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Libri di Laura Novati

Nuovi canoni

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Marzo 2013

di Laura Novati

L’incontro doveva avvenire nella Libreria Mursia, all’angolo tra via Galvani e via Melchiorre Gioia a Milano, dove da un paio di anni si svolgono regolarmente incontri e presentazioni, non sempre strettamente legati a nuove uscite della casa editrice; durante le ferie natalizie però, un improvvido allagamento ha reso inagibili i locali che si spera riaprano in marzo, consentendo la ripresa delle attività. Di questi incontri si occupa spesso Guido Oldani. Nato nel 1947 a Melegnano, ha pubblicato diverse raccolte poetiche (Stilnostro, 1985, Sapone, 2001, La betoniera, 2005). È stato curatore dell’Annuario di poesia di Crocetti ed è presente in alcune antologie, tra cui Il pensiero dominante, Garzanti 2001 e Almanacco dello specchio Mondadori 2008. Adesso, ha preso in carico questa collana, Argani, della Mursia.

Librerie... ancora ieri

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Febbraio 2013

di Laura Novati

Alberto Vigevani (Milano 1918-1999), editore de Il Polifilo, curatore per Raffaele Mattioli, il banchiere mecenate della allora Banca Commerciale, della Ricciardi trasferita da Napoli a Milano – la più imponente e insuperata casa editrice di testi della letteratura e cultura italiana – redattore, libraio antiquario, critico e scrittore si ripresenta in questo libretto postumo di Sellerio: Milano ancora ieri – Luoghi, persone, ricordi di una città che è diventata metropoli, uscito a ridosso delle feste, quale cantore di una città in buona misura scomparsa, ma tanto più civile, in cui dominano a pieno titolo le «botteghe» rivisitate in antitesi alle fredde luci delle tante boutique di effimera vita di oggi, a cui Vigevani dedica un nostalgico omaggio. In questo quadro non potevano mancare le case editrici e si duole l’autore di non aver tempra e forza all’impresa di scrivere la storia di questa industria cardine milanese; ne dà comunque brevi e rapidi cenni, per passare poi al capitolo immediatamente connesso e dedicato a Quelle antiche librerie: «Se Bonvesin de la Riva enumera a Milano sin dal Trecento nei De Magnalibus Urbis Mediolani, quaranta amanuensi (contro quattrocento macellai, e credo che la preponderanza dei macellai si sia accresciuta, nei secoli), non si può parlare di librai in senso moderno fino all’ultimo quarto del Quattrocento, quando, con l’introduzione della stampa a caratteri mobili, si fondarono le prime botteghe».

Gli archivi crescono

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Gennaio 2013

di Laura Novati

Il Centro Apice (Archivi della parola dell’immagine e della comunicazione editoriale) dell’Università degli Studi di Milano ha compiuto dieci anni e l’ha ricordato con una serata nella Sala Napoleonica di via Sant’Antonio; con un primo incontro con Giorgio Lucini, Gian Piero Piretto, Stefano Salis e Antonello Negri, coordinatore Andrea Kerbaker per presentare una scatola- cartella nel consueto stile elegante e sofisticato proposto dall’officina d’arte grafica Lucini. Il giorno dopo si è passati a discutere sugli «Archivi editoriali tra memoria e storia»: una giornata dedicata a discutere fra esperti italiani e stranieri; nella prima sessione, coordinata da Enrico Decleva, già rettore dell’Università e che a lungo si è impegnato in prima persona per la realizzazione del Centro Apice, Jean-Yves Mollier (Université de Versailles-Saint- Quentin-en-Yvelines), Lodovica Braida, Antonello Negri, Alberto Cadioli, Brigitte Ouvry-Vial (Université du Maine, Le Mans) e Albert Dichy (Abbaye d’Ardenne) hanno in certo modo e da punti di vista differenti ripercorso la storia degli archivi editoriali per come si sono costituiti e organizzati per arrivare non solo alla salvaguardia della cultura scritta, ma di quella particolare forma di cultura scritta che è la cultura editoriale, tutto ciò che sta prima e dopo la nascita di un libro o di un catalogo.

