«Fino a quando non si innescherà la ripresa economica è difficile anche solo ipotizzare un ritorno alla crescita per il mercato del libro». Inizia così l’intervista al Presidente dell’Associazione italiana editori, Marco Polillo, al quale abbiamo chiesto alcune considerazioni sul mercato editoriale alla vigilia del Salone internazionale del libro di Torino che si inaugurerà giovedì 8 maggio.

Qual è il principale aspetto che caratterizza le difficoltà attuali del nostro settore?

In questi anni una serie di accorgimenti il settore, e direi tutta la filiera, li ha presi: tirature più mirate, passaggio alla stampa digitale che aiuta dal punto di vista dei costi, e via dicendo. Anzi: avevamo iniziato a prenderle anche prima della crisi. Siamo stati troppo lenti? Forse. Il fatto è che il calo delle vendite continua anche in questo 2014 e nel settore mi sembra si sia ormai diffuso un senso di sfiducia generalizzata gravato per di più da un senso di plumbea attesa. È questo, a mio parere, il principale elemento di difficoltà. Lo stesso atteggiamento dei librai – che hanno, lo so bene, tutti i loro problemi – è ormai diventato di enorme prudenza. Ma una prudenza che di fatto a cosa porta? A prenotare meno copie e ad essere più cauti nella scelta dei titoli. Il risultato? Meno disponibilità di prodotto a scaffale da offrire ai clienti e di conseguenza una maggiore probabilità che il lettore vada a cercare il libro in altri canali, prima di tutto negli store on line.

L’e-book non sostituisce le perdite della carta, il mercato della lettura non si allarga: che fare?
Dobbiamo cercare di trovare per il libro fisico delle nuove modalità di distribuzione e di vendita. L’editoria è abituata a seguire una catena precisa e ben definita in tutti i suoi passaggi, con regole e ruoli ben definiti. Abbiamo una filiera estremamente lunga ed estremamente spezzettata. Oggi rispetto a tre, cinque o dieci anni fa non possiamo più permetterci di avere tanti e tali passaggi e mediazioni. La torta del mercato si è ridotta, probabilmente si ridurrà ancora, e i margini per tutti non ci sono più. È un percorso doloroso e che lascerà per strada qualcuno, me ne rendo perfettamente conto. Ma se l’e-book non è la soluzione che qualcuno immaginava (la scorsa settimana il «Gdl» ha pubblicato un'analisi analoga tratta dai bilanci di alcuni grandi editori USA ndr) e la torta del mercato si restringe per fattori anche esterni al nostro mondo, mi è difficile immaginare di non porre sul tavolo questa riflessione.

Il nostro mercato della lettura è tra i più piccoli e fragili tra i grandi Paesi occidentali. Da qualche settimana al Centro per il libro è stato nominato un nuovo presidente: cosa si aspetta?
Romano Montroni è una persona validissima, ma né lui né Gian Arturo Ferrari, né chiunque altro può fare miracoli in assenza di risorse economiche. Dovremmo fare come hanno fatto in Francia, dove si è avuto il coraggio di mettere sul tappeto decine di milioni di euro all’anno che sono sicuramente una buona base per programmare campagne e realizzare infrastrutture. Se non può godere di fondi certi e costanti, la promozione della lettura rischia di trasformarsi in una sorta di gigantesco volontariato. Questo approccio permette di realizzare anche nel nostro settore cose lodevoli. Molti dei festival che si svolgono in Italia sarebbero impensabili senza questo volano, ma non può essere la chiave di volta per un progetto nazionale e distribuito su un lungo periodo.

Come valuta il ruolo delle politiche istituzionali e di governo?
Tutti hanno ripetuto nel 2013 e anche in questi mesi che la lettura e la cultura sono cose fondamentali e importanti per la crescita del Paese, sono una risorsa dell’Italia, sono la nostra grande tradizione. Poi a queste parole fa seguito nei fatti – parola che dovrebbe essere cara all’attuale governo – il nulla più assoluto. Le parole non mancano, ma i fatti e le risorse? Purtroppo le vicende del Centro per il libro e la questione dell’equiparazione dell’Iva sono lì a dimostrarlo. Rispetto a quest’ultima è sempre stato detto – correttamente – che è materia comunitaria e quindi è Bruxelles a dover decidere: vero! Però l’Italia a Bruxelles c’è. La Francia e Lussemburgo hanno ignorato la direttiva, rischiato la procedura d’infrazione, ma hanno adeguato i loro regimi Iva. Non si vede per quale motivo non l’abbiano potuto fare anche i nostri governi. Poniamo pure che siano restii ad andare contro le direttive comunitarie e rischiare procedure di infrazione – solo in questo caso, per altro – ma a Bruxelles nessuno dei nostri parlamentari ha mai sollevato il problema. A luglio comincerà il semestre europeo dell’Italia, vediamo se il nostro governo riuscirà a risolvere la questione, intanto, alla stregua di quanto fatto il Francia e Germania, abbiamo tradotto il Manifesto per le elezioni europee realizzato dalla Federazione europea degli editori (Fep) e lo diffonderemo durante il Salone del libro. 

L'intervista completa, La sfida del mercato a cura di Giovanni Peresson è pubblicata sul «Giornale della libreria» di maggio. Se non sei abbonato, scopri qui le condizioni di abbonamento