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Fiere e saloni

Nuovi pubblici e persistenza digitale: ecco i festival figli del Covid-19

di Samuele Cafasso notizia del 17 novembre 2020

Attenzione, controllare i dati.

La pandemia di Covid-19 è stata una «scossa elettrica», secondo la definizione di Piergaetano Marchetti, che sicuramente ha danneggiato i festival culturali ma che, allo stesso tempo, ha portato un nuovo tipo di pubblico, più popolare, e invogliato gli organizzatori a ripensare il loro ruolo all’interno del sistema culturale: sempre più istituzioni produttrici di contenuti che possono essere usufruiti, grazie agli archivi digitali, non solo in remoto ma anche in differita dopo mesi e anni, diventando così memoria storica del Paese. I festival culturali, un fenomeno che nella sua ampiezza e rilevanza è peculiarmente italiano, sono sopravvissuti al 2020, ma escono da quest’anno molto cambiati secondo due ricerche presentate in occasione di Bookcity, realizzate da Ipsos ed EffettoFestival con il contributo di Intesa Sanpaolo.

Sebbene il loro ruolo strategico non sempre sia riconosciuto, come sottolineato da Oliviero Ponte Di Pino che ha moderato l’incontro, i festival sono centrali nell’editoria italiana, ha ricordato il presidente dell’Associazione Italiana Editori Ricardo Franco Levi annunciando l’intenzione di «sollevare in maniera esplicita il tema del sostegno a fiere e festival» negli incontri con il ministro Dario Franceschini per la nuova legge di sistema per il libro.

Secondo i dati Ipsos presentati da Fabrizio Paschina, direttore della comunicazione di Intesa Sanpaolo, l’86% dei fruitori di cultura ha accusato la mancanza di eventi dal vivo, una percentuale che sale al 94% tra i fruitori più assidui. In un quarto dei casi (24%), questo ha portato il pubblico a rinunciare a consumare cultura, il 23% ha introdotto nuove abitudini e nuove attività. Ma ben il 53% ha cercato, almeno in parte, di proseguire con le sue abitudini cercando rifugio nelle modalità in remoto. Allo stesso tempo, soprattutto, c’è un 16% di pubblico che prima non esisteva e che viene guadagnato dai Festival in territori nuovi: famiglie con medio-basse possibilità economiche, cittadini che erano frenati dai costi dei festival (pernottamento, in alcuni casi costo dei biglietti, vitto) e che hanno trovato nella modalità online un modo interessante per avvicinarsi a mondi che prima non frequentavano. Sono persone per cui l’esperienza dei festival culturale è interessante anche rinunciando all’intensità emotiva dell’incontro dal vivo, e che anzi apprezzano la comodità di poter usufruire di uno spettacolo del genere dal divano di casa, magari nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla cura dei figli. Anzi, per queste persone proprio il consumo di eventi culturali in remoto è uno dei momenti di socializzazione del lockdown.

Dal lato dell’offerta, come spiegato da Giulia Cogoli e Guido Guerzoni per la ricerca di EffettoFestival e che quest’anno è solo una parte di una ricognizione generale sul mondo della cultura ai tempi del Covid, l’epidemia «ha permesso a tutti di realizzare quanto sia strategica la doppia identità digitale-dal vero». La ricerca si basa su 89 festival culturali italiani, tra cui i dieci più grandi, con oltre 80 mila presenze. Il 32% del campione ha mantenuto le date del festival programmato, il 17% ha annullato, il 14% ha cambiato le date, il 7% ha realizzato due edizioni. Formato ibrido per il 48% dei festival, online e in presenza, il 17% è andato solamente online, il 35% è rimasto tutto in presenza. «L’83%, quindi – nota Cogoli – è riuscito a mantenere un rapporto con il territorio e la comunità», un aspetto importantissimo che ha definito l’identità di molti festival e ha costituito uno strumento potentissimo di marketing territoriale negli anni passati. Questo è forse la maggiore criticità di fronte alla quale i festival si trovano.

Dal lato invece della rimodulazione dell’offerta, spiega Guido Guerzoni, «il 56% dei festival interpellati ha introdotto nuovi formati»: dalla dirette streaming ai podcast, quiz, webinar e molto altro. La webtv di Pordenonelegge ha avuto in tre giorni due milioni e mezzo di contatti, «numeri da broadcaster». La tendenza comune è stata quella di introdurre nuovi formati professionali in digitale, ridurre gli eventi, variare l’offerta con un mix presenza-digitale. E i risultati sono stati incoraggianti in termini di pubblico «allargato», mentre calava sensibilmente quello in presenza (con flessioni dal 25% al 60% per il 44% dei festival, superiori al 60% per il 35% di essi): gli streaming hanno avuto di media più di mille persone ma, soprattutto, la fruizione è cresciuta con le differite, disponibili sui siti o sui canali social anche dopo lo svolgimento in diretta.

Più in generale, spiega Guerzoni, «l’edizione online si accompagna a forme di registrazione che consentono ai contenuti di rimanere per sempre, che si tratti di un’intervista o di un virtual tour: il digitale consente per la prima volta, se gestito con attenzione, di dare profondità storica e trasformare i produttori di festival in istituzioni culturali». Certo, questo richiede investimenti anche dal lato dell’archiviazione digitale, ma è una trasformazione che in potenza dà nuovo valore al ruolo dei festival. Si pensi, ad esempio, agli usi scolastici.

I report degli studi presentati a Bookcity sono disponibili a questo link.

L'autore: Samuele Cafasso

Sono nato a Genova e vivo a Milano, dove ho frequentato il master in giornalismo dell’Università Iulm e quello di editoria di Unimi, Fondazione Mondadori e AIE. Giornalista, già addetto stampa di Marsilio editori e oggi di AIE, ho scritto per Il Secolo XIX, La Stampa, Internazionale, Pagina99, Wired, Style, Lettera43, The Vision. Ho pubblicato «Figli dell’arcobaleno» per Donzelli editore. Quando non scrivo, leggo. O nuoto.

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