Translation is Europe

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Gennaio 2013

di Laura Novati

Molti anni fa, una copertina del «Giornale della libreria» (era il numero per la Buchmesse) mostrava Umberto Eco che attraverso una nuvoletta da fumetto esortava: «Don’t tax books!», nel quadro di una campagna che doveva partire a tutta forza a Francoforte per l’azzeramento dell’Iva sui libri in Europa; da verificare se, vent’anni dopo, l’obiettivo è stato raggiunto: in quanti e quali Paesi, se non l’azzeramento, si è concretamente proceduto per avere almeno l’uniformazione al più basso livello possibile dell’imposta; speriamo comunque che l’obiettivo Iva 0% sui prodotti editoriali sia una prospettiva e non un miraggio (con le dovute complicazioni indotte dal digitale). Nel frattempo, bisognerebbe dedicare un’altra copertina al nostro infaticabile promoter Umberto Eco (autore, ricordiamolo, anche dei bei saggi di Non possiamo fare a meno dei libri) perché sì, è proprio vero, «Translation is the language of Europe», oggi e domani. Riprende lo slogan anche Barroso, Presidente della Commissione Europea, firmando la prefazione di The European Union Prize for Literature - Twelve winning authors, 2012 e ricordando che dal 2003 sono state 3000 le opere letterarie che hanno ricevuto incentivi per totali 14 milioni di euro e nel 2011 si è toccato il record con 600 opere tradotte.

Il teatro e le lettere

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Dicembre 2012

di Laura Novati

Dalle statistiche di IE-Informazioni editoriali del periodo ottobre 2011-settembre 2012 risulta che la produzione di testi teatrali arriva a 254 titoli totali, e che nella classifica dei Top 10 dello stesso periodo, esclusi i classici, troviamo solo tre titoli: Ausmerzen di Marco Paolini, Il dio del massacro di Yasmina Reza e Dio è nero di Dario Fo. La Reza è l’unica drammaturga, per quanto abbia iniziato come attrice: nata a Parigi nel 1959 da padre iraniano e da madre ungherese, entrambi ebrei, che arriva al successo con Conversations après un enterrement, rappresentata nel 1987, Premio Molière come miglior autore, mentre l’opera seconda, La traversée de l’hiver, vince il Molière come miglior spettacolo regionale. Il successo internazionale arriva con Art, 1994, tradotta e rappresentata in oltre trenta lingue. Il dio del massacro è pubblicato da Adelphi nel 2007, ma beneficia del film che ne ha tratto Roman Polanski, Carnage. Un’ipotesi drammaturgica contiene anche l’Iliade scomposta e affidata da Alessandro Baricco a ventun voci, ventun narratori a parlare in fondo di un unico tema, la guerra. Egli, manzonianamente, si riserva un «cantuccio», svelando il senso della sua operazione in due interventi in apertura e chiusura del libro. Più nuova è l’operazione di Ascanio Celestini in pro patria: titolo da orazione, che in effetti Celestini rivolge a Mazzini (come già era il cadavere dell’Italia per Daniele Timpano in Risorgimento Pop), padre della patria in realtà rimosso, esule nell’Italia unita in cui muore a Pisa sotto falso nome. Tutto qui. Dunque, non dobbiamo o non possiamo più parlare di un teatro letterario o di una letteratura teatrale in Italia? E le ragioni di questo progressivo impoverimento del teatro scritto, nel risorgere del teatro di parola affidato a singoli autori-attori?

La ricerca delle radici

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Dicembre 2012

di Laura Novati

La cospicua somma di 1,2 milioni di euro del Premio Nobel per la letteratura è stata assegnata nel 2012 a Mo Yan, nato nel 1956 a Gaomi, un intellettuale cittadino di origine contadina. Per la prima volta, dunque, il riconoscimento è andato a un cinese che vive e opera in Cina, dopo che nel 2010 L’Accademia svedese aveva premiato Xiabo con il Premio Nobel per la Pace, suscitando polemiche e un caso diplomatico (dato che Liu Xiabo sta tuttora scontando una condanna a 11 di prigione per aver criticato il sistema). E dopo che nel 2000 aveva premiato Gao Xingjian, che vive in Europa da più di 20 anni e critica apertamente il regime. Mo Yan (è uno pseudonimo, che in cinese significa «Non parlare», il suo vero nome è Guan Moye) è dunque nome-invito alla prudenza e in effetti le critiche che muove alla società e al sistema politico cinese sono spesso indirette, ma non per questo meno scottanti, come nel caso del recente Rane, nel quale mette sotto accusa la politica del figlio unico, in vigore in Cina da oltre 30 anni. Come spesso succede da noi, la nomina crea sorpresa, la fama di Mo Yan essendo affidata soprattutto al successo di Sorgo rosso, film tratto dall’omonimo romanzo da Zhang Yimou, come pure la sceneggiatura di Addio mia concubina. Comunque, è indubbio che, per quanto fondati, questi riconoscimenti obbediscono ad una logica geopolitica a cui sempre più negli ultimi anni la potente Accademia Svedese ha obbedito, dando segnali di orientamento oppure di riconoscimento. Una riprova che i premi servono pur sempre, ancor più se usati bene e con consapevoli mezzi e fini. Mo Yan, di colpo celebrità mondiale, è figlio di una rivoluzione contadina fallita e della discesa al popolo coatta degli anni ’60 e ’70: essa ha costretto il ceto colto a un confronto drammatico col sottosuolo inteso nelle due accezioni: il proprio io profondo e la sfera immensa e sommersa dei subalterni. Il confronto, sostanzialmente negativo, si rifletteva per esempio nella «trilogia dei tre» di Acheng, nato a Pechino nel 1949, che condivise nel corso della Rivoluzione culturale la sorte di migliaia di studenti inviati da Mao Zedong in campagna a lavorare la terra. Tornato a Pechino nel 1978, fu fra gli animatori del gruppo di artisti d’avanguardia che si riuniva intorno alla rivista «Xingxing» («Le stelle»), ma dal 1987 vive a Los Angeles, dove alterna l’attività di scrittore con quella di sceneggiatore.

