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Internazionalizzazione

Il caso Wagenbach

di Alessandra Rotondo notizia del 3 gennaio 2023

«Bambino di guerra, vedova, la più anziana, di Kafka, anarchico e cavaliere, ciclista, berlinese e appassionato dell’Italia». È con queste parole che la casa editrice che porta il suo nome ricordava Klaus Wagenbach nel giorno della scomparsa, il 17 dicembre 2021. Sottolineando una passione, quella per l’Italia, che per più di cinquant’anni avrebbe guidato le sue scelte editoriali. E che ancora indirizza la casa editrice.

«Negli anni Cinquanta viaggiò in bici da Francoforte a Paestum: era uno studente di storia dell’arte e la conoscenza di quella italiana era lo scopo del suo viaggio» racconta Susanne Schüssler, vedova di Wagenbach e da vent’anni alla guida della casa editrice da lui fondata. «Rimase talmente affascinato dall’Italia e dalla sua ospitalità che – per consentirgli di prolungare la permanenza in un periodo in cui il cambio valuta per il viaggiatore era limitato – suo padre fece una donazione a un ordine monastico in Germania in modo che lui potesse pernottare nei loro monasteri in Italia».

Il suo acuto interesse per la politica lo portò ben presto a interessarsi al dopoguerra italiano, indagando le differenze tra la Germania nazista e l’Italia fascista e il confronto con un passato difficile da elaborare. Quando, un decennio più tardi, Klaus Wagenbach aprì la sua casa editrice, conobbe alla Fiera di Francoforte Giangiacomo Feltrinelli, che lo introdusse al Gruppo 63: l’affinità intellettuale e la conoscenza di un po’ d’italiano gli valsero subito un invito a Milano, durante il quale strinse un’amicizia a vita con Inge Feltrinelli.
Il confronto con il Gruppo 63, continua Schüssler, fu straniante. Se nel Gruppo 47 tedesco, che pure aveva ispirato l’esperienza italiana, gli autori potevano solo leggere i loro scritti senza intervenire oltre, il Gruppo 63 praticava una caotica democrazia. «Tutti commentavano tutto, autore compreso, con critiche e toni vivaci. Fu l’inizio della passione di Klaus per la letteratura italiana».
 
Sempre Giangiacomo Feltrinelli introdusse Klaus Wagenbach a Giorgio Manganelli. «Non è un autore che si vende con facilità», lo avvisò. Cionondimeno, nel 1967 Wagenbach pubblicò Hilarotragoedia, nella traduzione di Toni Kienlechner, col titolo tedesco Niederauffahrt: il primo libro di autore italiano proposto dalla casa editrice tedesca. A Manganelli, che nel 2022 avrebbe compiuto 100 anni, hanno da poco dedicato una nuova edizione di Centuria.
 
Circa diec’anni più tardi, nel 1978, la pubblicazione in tedesco degli Scritti corsari di Pasolini avrebbe rappresentato un importante punto di svolta nel rapporto tra la Germania e la letteratura italiana. «In quel periodo – continua Schüssler – politica e opinione pubblica si confrontavano con l’emergente Partito dei Verdi, nato pochi anni prima nella Germania Ovest». La grande comunanza di temi con l’intellettuale italiano portò Wagenbach alla vendita di oltre 80 mila copie: «Tante per una raccolta di saggi, peraltro lunga, complicata, di difficile lettura».

L’inatteso successo di Scritti corsari inaugurò una stagione di riavvicinamento alla cultura italiana e alla sua letteratura. Una stagione di cui la casa editrice Klaus Wagenbach fu grande protagonista, traducendo le principali autrici e i principali autori del dopoguerra italiano e imponendosi come riferimento per la letteratura italiana in traduzione tedesca.
La passione per i classici italiani del Novecento, d’altronde, continua tutt’ora in casa editrice. «Alla scoperta delle nuove voci affianchiamo sempre la ripubblicazione di autrici e autori come Elsa Morante, Luigi Malerba, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia… Importantissimi, bellissimi. Lo facciamo per i più giovani, per cui sono nuovi».
 
C’è poi un altro filone molto importante per la casa editrice, figlio degli studi e della primigenia passione di Klaus Wagenbach: la storia dell’arte. «In dieci anni, dal 2004 in poi, abbiamo pubblicato 45 volumi di Giorgio Vasari, in nuova traduzione, con commenti dello storico dell’arte Alessandro Nova, a capo del Kunsthistorisches Institut di Firenze. Un’edizione splendida ma comunque tascabile, da leggere, non da tenere esposta». Altra grande innovazione, l’indice, in coda a ciascun volume, delle opere degli artisti nominati, con l’attuale collocazione. Un dettaglio tutt’altro che velleitario, che racconta di una passione viva, attuale, esplorativa per il patrimonio artistico italiano.
 
