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Innovazione

E-learning, le app delle big tech rivendono i dati degli studenti. Anche a Facebook e Google

di Samuele Cafasso notizia del 7 giugno 2022

Attenzione, controllare i dati.

Le piattaforme digitali per l’e-learning, diverse dagli strumenti digitali forniti dagli editori insieme al libro di testo, raccolgono e rivendono i dati di navigazione degli studenti per motivi commerciali nella stragrande maggioranza dei casi. E questo succede in tutto il mondo.

Lo ha denunciato in un report dettagliato – ma contestato da alcune delle aziende citate – l’organizzazione Human Rights Watch secondo cui queste pratiche sono comuni al 90% delle 164 app monitorate. Il lavoro di ricerca, condotto nel 2021, ha riguardato 49 Paesi ed è stato condotto dalla no profit The Signals Network.

Allo scoppiare della pandemia, molte scuole, in Italia e anche altrove, si sono trovate nella necessità di organizzare lezioni online in maniera rapida ed efficiente. Alcune di queste si sono rivolte alle piattaforme offerte dalle big tech, o da aziende più piccole specializzate, che promettevano gratis buoni servizi. Ma ovviamente il fatto che non si paghi non vuol dire che questi servizi non avessero dei costi.

Tali costi, secondo Human Rights Watch, sono quelli legati al mancato rispetto delle norme sulla privacy, problema noto e dibattuto da tempo ma che, in questo caso, assume una maggiore gravità perché coinvolge minorenni la cui esperienza di navigazione potrebbe essere stata quindi influenzata dagli strumenti installati sui loro pc – o su quelli dei genitori – per seguire la didattica.

Infatti, sempre secondo la ricerca, i dati degli studenti sarebbero stati ceduti a circa 200 controparti commerciali, società che si occupano di pubblicità online e profilazione dei clienti. Le app utilizzate dai ragazzi, in altre parole, avrebbero richiesto agli utenti di condividere i contatti, i dati di navigazione, la geolocalizzazione. In alcuni casi l’accesso alle telecamera e al microfono. I dati così raccolti sarebbero poi stati ceduti a compagnie terze e utilizzati per proporre contenuti pubblicitari mirati ai ragazzi durante la loro navigazione online fuori dall’orario scolastico. L’uso commerciale dei dati di navigazione in alcuni casi era denunciato in maniera oscura, con linguaggio tecnico difficilmente comprensibile, nei contratti per la licenza d’uso, in altri casi le informazioni sono state omesse. Tra le aziende che hanno acquistato tali dati, ci sarebbero anche Meta (ovvero Facebook) e Alphabet (Google).

Intervistato dal Washington Post, il ricercatore ed ex docente delle scuole superiori Bill Fitzgerald, non coinvolto nel lavoro di ricerca, ha criticato la scelta di «esternalizzare la nostra immaginazione collettiva e la nostra visione del futuro» sulla didattica ad aziende che non hanno al centro della loro mission l’istruzione. «Il discorso che queste aziende vorrebbero che facessimo è: che male c’è? Ma la giusta domanda da fare, invece, è: Quale è il senso di tutto questo? Per quale ragione un bambino per imparare la matematica alle scuole elementari deve essere tracciato nella sua navigazione?».

In Italia il Ministero dell’Istruzione ha dato indicazioni perché, durante la Dad, vengano raccolti solamente i dati strettamente necessari agli scopi didattici e che questi comunque non vengano ceduti a terzi. Le aziende che hanno quindi stipulato accordi specifici con il Ministero si sono impegnate ad astenersi da tali pratiche.

L'autore: Samuele Cafasso

Sono nato a Genova e vivo a Milano. Giornalista, già addetto stampa di Marsilio editori e oggi di AIE, ho scritto per Il Secolo XIX, La Stampa, Internazionale, Domani, Pagina99, Wired, Style, Lettera43, The Vision. Ho pubblicato «Figli dell’arcobaleno» per Donzelli editore. Quando non scrivo, leggo. O nuoto.

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