Verso la libertà

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Ottobre 2012

di Laura Novati

Non sono molti i paesi al mondo in cui la libertà di edizione e pubblicazione, parte determinante della più generale libertà d’espressione del pensiero, è una realtà acquisita e senza problemi. Se anche fra gli stessi paesi aderenti alla Associazione internazionale degli editori dovessimo misurare i diversi gradi di applicazione o riconoscimento di questa libertà, le conclusioni non sarebbero sempre incoraggianti. Ciò non deve impedire, ma sollecitare gli organismi internazionali di rappresentanza a mettere in moto forme di intervento e petizioni ben indirizzate che finiscono per avere il loro peso quando si percepisce che nascono da una volontà politica precisa, non puramente verbale. Il problema vero, si sa, è quello di averle, queste informazioni, anche se la rete fa molto, e la denuncia passa sempre più spesso di lì. Però la denuncia ha un altro peso quando, come nel caso del recente Congresso dell’Ipa svoltosi in Sudafrica, Ben Ayed si è esposto in prima persona parlando – proprio all’interno del Comitato Freedom to publish – della situazione che si è venuta a determinare nel suo paese, la Tunisia, dal gennaio 2011, da quando cioè dovrebbe essersi avviato un processo di democratizzazione. Stiamo parlando di Tunisia, di un paese dove comunque, sia la ribellione che ha mutato il volto politico del paese sia la repressione non è degenerata nella violenza.

Design-amo

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Settembre 2012

di Laura Novati

Dopo lo speciale sul mondo dei facsimilari («GdL», 9, settembre, 2011, pp. 18-19), quello sulle riviste d’arte («GdL», 12, dicembre, 2011, pp. 20-21) e quello sulle riviste d’architettura («GdL», 2, febbraio, 2012, pp. 30-32), dedichiamo queste pagine al complesso mondo dell’editoria e delle riviste di design. Dall’esperienza di due grandi realtà come Mondadori Electa e Skira passeremo a indagare il punto di vista di di un’entità piccola ma virtuosa come Fausto Lupetti Editore. Il mondo dei periodici di design sarà invece rappresentato dalla rivista «Ottagono». Per una fotografia ancor più dettagliata del settore abbiamo inoltre intervistato MarirosaToscani Ballo, fondatrice col marito Aldo dello studio fotografico Ballo, nato negli anni ‘50: una bottega, un punto di riferimento dei più importanti designers nel periodo e nel luogo di convergenza – Milano – del design mondiale, grazie a un’attività incessante che è proseguita anche dopo la morte di Aldo Ballo avvenuta nel 1994.

