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Editori

Il graphic journalism in Italia. L'importanza delle inchieste e dell'empatia con il lettore

di Federico Vergari notizia del 7 aprile 2020

Attenzione, controllare i dati.

Sono sempre più frequenti tra gli scaffali delle librerie, o in vendita in combinazione con alcuni quotidiani, opere di giornalismo a fumetti. Non è una novità, si pensi ad esempio che «Internazionale» dedica al graphic journalism un posto fisso settimanale da circa dieci anni, però i tempi sembrano maturi per un’accettazione di massa del fumetto come linguaggio (e non come genere). Non c’è dunque più da stupirsi se la cosiddetta nona arte viene utilizzata anche per raccontare territori di guerra, migrazioni, attualità e per ricostruire eventi del passato.

Inoltre in questo particolare momento storico che stiamo vivendo il mondo del fumetto è in prima linea nella lotta culturale all’emergenza Covid-19. Proprio BeccoGiallo ha aperto i suoi archivi consentendo il download gratuito di due fumetti a settimana. Il festival Arf di Roma ha messo in piedi in pochi giorni un grande esperimento di fumetto collettivo (si chiama Come Vite Distanti) e solo con i preordini hanno già donato 10 mila euro all’ospedale Spallanzani di Roma e infine il numero di Robinson de «la Repubblica» uscito nell’ultimo weekend di marzo raccoglieva le più note firme del panorama italiano intente a raccontare i giorni del virus. Sicuramente non si tratta di casi sporadici e presto vedremo nuove pubblicazioni che attraverso il fumetto ricostruiranno giornalisticamente queste delicate giornate.


Il futuro del giornalismo (e quello del fumetto): il caso BeccoGiallo. Intervista agli editori Federico Zaghis e Guido Ostanel


Prima ancora che di graphic journalism, voi avete parlato (era il 2008 circa) di «fumetto civile».
 

Esatto. Fu un giornalista in realtà – che allora non conoscevamo ancora di persona: Renato Pallavicini – a usare per la prima volta questa espressione. Lo fece con un articolo nella sua rubrica Il calzino di Bart, sulle pagine de «l'Unità», dopo essere passato al nostro stand durante la fiera di Lucca Comics e aver sfogliato in incognito e con grande curiosità le nostre pubblicazioni. Così come era accaduto di recente in teatro con i lavori di Paolini, Celestini, Perrotta, era nata una nuova casa editrice italiana di fumetti specializzata nella produzione di opere che trattavano gli stessi temi (quelli della memoria collettiva, spesso dimenticata) e con un piglio simile (un invito a non dimenticare, per l'appunto, e a fare tesoro delle lezioni della storia): il disastro del Vajont, la strage di Ustica, il terremoto del Friuli, la tragedia dei minatori italiani a Marcinelle, per citarne alcune.  Eravamo noi, quella casa editrice. 


Vale ancora questa definizione? 

Questa definizione vale ancora e più di prima, se riferita alla parte del catalogo BeccoGiallo dedicata a questo tipo di produzione editoriale, dove di recente sono uscite opere dedicate alla strage del treno Italicus, al sequestro Moro o al disastro di Seveso.


Basandovi su quali elementi decidete se pubblicare o meno un’opera? 

Fatta salva la qualità artistica della proposta, le variabili sono diverse, e dalla combinazione di queste cerchiamo di volta in volta di prendere le nostre decisioni. Ne citiamo alcune che riteniamo decisive: l'interesse pubblico a divulgare o a rimettere in circolo fatti o eventi accaduti di recente o nel passato, la vicinanza degli autori al tema trattato e la loro disponibilità a indagare e approfondire i fatti, l'approvazione delle persone più vicine a quanto accaduto, che cercano ancora troppo spesso strumenti utili a combattere le loro battaglie per la giustizia, la verità e la memoria.


Conta il metodo. E può essere solo quello giornalistico. Intervista a Marco Rizzo, tra inchieste e sceneggiature.


Hai scritto lavori di graphic journalism sia da desk sia stando sul campo. Come cambia il metodo di lavoro se sei sul posto o se sei in studio con delle carte da studiare? 

