Dal primo al 3 giugno 2026 Lillehammer, in Norvegia, ha ospitato una nuova edizione del World Expression Forum (WEXFO), il forum internazionale dedicato alla promozione della libertà di espressione e del pluralismo democratico, a cui aderiscono la Federation of European Publishers (FEP) e l’International Publishers Association (IPA), oltre all’Associazione Italiana Editori e ad altre associazioni di editori europee. Il tema scelto per questa edizione, The Freedom to Disagree, ha posto al centro del dibattito il valore del dissenso come elemento imprescindibile delle società democratiche, riunendo rappresentanti delle istituzioni, accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, editori, editrici e persone attiviste provenienti da tutto il mondo.
La libertà di espressione come pratica democratica
Fin dalla sessione inaugurale è apparso evidente come la libertà di espressione non possa essere considerata un principio astratto o meramente teorico, ma una libertà da declinare concretamente nelle sfide che caratterizzano il nostro tempo. Il confronto tra università, operatori dell’informazione e società civile ha mostrato come la tutela del dissenso rappresenti oggi una delle principali cartine di tornasole dello stato di salute delle democrazie contemporanee.
L’intervento di apertura del Primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha offerto una delle riflessioni più significative dell’intero Forum. Richiamando il volume On Tyranny. Twenty Lessons from the Twentieth Century dello storico Timothy Snyder, Støre ha ricordato la prima delle venti lezioni individuate dall’autore: Don’t obey in advance. Un invito a non piegarsi preventivamente alle pressioni del potere e a non rinunciare spontaneamente agli spazi di libertà e partecipazione democratica.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla regolamentazione dell’ambiente digitale. Se da un lato appare ormai evidente la necessità di regole capaci di garantire trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti fondamentali online, dall’altro è stato osservato come la natura globale di Internet renda insufficienti gli approcci esclusivamente nazionali. Le sfide poste dalle piattaforme digitali richiedono infatti una governance in grado di operare oltre i confini statali.
Disinformazione, big tech e crisi dell’informazione
Tra i temi maggiormente discussi nel corso della prima giornata vi è stato quello della disinformazione. Numerosi interventi hanno evidenziato come i sistemi di intelligenza artificiale siano sempre più capaci non soltanto di produrre contenuti, ma anche di orientare percezioni, comportamenti e processi decisionali. In questo scenario diventa essenziale distinguere tra fatti verificabili e narrazioni costruite o manipolate: una distinzione che nell’ecosistema dei social media appare sempre più complessa.
Su questi temi si è soffermata in particolare Maria Ressa, Premio Nobel per la Pace e tra le voci più autorevoli nella difesa della libertà di stampa. La giornalista filippina ha denunciato quello che ha definito big tech colonialism, ovvero il crescente potere delle grandi piattaforme digitali nel controllare la distribuzione delle informazioni e nel modellare il dibattito pubblico. Secondo Ressa, la combinazione tra algoritmi, logiche di engagement e diffusione sistematica della disinformazione rischia di svuotare progressivamente la funzione democratica del giornalismo, trasformandolo in una sorta di walking dead.
Il dibattito ha inevitabilmente richiamato anche il tema della libertà di espressione nella tradizione costituzionale americana e il ruolo del Primo Emendamento. Molti relatori hanno però sottolineato come il contesto digitale abbia profondamente modificato le condizioni nelle quali tale libertà viene oggi esercitata. Attraverso i social, milioni di persone si informano quotidianamente da fonti delle quali spesso non conoscono né l’identità né gli interessi sottostanti. Diversamente da quanto accade nel sistema editoriale tradizionale, dove operano regole deontologiche, processi di verifica e responsabilità professionali chiaramente individuabili, sulle piattaforme digitali tali meccanismi risultano spesso assenti o fortemente attenuati. L’assenza di un controllo editoriale, unita alla forte targettizzazione dei contenuti attraverso gli algoritmi, compromette così la qualità dell’informazione disponibile per i singoli e ne altera la funzione pubblica.
