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Mercato

Osservatorio Covid-19. Il focus sulla piccola e media editoria

di Giovanni Peresson notizia del 19 maggio 2020

Attenzione, controllare i dati.

La quarta rilevazione dell’Osservatorio AIE sull’impatto che l’emergenza Covid-19 sta avendo sul settore editoriale è stata dedicata interamente alla piccola e media editoria (PmE). I risultati mettono subito in evidenza la fragilità (strutturale) che il comparto già viveva nel 2019. Il 65% dei rispondenti dichiarava di operare già nello scorso anno in una fascia di fatturato che non superava il milione di euro. E di «fatturato» inteso come valore del venduto a prezzo di copertina, comprendente, quindi, anche i costi distributivi. Appena l’8% dichiarava un valore delle vendite superiore ai 4 milioni di euro, e il 20% si collocava tra 1 e 2 milioni. Dati e valori che confermano quanto ha continuato a emergere in questi anni dalle ricerche presentate da AIE a Più libri più liberi. Nel vasto quadro della PmE abbiamo che i primi 100 PmE generano il 73% della parte di mercato che presidiano.


La rimodulazione del lancio novità

Come gli altri settori anche la PmE ha dovuto ridefinire il piano di uscite e i tempi dei lanci novità. La previsione che il settore ipotizza a fine 2020 è di una flessione del -32% di titoli che prevedeva di pubblicare quest’anno. Un valore che accentua ancor più il valore medio del -27% del settore che avevamo visto negli Osservatori precedenti.

Una previsione del calo dei lanci novità che va a incrociare la fragilità strutturale del settore della PmE: opere di cui si sono già acquisiti i diritti, tradotte e di cui si dovranno pagare le traduzioni, il lavoro grafico, pensate per l’uscita in un certo periodo dell’anno.

Un -32% che è il risultato di una ipotesi previsionale di recupero di parte delle uscite previste nella seconda metà del 2020. Un recupero che è comunque inferiore percentualmente rispetto alle aspettative del settore: ad esempio -21% nei mesi di settembre-dicembre per la PmE a fronte di un -8% di stima di tutto il comparto. 

Ciò che è certo è quello che è già avvenuto nelle settimane e mesi passati. Un rinvio delle uscite che precipita dal -11% di gennaio-febbraio, al -35% di marzo-aprile, fino al -59% di maggio-giugno.
In termini assoluti possiamo stimare 11.300 titoli in meno che verranno pubblicate nel 2020 dai PmE. Con qualche cautela, rispetto alle circa 21 mila opere pubblicate in meno nel corso di quest’anno, rappresentano il 54% delle mancate uscite.


Il calo del fatturato e le criticità

Tutto questo si traduce in un calo di fatturato: il 72% della PmE indica di aver registrato nel marzo 2020 un calo del fatturato complessivo, rispetto al corrispondente periodo del 2019, che è superiore al 30%. Il 29% dei rispondenti lo colloca oltre il 70%. Il 77% indica perdite di vendite nei canali trade (librerie, e store online) superiori al 10%. Il 25% rileva un calo di fatturato che va oltre il 70% (e c’è un 23% che non era in «grado di indicarlo» al momento della compilazione del questionario).

L’e-book solo in misura limitata ha smussato questi picchi negativi. Se un 10% afferma di aver registrato nel mese di marzo 2020 (rispetto a marzo 2019) una maggior vendita di e-book che va oltre il 50%, il 37% indica crescite ben più modeste che non superano il 20% (sappiamo da altre fonti che la media della crescita delle vendite di e-book si colloca oggi al +70% rispetto al corrispondente periodo del 2019). Di questo 37%, il 16% (la metà) afferma che non è affatto aumentata rispetto al 2019.

A fronte della chiusura delle librerie, e della non presenza della PmE nei banchi libri della Gdo, le vendite negli store online e in generale l’attività di e-commerce fanno segnare una duplice polarizzazione. La crescita – a librerie chiuse o che svolgevano servizio di consegna a domicilio – si è spostata verso l’e-commerce del libro fisico, ma il 42% dei PmE indica un aumento che non supera il 10% (sempre rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente). E solo un 2% indica crescite che vanno oltre il 40% (c’è però un 28% che afferma di non essere in grado di fornire indicazioni al riguardo). Questo 2% diventa il 16% nel caso di vendite effettuate a partire dal sito della casa editrice.

È probabile che questo miglior risultato (nuovamente per pochi PmE) dipenda da una organizzazione dei processi e delle infrastrutture tecnologiche messe in campo in tempi precedenti. Ma anche, con la torsione che stanno avendo i comportamenti d’acquisto, una riflessione sull’implementazione nel proprio sito di attività di e-commerce, ma anche di comunicazione (dovrò far arrivare sulla mia piattaforma di PmE i clienti: quali vantaggi e servizi offrirò loro che gli store online non offrono in questo momento?)


Cosa ha fatto la PmE?

Come tutto il settore anche la PmE ha messo in campo delle misure volte a ridurre l’impatto negativo del lockdown delle librerie, dei saloni e dei festival.  Il 50% afferma di aver «messo a disposizione sul sito materiali gratuiti come interviste agli autori della casa editrice, letture pubbliche di propri autori»; un altro 50% di aver «offerto spese di spedizione gratuite»; il 40% ha «messo a disposizione sul sito materiali gratuiti: alcuni e-book, audiolibri o bibliografie ragionate del proprio catalogo; il 30% ha «offerto sconti speciali»; il 17% ha «preso contatti diretti con alcune librerie per promuovere assieme letture pubbliche dai rispettivi siti». Dato di rilevo è che il 63% ha implementato in questi mesi, magari in tempi diversi, almeno tre delle misure che erano indicate nel questionario (ad esempio «Preso contatti diretti con alcune biblioteche per iniziative di promozione della lettura», «Aumento della presenza di e-book della mia casa editrice su Media library Online», ecc.).


Le aspettative

Solo il 2% prevede una situazione di ripresa «già» nella seconda parte dell’anno in corso. Il 90% la fa slittare ancora più in là: il 2021 viene indicato dal 57% degli editori. Un altro 33% la colloca solo nel 2022, e un altro 8% «ancora più in là nel tempo».

In una prospettiva previsionale ancora più ampia, alla domanda «A oggi, quanto temi che questa crisi ti obblighi a chiudere o cedere la tua casa editrice?» ci troviamo di fronte a un 23% di rispondenti che al momento dell’intervista la «esclude». Al polo opposto della gamma di risposte previste (77%), il 68% «la teme» (anche se la ritiene «poco probabile» o considera «la sopravvivenza della casa editrice altrettanto probabile della sua chiusura») e il 9% vede la chiusura come «una prospettiva che dovrò prendere in considerazione già quest’anno».

Tutti prevedono che le diverse criticità (vendite, distribuzione, lancio novità, cassa integrazione, ecc.) riguarderanno tutto il 2020 (con un 8,9 di voto medio di accordo rispetto all’affermazione, sempre in una scala da 1 a 10). Un 94% prevede una prosecuzione della criticità nel 2021 (grado di accordo con l’affermazione che scende però a 5,6). Di nuovo – con valori importanti, oltre il 90% delle risposte – vedono come impattante sull’attività futura il fatto che «crescerà la minor disponibilità di spesa della famiglia per l’acquisto di libri anche a librerie aperte», e che «alla situazione di difficoltà si aggiungerà quella relativa all'affollamento dei lanci in un numero ridotto di mesi» (voto rispettivamente di 7,1 e 7,7).


 

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, anche se adesso è un po' complicato. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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