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Editori

«Su Clubhouse ancora pochi editori di libri, almeno finora». Mafe de Baggis racconta perché (e come) puntare sul social della voce

di Alessandra Rotondo notizia del 1 marzo 2021

Attenzione, controllare i dati.

A fine gennaio il panorama social italiano si è arricchito di una nuova piattaforma: Clubhouse. Arrivata in beta dagli Stati Uniti – dove il lancio c’è stato un anno fa – l’app basata sul chat audio ha fatto molto parlare di sé. Da un lato la notorietà è stata sospinta dalla corsa all’invito: ancora oggi al servizio, disponibile per i soli dispositivi iOS, si accede solo se ne si è provvisti. Dall’altro ha sviluppato una sorta di meta-conversazione su cosa la piattaforma sia e a cosa possa «servire».
 
Intanto le settimane sono trascorse, la popolarità di Clubhouse non ha accennato a decrescere e l’ossatura dell’applicazione – che pure ha dovuto fronteggiare un data breach e pare si stia preparando a includere la non trascurabile fetta di utenza che si muove sui dispositivi Android – ha cominciato, anche in Italia, a riempirsi di contenuti, voci, palinsesti. Possibilità.
 
A Mafe de Baggis, studiosa e consulente dei media digitali con un’esperienza venticinquennale, abbiamo chiesto qualche diritta per orientarci meglio tra queste possibilità: soprattutto nella prospettiva dei professionisti che lavorano con libri e contenuti editoriali.
 
Giovedì 11 marzo, dalle 11.30 alle 13.00, Mafe de Baggis e Rocco Rossitto – sotto il coordinamento di Cristina Mussinelli – approfondiranno l’argomento con il webinar AIE dal titolo Clubhouse per l'editoria: una buona idea? 
 
 
Cos’è Clubhouse e in cosa si differenzia dagli altri social network – possiamo definirlo tale? – che siamo abituati a utilizzare?
Preferisco partire da quello che CH permette di fare, più che da quello che è: permette a chiunque di farsi la sua talk radio senza doversi minimamente preoccupare degli aspetti tecnici di trasmissione, un cambiamento molto simile a quello avvenuto vent’anni fa con i blog. Prima dei blog per avere il proprio sito era necessario avere competenze informatiche, rudimentali, ma necessarie; prima di CH l’audio era facile e gestibile in modo ancillare al video, mentre per produrre un podcast o simili era necessario avere competenze tecniche, anche qui minime, ma necessarie.
CH riduce tutto ai contenuti, come è stato con i blog: la differenza la fa la voce, il ritmo, l’idea, i partecipanti, perché l’app gestisce benissimo tutta la parte tecnica di creazione del canale (la stanza), di coinvolgimento del pubblico e di on air.
È un social network? Sì e no, un po’ come i blog: sicuramente è basato sul tuo grafo sociale, la rete di amici, che se importati dalla tua rubrica o da Twitter ti permettono di partire con una base di ascoltatori. È però molto meno impegnativo di un social network, soprattutto se preferisci ascoltare a parlare, ma anche se scegli di farti parte attiva.
 
 
Quali sono le peculiarità (a livello di pubblico, di contenuti, di dinamiche) che Clubhouse sta manifestando in Italia? Chi c’è e cosa c’è dentro, oggi?
Come sempre i primi utilizzatori di una nuova piattaforma sono i professionisti curiosi, cioè le persone che lavorano nella comunicazione, nell’editoria periodica, nella radio e nel social media marketing e che sono abituate a sperimentare. Una buona parte di questi, ahimè, si è subito scatenata nella caccia al follower, alla monetizzazione, alla popolarità personale: dico ahimè perché le stanze di Clubhouse su Clubhouse sono sicuramente le più noiose. Il modo migliore per sperimentare su una piattaforma, invece, è giocarci, senza scopo e senza obiettivo altro che ambientarsi, prenderne le misure e capirne le funzionalità. Per fortuna ci sono anche tante persone che la stanno vivendo in questo modo e grazie a loro le stanze in italiano sono varie, divertenti, divertite e interessanti.
 
 
Sempre parlando dell’Italia, ci sono già editori e professionisti della filiera del libro? E lettori? E book influencer? Ci sono già stanze di dialogo sui libri?
Ovviamente sì, è praticamente impossibile trovare un angolo della rete dove non si parli di libri. Tanti lettori, book influencer compresi, qualche autore, pochi editori di libri, almeno finora. I primi a capire lo spirito della voce in real time sono stati gli editori di periodici, in particolare Vanity Fair e Donna Moderna, che hanno proposto e animato dibattiti molto interessanti.
 
 
Come Clubhouse può essere utilizzato dagli editori e da chi – a vario titolo – lavora con i contenuti editoriali? Come si può pensare di costruire la propria presenza?
Per rispondere a questa domanda abbiamo organizzato con AIE un intero workshop, ma per dare un’idea a chi non potrà partecipare torno alla risposta alla prima domanda: serve voce, ritmo, un’idea. Esattamente come per la scrittura il ritmo del parlato non si improvvisa, non nel senso che sono spazi riservati ai professionisti ma che un progetto editoriale deve partire dai fondamentali, su Clubhouse come altrove. Un editore deve chiedersi se e come i suoi autori possono animare un palinsesto in cui essere interessanti potendo contare solo sulle parole parlate, non scritte, partendo quindi dalle persone e dalle loro potenzialità. L’obiettivo è, come sempre per me, dare un nuovo punto di ingresso nel mondo narrativo o di approfondimento, quindi un modo diverso per far nascere la voglia di leggere un libro o di conoscere un autore.
 
 
Come s’inserisce la nascita di questo social nell’interesse crescente che il settore dei contenuti (e quindi anche l’industria editoriale) sta sviluppando nei confronti della voce e dell’audio?
È interessante ricordare che Twitter è nato per caso mentre i suoi ideatori – tra cui Evan Williams, l’ideatore di Blogger.com e Medium.com – cercavano di realizzare un’app di podcast: Odeo. Questo per dire che l’interesse nei confronti della voce e dell’audio arriva da lontano, perché si è sempre cercato di ricreare il fascino dell’ascolto rilassato, tipico della radio, unendolo alla libertà di pubblicazione / trasmissione del digitale. Questo è Clubhouse: posso tenerla accesa come la radio, ma se voglio parlare io posso farlo senza chiedere il permesso a nessuno.

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Unimi, Aie e Fondazione Mondadori. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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