Il ruolo degli editori come presidio democratico
Proprio nell’ambito della lotta alla disinformazione, particolare attenzione è stata dedicata al ruolo degli editori. In un sistema informativo caratterizzato dalla velocità della comunicazione digitale e dalla proliferazione di contenuti privi di verifiche, gli editori continuano a rappresentare un presidio fondamentale di qualità, affidabilità e responsabilità.
Significativo, in questo senso, è stato l’annuncio della shortlist del Prix Voltaire 2026 dell’International Publishers Association, il riconoscimento internazionale dedicato agli editori che difendono la libertà di pubblicare anche in contesti segnati da censura, intimidazioni e repressione. La presentazione dei finalisti, tutti provenienti da Paesi nei quali la libertà di espressione è sottoposta a forti limitazioni, ha ricordato come, ancora oggi, pubblicare libri, diffondere idee o dare voce ad autori scomodi possa richiedere coraggio personale e assunzione di responsabilità. Gli editori si confermano così non soltanto attori culturali, ma presidi democratici indispensabili per garantire il pluralismo delle idee e contrastare la diffusione della disinformazione.
L’intelligenza artificiale e il futuro della democrazia
Le riflessioni sulla qualità dell’informazione hanno trovato ulteriore approfondimento nella seconda giornata del Forum, dedicata alle trasformazioni introdotte dall’intelligenza artificiale. Particolarmente apprezzato è stato l’intervento della costituzionalista americana Kimberly Wehle, che ha evidenziato come l’intelligenza artificiale stia modificando non soltanto il modo in cui i cittadini si informano, ma gli stessi presupposti del processo democratico.
Se fino a pochi anni fa la sfida consisteva principalmente nel costruire consenso attraverso il confronto tra idee differenti, oggi emerge una questione ancora più radicale: comprendere se il consenso che si manifesta nello spazio pubblico sia effettivamente autentico. La crescente diffusione di contenuti sintetici, immagini generate artificialmente, deepfake e sistemi automatizzati di produzione delle informazioni rende infatti sempre più difficile distinguere tra realtà e finzione. Il problema non riguarda più soltanto la qualità dell’informazione, ma la possibilità stessa di identificare ciò che è reale.
Le storie che danno un volto alla libertà
Tra gli interventi più coinvolgenti dell’intera manifestazione vi è stato quello della professoressa Rowena He, studiosa oggi affiliata a Stanford e da anni impegnata nello studio della memoria storica e dei movimenti democratici in Cina. Attraverso il racconto della propria esperienza personale e accademica, He ha ripercorso le vicende legate a Piazza Tiananmen e a Hong Kong, mostrando come libertà di espressione e memoria storica siano strettamente collegate.
Il suo intervento ha ricordato come la democrazia non sia una conquista definitiva, ma un processo che richiede impegno costante, partecipazione e capacità di preservare la memoria degli eventi che hanno segnato la storia delle lotte per la libertà. In un Forum dedicato al diritto di dissentire, la sua testimonianza ha rappresentato una delle riflessioni più intense e umanamente significative.
Tra gli altri interventi apprezzati vi sono stati quelli di Staffan I. Lindberg, che ha presentato i più recenti – e particolarmente negativi – dati sullo stato della democrazia nel mondo, e di Freddy Guevara, che ha raccontato il costo personale del dissenso nei contesti autoritari.
L’edizione 2026 del World Expression Forum si è chiusa con una consapevolezza condivisa: il dissenso non rappresenta una minaccia per la democrazia, ma una delle sue condizioni essenziali. In un contesto segnato dalla disinformazione, dall’espansione dell’intelligenza artificiale e dalla crescente influenza delle piattaforme digitali, la sfida non consiste soltanto nel garantire la libertà di parola, ma nel preservare gli spazi che rendono possibile un confronto libero, consapevole e autenticamente democratico.
Dottoranda in Scienze del patrimonio culturale, editoria e innovazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori (AIE). Abilitata alla professione forense, collaboro con le cattedre di Tutela della proprietà intellettuale e Diritto commerciale presso la Luiss Guido Carli, dove ricopro anche il ruolo di docente e Coordinatrice didattica del master in Diritti d’autore e Tecnologie delle Industrie Creative, diretto dal Prof. Paolo Marzano.
Guarda tutti gli articoli scritti da Allegra Chiodi