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Mercato

Un nuovo modello economico per i contenuti e per il web: la «subscription war» è iniziata

di Alessandra Rotondo notizia del 26 novembre 2015

Attenzione, controllare i dati.

In un lungo e accurato articolo di Benjamin Smith, pubblicato nella sezione innovation di observer.com, vengono fatte alcune interessanti considerazioni sui modelli economici che, attualmente e in un futuro prossimo, reggeranno il web. In particolar modo, il riferimento è a quei giganti del digitale che dell’offerta di contenuti hanno fatto e stanno facendo il loro core business, e alla «guerra tra bande» che con ogni probabilità scateneranno per accaparrarsi l’attenzione (e i soldi) degli utenti.
Una competizione della quale gli editori – produttori di contenuti già intenti a misurasi con le altre forme di intrattenimento, informazione, fruizione mediale – devono almeno avere consapevolezza, al fine di posizionarsi o riposizionarsi in un orizzonte (di consumi, supporti e attori) in evoluzione.
Dal punto di vista degli utenti-consumatori, la prima ondata evolutiva sul web ha coinciso con lo spostamento dell’offerta sulle piattaforme social, diventate a pieno titolo distributive di contenuti: Facebook, Instagram, Twitter e le altre. Che, in quanto prossime alle persone e alla loro dimensione privata, costituiscono i canali migliori attraverso i quali raggiungere ciascuno di noi come consumatore.
Mentre questo sistema produttivo/distributivo è risultato molto gratificante per l’utente, che si è visto inondato da un’elevata quantità di contenuti gratuiti dei quali poter disporre con estrema facilità, pensando agli ultimi dieci anni è piuttosto chiaro che questo modello non è facilmente sostenibile per i creatori/produttori/editori, neppure supportato da una formula di sostentamento basata sulla vendita di spazi pubblicitari. Nel corso del 2015 è diventato evidente che sistemi di monetizzazione più efficaci dell’advertising potevano essere sperimentati.

Ed ecco la seconda ondata evolutiva dei modelli economici sul web.
La maggior parte delle media company ha imboccato, nel corso di quest’anno, una strada che – pur con nomi e soluzioni differenti – confluisce nel modello «subscription».
La domanda da porsi, nell’era del post-advertising, è: a quale servizio si sottoscriverà l’utente? Chi sceglierà come erogatore di contenuti? Per quale ragione? Con quale disponibilità di spesa? Aspettandosi cosa in cambio?
Dal punto di vista dei produttori ed erogatori «tradizionali» di contenuti (dalla tv via cavo agli editori), le risposte a queste domande sono fondamentali, perché ne innescheranno di altre: come si rifletterà la scelta degli utenti sui fatturati dei content producer tradizionali? Come modificherà il loro pubblico e, di conseguenza, riprogrammerà la loro offerta?
Negli Usa, Amazon ha stabilito un indiscutibile predominio con i servizi Prime e Netflix sta convincendo oltre 63 milioni di utenti a riconfermare il loro abbonamento di mese in mese; già Google appare invece indietro rispetto al cambio di paradigma, avendo risposto con una versione premium di YouTube che non pare introdurre l’utente a contenuti effettivamente nuovi, altri ed esclusivi.
Chi sta vincendo gioca sulla logica del pacchetto: confeziona un mix di contenuti e servizi in un’offerta unica, inglobando lo spazio altrimenti alla mercé dei competitor.
All’alba del web il costo dei contenuti ricadeva sui creatori o sulla piattaforma che li ospitava, poi è stata la volta dell’advertising model, ormai al tramonto. La fase della maturità coincide con la disponibilità dell’utente a pagare per i servizi dei quali fruisce.
Ai produttori e agli editori il compito d’intercettare e spartirsi questo mercato.

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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