Non a caso, il terzo filone editoriale che la casa editrice dedica al nostro Paese si concentra proprio sulla «non fiction»: dalla saggistica colta – Carlo Ginzburg, Salvatore Settis – ai manuali di cucina regionale, ai prontuari di viaggio (ma non solo) per introdurre i tedeschi a cultura e usi italiani. L’obiettivo è da sempre quello di riprodurre – e riproporre – l’italianità nel suo complesso: un’opera di mediazione culturale che, sintetizza Schüssler, porta a pubblicare anche «libri italiani che in Italia non esistono». È il caso della collana «Eine literarische Einladung» (Un invito letterario) che racconta all’ipotetico visitatore le principali città italiane attraverso gli scritti che vi hanno ambientato i nostri autori.
 
Tornando alla letteratura, il legame di Wagenbach con l’Italia non s’interrompe di certo con la tornata di scrittrici e scrittori del dopoguerra. Benni, Celati, Cavazzoni, Scarpa, Nori, Celestini, Camilleri sono solo alcune delle voci pubblicate dalla casa editrice negli ultimi decenni. Quando le si chiede, poi, quali sono i libri italiani che i lettori tedeschi hanno accolto meglio in tempi recentissimi, Susanne Schüssler fa riferimento in particolare a due casi: Francesca Melandri con Sangue giusto e Giulia Caminito con L’acqua del lago non è mai dolce.
 
Il primo – 100 mila copie in hardcover vendute in Germania in pochi mesi, cifra rapidamente eguagliata anche dall’edizione tascabile – racconta una storia che annoda i fili del mai affrontato colonialismo italiano con le attuali vicende dei migranti del Mediterraneo. «Da noi uscì nell’agosto 2018, quando la nave Diciotti rimase per diversi giorni al largo di Lampedusa con 190 migranti a bordo». Una contingenza non banale. «È un libro molto toccante, molto bello, molto duro, del cui successo sono entusiasta. Perché non è ordinario che un tema così complesso e una scrittura così esigente arrivino a un pubblico tanto ampio».
Per quanto riguarda Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce – vincitore in Italia del Premio Campiello e finalista allo Strega nel 2021 – è il suo secondo romanzo pubblicato da Wagenbach. «In Germania è uscito da qualche mese, accompagnato da recensioni favolose e dal grande entusiasmo di libraie e librai. I temi della bellissima scrittura di Giulia sono molto italiani: non è una storia che sarebbe potuta nascere altrove».
 
La specificità territoriale, geografica, ambientale della narrazione è un elemento che guida molto la casa editrice Wagenbach nella selezione degli autori da tradurre e pubblicare. Ed è un incantesimo che si può incrinare. Negli anni Novanta, racconta Schüssler, la letteratura italiana s’imbarcò in un processo di americanizzazione che la allontanava dal sentire della casa editrice. «Allo stesso modo non siamo mai stati interessati al filone dei gialli. Con la sola eccezione di Sciascia, ammessa e non concessa la possibilità di definirlo giallista». Negli anni Duemila l’editoria italiana avrebbe ricominciato a produrre frutti graditi a Wagenbach, e il dialogo sarebbe agevolmente ripreso:  Mario Desiati, Michela Murgia, Marco Missiroli, per citarne alcuni non già citati.
 
«Autrici e autori sono per noi una risorsa irrinunciabile» sottolinea Schüssler. E non solo perché sono il capitale creativo della nostra industria, l’anello della filiera tolto il quale, semplicemente, le storie non esisterebbero. «Ma perché sono dei formidabili lettori, una fonte di conoscenza eccezionale sulla letteratura».
 
In tanti anni di liaison con i nostri libri, cos’è che ha tenuto viva questa passione? «Per me – conclude Susanne Schüssler – la letteratura italiana ha sopra ogni cosa la capacità di produrre novelle, racconti e storie. È una tradizione antica, che si consolida nel Rinascimento e arriva fino ai giorni nostri: piccoli fatti inventati per dire grandi verità».


Questo articolo è stato pubblicato originariamente, in una versione diversa, sul Giornale della libreria di ottobre 2022. Se sei abbonato, scarica qui la tua copia. Altrimenti scopri come abbonarti.

L'autore: Alessandra Rotondo

Dal 2010 mi occupo della creazione di contenuti digitali, dal 2015 lo faccio in AIE dove oggi coordino il Giornale della libreria, testata web e periodico in carta. Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Unimi, AIE e Fondazione Mondadori. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: editoria, libri, podcast, narrazioni su più piattaforme e cultura digitale. La mia cosa preferita è il mare.

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