Il metodo alla fine è sempre giornalistico. Se non sei sul posto devi comunque studiare e prepararti. Devi selezionare le fonti, intervistare i testimoni, parlare con gli inquirenti. Da lì poi – come è successo per i libri che ho scritto e sceneggiato su Mauro Rostagno, Ilaria Alpi, Pantani e tanti altri – si arriva a ricavare una storia che è una propria versione del racconto di come sono andate le cose. Se invece c’è la possibilità di essere presenti sul campo l’approccio è un po’ diverso perché la storia viene vissuta in prima persona ed è inevitabilmente influenzata da come si evolvono i fatti di cui si è testimoni indiretti.


Consigli un titolo per chi sta leggendo questo pezzo e non ha mai letto un’opera di giornalismo a fumetti?

Sicuramente Palestina di Joe Sacco. Si può considerare un manuale del graphic journalism. Sacco lavora sul campo e applica metodi giornalistici differenti a volte anche all’interno di una stessa tavola. Ci sono pagine di Palestina che raccolgono nel giro di poche vignette più esempi di giornalismo. Dalla ricostruzione all’intervista passando all’infografica. Sicuramente è il titolo migliore da cui partire.


Un giornalismo che riporta i fatti e non dimentica le emozioni. Intervista a Claudio Calìa. 


Recentemente abbiamo letto (su «Linus» di febbraio e marzo) dei tuoi reportage dall’Iraq. Mi racconti il tuo metodo di lavoro? Nel momento in cui ti trovi davanti a una notizia o una storia come la trasformi in un fumetto? 

In realtà il lavoro è di sintesi ed elaborazione successiva, spesso non funziona che «mi trovo davanti a una notizia» e decido di farne un fumetto. Piuttosto quando sono impegnato nei miei viaggi cerco di appuntarmi tutto quello che vedo e sento, dalle chiacchiere a dettagli molto più minuti, in modo da avere molto materiale da scandagliare al mio ritorno. Per la natura stessa dei progetti che mi portano all'estero poi, viene sempre prodotto un grande quantità di materiale multimediale, da foto a video a interviste, che poi uso come documentazione e reference per i disegni. Insomma per esempio al momento in cui ti sto scrivendo non so quale sarà la mia prossima storia per «Linus», ma so da che materiale andrò ad attingere (e certo, ho qualche idea su cosa sceglierò nello specifico). Comunque scelta l'idea il lavoro successivo è di sintesi e montaggio, considera che tutto il materiale che ho è in lingua, araba o curda o inglese, per cui devo lavorare molto sui testi, per mantenere da un lato comprensibilità per il lettore e dall'altro rispetto per la testimonianza che sto riportando.


Spesso nel giornalismo (anche in quello a fumetti) ci si interroga sul ruolo del cronista dentro la storia. Osservatore o protagonista? Tu come ti poni?  

Nella mia esperienza direi che al momento ho attraversato entrambe le posizioni. Sono stato «personaggio» in alcuni miei libri, mentre nella produzione più recente tendo maggiormente a scomparire dall'orizzonte visivo del lettore. Direi che comunque ho sempre lasciato che fossero i fatti in qualche modo a scorrermi intorno e decidere gli eventi di una storia.


Chiudiamo con la tua definizione di graphic journalism. 

Ardua risposta, il genere non mi sembra ancora così codificato, ma diciamo che mi piace pensare al fatto che sia un giornalismo che oltre al resoconto dei fatti ha maggiori possibilità di riportare anche le emozioni di un determinato evento e creare empatia con il lettore in quel modo particolare che solo il fumetto può fare.

L'autore: Federico Vergari

Giornalista. Scrive per il web, la carta stampata, parla in radio e collabora con il Tg di una televisione locale romana. Si occupa prevalentemente di cultura, cronaca, sport e nuove tecnologie. Per Tempo di libri cura i contenuti del Bar Sport, un luogo dove si raccontano storie e l'editoria si fonde con la narrazione sportiva.

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