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Curiosità

Un videogioco come libro di testo

di Alessandra Rotondo notizia del 24 giugno 2020

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Si chiama This War of Mine ma non è un simulatore di guerra (un «survival-gestionale») come gli altri. È un’avventura per la sopravvivenza nella quale al giocatore tocca l’arduo compito di guidare un gruppo di civili che tenta la fuga dall’assedio della propria città. Una città generica: ma l’atmosfera rimanda chiaramente ai conflitti balcanici degli anni Novanta.

Barricato in casa di giorno, costretto a rischiose sortite di notte, il giocatore deve curarsi dell’altrui e della propria sopravvivenza barcamenandosi tra dilemmi etici e scelte disturbanti e dolorosissime: dare da mangiare ai soli adulti o anche ai bambini? Curare i feriti o lasciarli morire? Derubare i più deboli per sostenere la possibilità di riuscita dei più forti? L’imperativo è resistere fino al cessate il fuoco. La morale del gioco è cristallina: la guerra è un orribile e disumanizzante massacro. In ogni caso.

Un insegnamento universale che il premier polacco Mateusz Morawiecki ha deciso di convertire di un obiettivo didattico, annunciando durante una visita alla software house che ha progettato il gioco – la 11bit Studios di Varsavia – che This Ware of Mine sarà il primo videogioco a essere inserito come «libro di testo consigliato» nei programmi scolastici della scuola pubblica. Consigliato sì, ma solo al pubblico degli studenti maggiorenni, ai quali sarà offerto gratuitamente.

È una decisione rilevante per almeno due aspetti. Da un lato, va contestualizzata nel filone della gamification e in particolare dei serious game: quei videogiochi che si propongono esplicitamente l’obiettivo di restituire un insegnamento al giocatore, senza per questo rinunciare (anzi proprio cavalcando) le dinamiche di coinvolgimento immersivo proprie del prodotto; tutta la dimensione del piacere del gioco e di una fluida, appassionante, attraente giocabilità.

Dall’altro, nell’annuncio dato dal premier Morawiecki c’è anche una strategia di posizionamento nazionale quando dichiara che «i videogiochi fanno parte del canone culturale polacco». Quella videoludica, infatti, è un’industria culturale sulla quale la Polonia sta puntando molto, anche in una prospettiva commerciale (e competitiva) europea e globale.

A fare scuola, il caso di The Witcher. Da fenomeno editoriale locale (la Saga di Geralt di Rivia, serie fantasy scritta tra gli anni Novanta e gli anni Dieci del 2000 dell’autore polacco Andrzej Sapkowski) ad acclamato videogioco (sviluppato da un’altra software house polacca: la CD Project Red, diventata in aprile l’azienda di maggior valore tra quelle quotate nella Borsa di Varsavia). Fino agli schermi piccoli e piccolissimi di mezzo mondo, con la serie prodotta e distribuita da Netflix.

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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