
Il confronto cartaceo-digitale, benché per molti cominci a essere un concetto obsoleto, non sembra aver ancora esaurito la sua vis polemica. Dopo le notizie riguardanti
il calo delle vendite degli e-book nel mercato americano, non sono mancate le reazioni da parte delle testate giornalistiche, che hanno risposto in maniera diversa ai dati presentati: in particolare,
su «Fortune» è comparsa un’analisi di Mathew Ingram – senior editor esperto di tecnologia e nuovi media –
che, in pratica, ribalta tutti i risultati presentati (fin dal titolo,
No, e-book sales are not falling, despite what publishers say).
La tesi che Ingram sostiene è che i dati presentati, e a cui tutti i giornali che hanno riportato la notizia fanno riferimento, siano parziali, perché riferiti solamente a quegli editori che sono associati alla
Association of American Publishers: il risultato, quindi, starebbe a significare che solo gli editori associati hanno subito un calo, mentre gli altri – in cui vengono conteggiati anche gli autori self-published, che forse però sono più una categoria a sé – continuerebbero in molti casi ad avere un buon ritorno di mercato sul fronte digitale. La differenza sostanziale la farebbe il prezzo, che gli associati dell’AAP tendono a mantenere più alto rispetto alle altre categorie citate (anche se, c’è da dire, molti auto-pubblicati non hanno spese redazionali e non calcolano il costo tempo usato per twittare o sfruttare altri strumenti social per la propria promozione), secondo Ingram per una logica di profitto ancora legata alle vendite dei cartacei, in particolare degli hardback, ovvero i libri in copertina rigida.
Tuttavia, l’articolo di Ingram «inciampa» nel corso del ragionamento su due ostacoli: in primo luogo, l’AAP non ha mai sostenuto di avere i dati sul mercato globale, anche se – questo difficilmente si può negare – molti siti e giornali hanno ripreso la notizia come se si trattasse di un fenomeno generalizzato, nei casi peggiori di una «vittoria» (comprensibile per quanto riguarda i librai, meno quando si parla di editori, che dovrebbero voler raggiungere il cliente sotto ogni forma). In secondo luogo, molte conclusioni si basano su dati estrapolati dalle classifiche di vendita di Amazon, monitorate da Author Earnings (che ne dà una panoramica mensile), ma non su dati effettivamente rilasciati dal colosso di Bezos che, come ormai si sa, è particolarmente restio a rilasciare informazioni al pubblico, e neppure su dati rilevati da società come Nielsen o GFK; senza contare che, proprio per la natura stessa della ricerca di AE, vengono così esclusi dal computo le vendite su siti di e-commerce che non siano Amazon, alterando le stime e facendo cadere Ingram nello stesso errore di cui ha accusato l’AAP.
Senza dati verificabili, dunque, il discorso di Ingram può risultare interessante per la stampa, ma poco adatto a una discussione compiuta sullo stato del mercato e, in generale, dell’editoria. Il settore è in un momento di cambiamento intenso: focalizzarsi ancora sulla
diatriba carta-digitale, quando ormai la nostra si prospetta come l’epoca dell’Internet of Things, risulta quantomeno retrò.
Tra l’altro ricordiamo come nel dicembre 2010 proprio sul «Giornale della Libreria» comparve un documentato articolo di Piero Attanasio proprio su come interpretare i dati di questo mercato e il suo ciclo di vita: a un certo punto scriveva «se oggi [III trimestre 2010] negli USA gli e-book rappresentano il 9% del mercato, si può stimare che la crescita non si fermerà certo prima di aver raggiunto il 18%». Insomma,
bastava leggere meglio i dati e dotarsi di qualche strumento base per la loro analisi (niente che uno studente di economia non acquisisca per sostenere un esame di statistica) per evitare buona parte di un dibattito spesso sterile.