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Innovazione

Privacy e tecnologie. Il bracciale per impedire ad Alexa di origliare

di Alessandra Rotondo notizia del 26 febbraio 2020

Attenzione, controllare i dati.

Ben Zhao ed Heather Zheng sono professori d’informatica all’Università di Chicago. E sono una coppia. Quando il dottor Zhao ha portato a casa un Amazon Echo (lo smart speaker con l’integrazione dell’assistente vocale Alexa) e ha proposto alla dottoressa Zheng, sua moglie, di collocarlo in uno spazio di lavoro che condividono, le reazioni non sono state entusiaste: «Non lo voglio nel mio ufficio, scollegalo. Il suo microfono è sempre accesso».

Il passo successivo è stato quello di trasformare il disaccordo in qualcosa di produttivo. Con l’aiuto del ricercatore Pedro Lopes hanno progettato una sorta di armatura digitale: un «braccialetto del silenzio» capace di interferire con il funzionamento degli altoparlanti intelligenti e, in generale, dei microfoni dei dispositivi elettronici, in modo da schermare le conversazioni di chi lo indossa.

Un anti-smartwatch, sia per l’estetica cyberpunk che per lo scopo: «sconfiggere» la tecnologia indesiderata, o meglio circoscriverla, arginarne l’uso alla sfera della volontà e della consapevolezza. Piuttosto significativo, peraltro, che la notizia arrivi negli stessi giorni in cui il report annuale di WeAreSocial mostra come – anche in Italiasmart speaker e tecnologie wearable facciano sempre più parte della routine digitale.

Il bracciale monta su un corpo un po’ grossolano 24 altoparlanti che emettono, quando accesi, segnali a ultrasuoni. Al netto di un ronzio bianco di sottofondo, il suono emesso dal monile è pressoché impercettibile all’orecchio – con la possibile eccezione dei più giovani e dei cani – ma i microfoni rilevano le sue alte frequenze, rimanendone «invasi» e non riuscendo a captare altro, voci comprese.


Il tema della privacy connesso a quello delle tecnologie smart a utilizzo domestico è oramai particolarmente sentito negli Stati Uniti. I dati più recenti riferiscono che un americano adulto su cinque ha uno smart speaker in casa, ma non basta: negli ultimi anni milioni di telecamere di sicurezza di nuova generazione (come quelle del marchio Ring o le Nest, di Google) sono state vendute. Questo significa che andare a casa di qualcuno, fare quattro chiacchiere nel suo salotto o semplicemente bussare alla sua porta, contempla in una molteplicità di casi l’ipotesi di essere filmati, registrati, tracciati. Con evidenti impatti sulla tutela e l’esercizio delle proprie libertà e dei propri diritti.

Il funzionamento degli altoparlanti intelligenti prevede che i loro microfoni siano sempre accesi, in attesa di ascoltare le parole d’ordine per attivarsi e rispondere: «Alexa», «Ehi, Siri», «Ok Google». Solo dopo aver sentito questi comandi dovrebbero iniziare a registrare. Ma il moltiplicarsi di alcune notizie di cronaca – invero abbastanza inquietanti – lascerebbe pensare altro: da chi ha visto recapitare a mezza rubrica la trascrizione di una conversazione avvenuta tra le proprie mura domestiche ai casi giudiziari risolti grazie all’aiuto dello smart speaker nel ruolo di «teste».

Due ricercatori della Northeastern University, David Choffnes e Daniel Dubois, hanno recentemente somministrato 120 ore di trasmissioni televisive a un pubblico di altoparlanti intelligenti per vedere cosa attiva i dispositivi. Hanno scoperto che le macchine si sono svegliate dozzine di volte e hanno iniziato a registrare dopo aver sentito frasi simili alle rispettive parole d’ordine. Anche da noi, peraltro, è noto a molti che l’assistente virtuale di Google – per esempio – si attiva all’ascolto di frasi che semplicemente ricordano quella originale: da «Ok Ugo» a «Ok boomer».

La questione pone anche dei problemi di etichetta, per così dire. Rick Osterloh, a capo dello sviluppo hardware di Google, ha recentemente affermato che i proprietari di casa dovrebbero rivelare la presenza di altoparlanti intelligenti ai propri ospiti, spingendosi a ipotizzare che in un futuro prossimo saranno gli stessi device a segnalarsi, offrendo uno scenario informato a chi potrebbe capitare inconsapevolmente nel loro raggio d’azione.

Il «braccialetto del silenzio» non è il primo dispositivo inventato per saturare le orecchie degli assistenti digitali. Nel 2018, due designer avevano creato Project Alias, un'appendice che – posizionata su uno smart speaker – aveva ugualmente la funzione di renderlo sordo alla voce umana. Ma Heather Zheng sostiene che la principale caratteristica di un dispositivo con questa funzione debba essere proprio l’indossabilità, funzionale a proteggere le persone mentre si muovono attraverso ambienti diversi, dove potrebbero essere posizionati microfoni e dispositivi in ascolto a loro insaputa.

Per il momento lo strano monile è solo un prototipo. I suoi creatori affermano che sarebbero capaci di produrlo stando in un prezzo di vendita al consumatore di 20 dollari. E che ci sono già degli investitori pronti a sostenere il business.

D’altro canto, Woodrow Hartzog, professore di giurisprudenza e informatica presso la Northeastern University, ritiene che le armature digitali non siano lo strumento più adatto tutelare la privacy. «La comparsa sul mercato di questi dispositivi creerà una corsa agli armamenti per una battaglia che, in ogni caso, abbiamo perso in partenza» ha dichiarato al New York Times.

Invece di investire sull’acquisto di strumenti di difesa individuali, sottolinea il professor Hartzog, abbiamo bisogno che i vertici politici approvino leggi capaci di tutelare più efficacemente la nostra privacy, leggi che ci diano il controllo sui nostri dati, che fissino il confine entro i quali aziende e big corp possono acquisirli, elaborarli, utilizzarli e che sanzionino efficacemente ogni debordamento.

«Fino a quel momento, staremo semplicemente giocando al gatto e al topo» ha chiosato. «Ed è un gioco che quasi sempre finisce male per il topo».

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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