sono solo i «piccoli» o gli «indipendenti») hanno visto aumentare la loro quota di mercato rispetto ai gruppi maggiori: nel 2020 è del 48% quando nel 2015 si fermava al 41%. Piccole e medie dimensioni che se da un lato sono sinonimo di flessibilità, pluralità di offerta, capacità di esplorazione di altre editorie, generi e culture, dall’altra condizionano nella presenza internazionale, limitata com’è a poche decine di editori (medi e piccoli) che hanno una partecipazione in case editrici d’oltralpe, e dove il primo gruppo editoriale italiano occupa la 36 esima posizione nel ranking mondiale.

Dietro i numeri che ho ricordato sta la capacità di un settore che ha saputo riorganizzarsi – nelle competenze, nell’innovazione editoriale e tecnologica, distributiva e di comunicazione – durante la lunga crisi e stagnazione economica iniziata nel 2011. Da qui un’indicazione per il futuro: l’ecosistema digitale che si è affermato oggi ha bisogno di sviluppare regole e prassi che sappiano farlo funzionare al meglio, ha bisogno di innovazione e di un quadro normativo addato al «mondo nuovo» che abbiamo di fronte. E un monito. La velocità raggiunta dai processi trasformativi è tale da richiedere una capacità di reazione almeno pari all’intera filiera editoriale. Flessibilità e rapidità sono le parole d’ordine per governare e capitalizzare il cambiamento, senza rimanerne vittime.

L'autore: Ricardo Franco Levi

Presidente dell’Associazione Italiana Editori dal 2017 e dal 2020 vice presidente della Federazione degli Editori Europei. Giornalista professionista, ho lavorato come inviato speciale, caporedattore ed editorialista per i principali quotidiani italiani. Primo firmatario e relatore della Legge sul Prezzo del Libro (Legge Levi), ho ricoperto vari incarichi nelle istituzioni italiane ed europee.

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