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Lettura

Di cosa parliamo quando parliamo di «diversity» in editoria

di Samuele Cafasso notizia del 2 luglio 2020

Attenzione, controllare i dati.

Che mondo è il mondo di chi fa i libri? In cosa rispecchia e in cosa si discosta dal mondo di chi i libri, invece, li legge e, più in generale, dall’insieme di tutti i cittadini?

La riflessione innescata a tutti i livelli negli Stati Uniti dal caso George Floyd ha finito per puntare i riflettori anche sul mondo editoriale aprendo interrogativi ed esami di coscienza finora poco praticati: #Publishingpaidme, la campagna social nata dall’iniziativa dell’autrice di fantasy L.L. McKinney ha messo in evidenza forme di disparità più sottili e meno evidenti della semplice presenza di persone di etnia, genere, estrazione sociale diversa nel mondo dei libri. Gli anticipi riconosciuti alle autrici e agli autori di colore, ha svelato questa iniziativa a cui hanno aderito, non senza qualche imbarazzo, anche autori bianchi come Matt Haig, sono spesso più bassi di quelli dei colleghi: «Se i libri degli autori bianchi non vendono, gli viene data un’altra possibilità e un nuovo anticipo. Se non vendono i libri delle persone di colore, allora tutti gli autori di colore ne vengono rimproverati e puniti», sostiene McKinney.

Una riflessione sulla presenza di autori di etnia diversa ai vertici delle case editrici e tra gli scrittori non è stata ancora avviata in larga scala nel nostro Paese. Ma è urgente interrogarsi anche su altre forme di disparità, a partire da quella di genere. È interessante, ad esempio, partire da un confronto con gli Stati Uniti: il report Diversity in Publishing 2019, realizzato da Lee & Low Books, disegna un quadro della diversità nel mondo editoriale statunitense che tocca genere, orientamento sessuale, etnia, disabilità. Concentriamoci sul genere: il 74% delle persone che lavorano nell’editoria statunitense sono donne, un numero estremamente alto che va però letto in coppia con un altro: il 32% degli uomini statunitensi non ha letto nemmeno un libro nell’ultimo anno, percentuale che scende al 22% nel caso delle donne. Una maggiore predisposizione e piacere per la lettura, insomma, può agire da prima selezione tra uomini e donne tra chi vuole entrare nel settore editoriale. Se ai nastri di partenza però ci sono molto più donne, non è così ai vertici della piramide: la percentuale degli esponenti di sesso femminile agli executive level scende al 60%.

E in Italia? Secondo la classificazione Istat i lettori di almeno un libro in Italia sono il 46,2% delle donne e il 34,7% degli uomini. I valori assoluti non sono comparabili con quelli di Pew Research per gli Usa – i criteri di classificazione sono diversi – ma anche qui c’è una forchetta sensibile tra maschi e femmine. Tale forchetta è confermata, secondo un’indagine di AIE con Pepe Research condotta nel 2018 su dati dell’anno precedente, se guardiamo alle persone che vogliono entrare nel mondo dell’editoria: il 65% circa dei partecipanti ai principali master di editoria italiani nel 2017 erano donne, stessa cifra dieci anni prima. Ma se guardiamo invece ai vertici delle case editrici, la pattuglia femminile si assottiglia drammaticamente: le donne con ruoli dirigenziali nelle case editrici italiane sono il 22,3%, comunque in netta ascesa rispetto al 16,6% del 2010 ma ancora pochissime. Sono meno degli uomini anche le autrici pubblicate dagli editori italiani: il 36% nel 2017 (erano il 30% nel 2005).

Il mondo dei libri italiano è ancora, in larga parte, un mondo dove comandano gli uomini anche se, a leggere, sono soprattutto le donne. Cosa questo poi significhi a livello di produzione letteraria lo si può un po’ immaginare, oppure leggere ben spiegato in un intervento di Luigi Spagnol che Il Libraio ha pubblicato nel 2016, Maschilismo e letteratura, cosa ci perdiamo noi uomini? In quell’intervento Spagnol, dopo aver passato in rassegna i libri più premiati negli ultimi anni – pochissime donne – e quelli più venduti, dove invece primeggiano le donne, si chiedeva quali fossero gli effetti di una sistematica sottovalutazione, da parte degli uomini, del valore della scrittura femminile: «Perché lo facciamo? Perché ci ostiniamo a non voler leggere il mondo attraverso, anche attraverso, gli occhi di grandissime artiste che hanno l’unico difetto di appartenere a un sesso diverso dal nostro? […]. Anche adesso che le donne si sono conquistate il diritto a creare arte, a esprimere con una libertà mai vista prima la loro visione del mondo, noi maschi rinunciamo alla possibilità di arricchire il nostro orizzonte culturale, di nutrire il nostro mondo interiore, pur di non prendere nella dovuta considerazione la produzione artistica delle donne. Ne vale la pena?»

L'autore: Samuele Cafasso

Sono nato a Genova e vivo a Milano, dove ho frequentato il master in giornalismo dell’Università Iulm e quello di editoria di Unimi, Fondazione Mondadori e AIE. Giornalista, già addetto stampa di Marsilio editori e oggi di AIE, ho scritto per Il Secolo XIX, La Stampa, Internazionale, Pagina99, Wired, Style, Lettera43, The Vision. Ho pubblicato «Figli dell’arcobaleno» per Donzelli editore. Quando non scrivo, leggo. O nuoto.

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