Un Gps per viaggiare

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Luglio-Agosto 2012

di Laura Novati

Ciò che apprezzo al primo impatto con un volume della Zanichelli è da sempre la correttezza e la puntigliosa precisione della pagina 2 che segue direttamente quella di frontespizio: in essa vengono esposti in modo dettagliato tutti quanti i responsabili dell’impresa, sottolineando quindi implicitamente che ogni prodotto editoriale è di fatto un’impresa collettiva e che l’autore di nome rappresenta sempre di fatto un «autore multiplo» cui concorrono le responsabilità dirette e indirette di molti. In questo caso si parte avvertendo che il piano dell’opera è stato elaborato da Donata Feroldi ed Elena Dal Pra in collaborazione con le Redazioni lessicografiche Zanichelli. Una persona davvero instancabile, Donata Feroldi, che si affianca a Mario Cannella e all’opera di decenni svolta proprio nella stessa Redazione lessicografica che si occupa in primis della continua revisione e aggiornamento di quell’organismo mobile e vivente che è lo Zingarelli. Dunque un dizionario analogico: come e perché si costruisce un dizionario di questo tipo, che conosce molti meno esempi e concorrenti di qualsiasi altro dizionario monolingue o bilingue presente in cartaceo o digitale? In primo luogo è una bella cosa perché di dizionari e del buon uso di dizionari non si può mai averne abbastanza. Prima di tutto perché – lo sottolinea la Feroldi nella Presentazione iniziale – «l’avatar digitale del mondo, a cui abbiamo accesso attraverso lo schermo di un computer, di un iPad o di un iPhone – e la biblioteca messaci a disposizione dagli e-book – è vasto e mutevole quanto il mondo che persiste tutt’intorno a noi e intorno a quella sorta di portale o pertugio d’ingresso rappresentato dallo schermo e dalle sue variabili dimensioni. E l’essere umano continua ad avere bisogno di punti di riferimento e di mappe per orientarsi, di cartine e portolani per navigare e percorrere territori».

Romania ieri e oggi

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Maggio 2012

di Laura Novati

Nel crogiuolo degli Stati balcanici nati dalla dissoluzione dei grandi imperi, asburgico e ottomano, e in base ai trattati di Versailles del primo dopoguerra, la Romania ha ospitato e ospita una molteplicità di minoranze etniche e linguistiche per cui la sua cultura, prima che nazionale, ha continuato ad essere cultura regionale, a seconda delle zone di appartenenza e di influenza e nonostante i tentativi di repressione forzata. Anche i rapporti con l’Italia, dopo la prima immigrazione italiana in Romania alla fine dell’Ottocento, si fecero più rilevanti durante il ventennio fascista e sono tornati ad essere importanti negli ultimi vent’anni, e in due sensi: di italiani stabilitisi in Romania come imprenditori e di rumeni entrati in Italia in cerca di lavoro. Non è un caso che la prima minoranza religiosa in Italia sia oggi la Chiesa ortodossa rumena, diventata autonoma dal patriarcato di Mosca nel 1925. A dimostrazione dei flussi e riflussi storici, secondo stime attuali, in Romania vivono oggi circa 20.000 italiani, soprattutto concentrati nel Banato (zona di Timisoara) e nella Transilvania, ma si trovano poi in quasi tutte le regioni della Romania, dove hanno creato piccole o medie imprese ed esercizi commerciali. Accanto agli italiani di recente immigrazione, vi è quindi la minoranza italiana storica (stimata sulle 9.000 persone) in particolare membri dell’Associazione degli italiani in Romania Roasit, la più grande e importante comunità italiana del Paese.

La guerra delle donne

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Aprile 2012

di Laura Novati

La Guerra spagnola fu forse l’ultima delle guerre romantiche per il contrasto di opposte passioni che la divorò, per le divisioni fratricide, per la solidarietà espressa dalle Brigate internazionali, di quei giovani che accorrono d’ogni parte in nome della libertà e della democrazia spagnola, per la condanna all’esilio di centinaia di migliaia di persone, per il lungo silenzio cui condannò gli sconfitti. Ha avuto subito i suoi capolavori, certamente il più celebre è forse il meno bello, Per chi suona la campana di Ernest Hemingway, del 1940, che ebbe la fortuna di essere ulteriormente consacrato dalla versione cinematografica girata in piena Seconda guerra mondiale, nel 1943, con Ingrid Bergman, Gary Cooper e Katina Paxinou.

La Libreria dei popoli

rivista: Giornale della Libreria

fascicolo: Aprile 2012

di Laura Novati

Nello splendido complesso di San Cristo (nome bizzarro, corruzione di sanguis Christi, probabilmente) sede dei padri saveriani di Brescia, ha sede la Libreria dei popoli, tenuta da padre Gianni Zampini, una corona candida intorno alla testa, viso sempre aperto e sorridente; veronese, ordinato sacerdote nel ’73 dopo aver studiato a Parma, si muove oggi sicuro tra scatoloni e scaffali, dopo esser stato a lungo missionario in Colombia. Data la vocazione dell’ordine, peraltro, tutti i padri che vivono qui provengono da esperienze in altri continenti, dal Brasile al Giappone, e ne conservano la libertà e la disponibilità che deriva dal quotidiano confronto con altri mondi e culture. La libreria non affaccia sulla strada, ma su un arioso chiostro interno al complesso e qui chiediamo a padre Gianni di parlarci del suo lavoro e di come è organizzata e che tipo di servizio la libreria

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