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Scuola e università, per Istat l’Italia deve fare di più

di Samuele Cafasso notizia del 13 luglio 2021

Attenzione, controllare i dati.

Meno laureati che nel resto d’Europa – e meno soprattutto nelle materie scientifiche e tecnologiche – scarse competenze nella comprensione di testi e matematica, un aggravarsi del rischio di esclusione dai percorsi formativi per i giovani del Mezzogiorno e per quelli disabili o con esigenze formative particolari, a causa dei lunghi periodi di didattica a distanza.
 
Istat certifica nel suo rapporto annuale la centralità dei temi dell’istruzione nello sviluppo del Paese: l’Italia recupera terreno rispetto a un deficit storico, ma continua ad avere livelli di istruzione della popolazione sotto la media e l’anno della pandemia fa esplodere le diseguaglianze.
 
«L’indagine PISA-OCSE più recente sulle competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze – spiega l’Istat – indica come gli studenti con competenze insufficienti fossero il 23,3 per cento nella comprensione dei testi (contro il 22,6 medio nell’Ocse) e il 24,1 per cento in matematica (contro il 23,8), mentre un distacco maggiore si osservava nelle competenze scientifiche (il 25,9 contro il 22 per cento). Resta ancora bassa la posizione dell’Italia riguardo alla formazione universitaria, per la quale siamo tuttora al penultimo posto tra i paesi dell’Ue. La quota di laureati tra i 30-34enni è molto inferiore rispetto alla media Ue27 (circa il 28 contro il 40 per cento). La distanza è simile per le donne (34 contro il 46 per cento), che pure hanno una maggiore probabilità di laurearsi rispetto agli uomini».
 
C’è un problema di alti indici di insuccesso durante il percorso di studi, ma il vero nodo è che sono pochi i ragazzi e le ragazze che si immatricolano: «Nell’anno accademico 2018/2019, l’ultimo per il quale vi siano informazioni, solo la metà dei giovani diplomati (circa il 56 per cento nel caso delle donne) si immatricola all’università nello stesso anno, senza grandi avanzamenti rispetto a cinque anni prima». Penalizzante il confronto con il resto d’Europa nelle materie STEM (scienze, tecniche, ingegneria, matematica): «L’Italia con il 15,5 per mille di laureati STEM tra i giovani di 20-29 anni nel 2018, si colloca sotto la media Europea di 4,1 punti, con quote stabili rispetto al 2014. La distanza che ci divide dalla Francia, dal Regno Unito e dalla Spagna è particolarmente ampia».
 
In questo contesto, già di per sé complesso, la pandemia è intervenuta come un moltiplicatore di criticità nel mondo scolastico, criticità che hanno colpito soprattutto i minori con meno risorse disponibili in famiglia: «Tra aprile e giugno 2020, l’8 per cento degli iscritti delle scuole primarie e secondarie – circa 600 mila studenti – non ha partecipato alle video lezioni – la forma di didattica che più si avvicina a quella in presenza – con un massimo di esclusi nel Mezzogiorno (9 per cento), un’area che si distingue anche per la maggior quota di mancata partecipazione degli studenti con disabilità (29 per cento contro una media del 23,3 per cento)».
 
«Tra marzo e giugno 2020 – spiega il rapporto – il 52 per cento dei bambini e ragazzi fino a 14 anni (2 milioni 630 mila) hanno fatto lezione tutti i giorni almeno con la maggioranza dei docenti. Gli altri hanno seguito lezioni saltuariamente, con solo una parte degli insegnanti e non sempre hanno ricevuto compiti; un 6 per cento non ha mai avuto compiti né seguito lezioni online. La ripresa dell’anno scolastico 2020-2021 per gli iscritti con meno di 14 anni è avvenuta comunque solo in presenza in circa il 68 per cento dei casi, in modalità mista per il 17,5 per cento e solo a distanza per il 13,9 per cento».
 
«È un tema, quello dell’istruzione – sottolinea Istat – a cui si rende necessario riservare massima attenzione, sia per le immediate ricadute sulle capacità potenziali di crescita, sia perché fattore determinante per la riduzione delle disuguaglianze e per far convergere le prospettive individuali di occupazione e di reddito secondo i tre assi individuati come prioritari dal PNRR: genere, età e territorio».
 
Si intrecciano, qui, due problemi storici del Paese, ovvero bassi livelli di istruzione e disoccupazione: «Risulta particolarmente critica la situazione dei giovani che hanno abbandonato precocemente la scuola avendo raggiunto al massimo la licenza media. Diminuiti di sette punti percentuali, essi rappresentano oggi il 13,1 per cento dei giovani di 18-24 anni in Italia contro il 10,1 per cento nell’insieme dei Paesi dell’Ue27. La crisi ha abbassato il loro tasso di occupazione di più di due punti percentuali (giunto a 33,2 nel 2020 e fino al 23,3 per cento nel Mezzogiorno) e ha scoraggiato molti dal cercare un nuovo impiego».

L'autore: Samuele Cafasso

Sono nato a Genova e vivo a Milano. Giornalista, già addetto stampa di Marsilio editori e oggi di AIE, ho scritto per Il Secolo XIX, La Stampa, Internazionale, Domani, Pagina99, Wired, Style, Lettera43, The Vision. Ho pubblicato «Figli dell’arcobaleno» per Donzelli editore. Quando non scrivo, leggo. O nuoto.

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