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Editori

Il libro per ragazzi italiano piace all'estero. Cresce del +6,8% l'export diritti

di Giovanni Peresson notizia del 31 marzo 2015

Attenzione, controllare i dati.

Un mercato trade che, in controtendenza rispetto a tutto il settore, è cresciuto nel 2014 del +5,7% a valore e un mercato dei diritti che nel 2014 ha registrato un +6,8% nel numero di titoli i cui diritti sono stati venduti a editori stranieri (qui una sintesi dell'indagine). Se non fosse per il calo della lettura di libri, quello dei libri per ragazzi potrebbe apparire come un’oasi felice in un oceano ancora in tempesta.
Secondo il consueto osservatorio voluto dal Gruppo degli editori per ragazzi dell’Associazione italiana editori, che da cinque anni monitora questo aspetto sempre più importante dell’attività imprenditoriale, nel 2014 sono stati venduti 2.167 diritti di edizione con un trend di crescita che è migliore rispetto alla media dell’ultimo periodo (+5,2% in media annua dal 2011). Parallelamente rallenta l’approvvigionamento di titoli acquistati da altri Paesi (sono stati 840 nell’ultimo anno), che fanno segnare un calo del -4,4%. Si tratta di una tendenza ormai conclamata che, dal 2012, ha portato alla progressiva riduzione della forbice tra import ed export che fa oggi segnare uno «spread» di oltre mille titoli, a tutto vantaggio dei libri e degli autori nazionali.
Le ragioni di questa peculiare caratteristica del mondo del libro per ragazzi sono semplici: investimenti tra gli anni Novanta e il decennio scorso in autori, grafici, illustratori nonché in un marketing dei diritti più efficiente ed aggressivo, ma anche una «qualità» riconosciuta al copy in Italy di questo settore. I libri per bambini italiani piacciono infatti all’estero e non solo alle editorie maggiori (l’export in Europa rappresenta il 63% del totale), ma anche agli editori dei Paesi emergenti come la Corea del Sud, l’Europa balcanica, la Turchia, la Polonia, l’Ungheria, i Paesi africani – che non sono proprio le prime editorie che vengono in mente. Questi Paesi hanno rappresentato in questi ultimi due anni tra il 25% e il 30% dell’export ragazzi grazie anche a una serie di missioni, incontri, partecipazioni a fiere e iniziative come il fellowship alla fiera della piccola editoria di Roma, che Aie assieme ad Ice hanno sviluppato. Perché quello dei diritti è un mercato (e un’attività) che non genera risultati immediati, ma piuttosto ha bisogno di programmazione, rapporti con soggetti istituzionali in Italia e all’estero, tempi più lunghi, interventi costanti di informazione (e formazione) per produrre risultati.
L’indagine fa emergere però anche aspetti che restano meno positivi. A fronte di un 36% di titoli i cui diritti sono stati acquistati dagli editori italiani da editorie di Paesi anglofoni (sostanzialmente UK, Stati Uniti e Canada) siamo riusciti a indirizzare a quei mercati solo il 6% dei titoli venduti all’estero. Un aspetto che conferma sul versante ragazzi ciò che Chad W. Post nell’indagine di ICE-Chicago, Italian Publishing Research Project ha mostrato nel dicembre scorso durante un incontro a Più libri più liberi riferendosi al mercato statunitense.
L’altro aspetto riguarda l’andamento dell’export in rapporto alla dimensione dell’impresa. Nel 2014 il 95% dei titoli venduti sono di grandi case editrici o di marchi ad esse collegate (era il 97% nel 2013), mentre il 5% apparteneva a piccoli editori (era il 3% l’anno precedente). Certamente si tratta di una crescita del peso dei piccoli editori, ma il punto non è questo. I titoli medi venduti (in uno o più Paesi) per un grande editore è di 211, quello di un piccolo di soli 9. Certo è la «media di Trilussa» ma evidenzia un aspetto non meno rilevante: il costo di transazione (dal costo/tempo alle spese di viaggio/soggiorno fino all’acquisto di spazio per uno stand) per un piccolo editore non sempre è economicamente sostenibile.

L'indagine in forma completa è disponibile per gli editori associati Aie

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, anche se adesso è un po' complicato. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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