Il tuo browser non supporta JavaScript!
Editori

Penguin Random House abbandona le piattaforme all-you-can-listen

di Alessandra Rotondo notizia del 27 gennaio 2020

Attenzione, controllare i dati.

Tra i primi a segnalarlo è stato Sölve Dahlgren, caporedattore di Boktugg, la testata d’informazione svedese sul settore editoriale. Scrivendo, lo scorso 13 gennaio, che oltre 1.000 titoli in lingua inglese pubblicati da Penguin Random House erano scomparsi dalle offerte all-you-can-listen delle maggiori piattaforme distributrici di contenuti audio, tra cui Storytel, BookBeat e Nextory: le tre più rilevanti sul mercato scandinavo. Qualche giorno dopo, il 18 gennaio, Dahlgren ritornava sul tema, segnalando che anche l’offerta di Storytel per la Spagna risultava impoverita di circa 500 audiolibri, tutti pubblicati da marchi di proprietà del gruppo PRH.

Interrogati da Publishing Perspectives sul perché di queste sparizioni, i portavoce di Penguin Random House hanno dichiarato che in questo momento il gruppo ha deciso di non partecipare oltre, con i propri prodotti, ai servizi in abbonamento che propongono offerte unlimited. «La nostra decisione è stata presa collettivamente dal team internazionale di dirigenza dell'azienda, per preservare la varietà dei contenuti sul mercato e il valore effettivo e percepito della proprietà intellettuale dei nostri autori».

Gli ascoltatori continueranno a trovare gli audiolibri PRH su tutte le piattaforme che offrono la possibilità di scegliere e acquistare un singolo titolo, come Apple, Google, Kobo e molti altri. E anche su Audible, che è sbarcato in Svezia lo scorso ottobre, sicuramente solleticato dal particolare interesse che gli scandinavi manifestano per i contenuti editoriali audio in digitale. Nel grande Nord la company di Amazon sembra voler rispondere, in particolare, a quel segmento di domanda interessato all’offerta in lingua inglese. E infatti a fronte di un catalogo in svedese di circa 2.000 titoli, sono oltre 300 mila i contenuti (compresi di podcast e originali) in inglese su Audible.se.

Tra questi, non mancano gli audiolibri a marchio Penguin Random House, capitanati dall’onnipresente Becoming di Michelle Obama. Ma va ricordato che – a differenza di quando avviene in Italiain Svezia (così come nella maggior parte dei Paesi dove il servizio è attivo) Audible non propone un’offerta unlimited. Compreso nel prezzo dell’abbonamento (un centinaio di corone) c’è un solo audiolibro al mese, mentre i podcast possono essere fruiti senza limiti.

Quello che sembra annunciarsi, insomma, è uno scenario di più netta polarizzazione tra le piattaforme che propongono formule d’abbonamento illimitate e quelle che, al contrario, limitano in qualche modo l’accesso al contenuto. In questa dinamica un ruolo di primo piano lo avranno senza dubbio gli editori maggiori. D’altronde, il riferimento di Penguin Random House al «valore effettivo e percepito» è piuttosto esplicito. Da lettori, cambierebbe la vostra considerazione di un romanzo, scritto da un celebre autore e pubblicato da un’affermata casa editrice, se lo vedeste servito tra le illimitate pietanze di un buffet di contenuti non certo omogenei rispetto alla qualità? Le risposte possono essere molteplici e dipendono dalla sensibilità di ciascuno.

Molti sostengono che Penguin Random House voglia fare come prima di lui Disney: ovvero ritirare i contenuti dalle offerte unlimited per creare il proprio buffet digitale illimitato, la propria piattaforma all-you-can-read (and listen). E avrebbe anche senso per un gruppo editoriale tanto ramificato e prolifico, capace di coprire con i cataloghi dei suoi singoli marchi gli interessi di un target pressoché sterminato di lettori (e ascoltatori).

D’altro canto, ciò su cui i servizi in abbonamento fanno spesso affidamento per attirare (nuovi) utenti è proprio il richiamo segnaletico delle firme più note, abitualmente pubblicate da editori altrettanto grandi e affermati.

Pensando a quanto sta succedendo – per gli audiovisivi – con Netflix, verrebbe da dire che ancora una volta la sfida si giocherà sui contenuti. Sulla piattaforma, film e serie di produttori terzi convivono con le produzioni originali «a marchio», peraltro sempre più numerose e capaci di personalizzare i cataloghi locali che il servizio sviluppa nei mercati d’approdo.

Proprio qualche settimana fa gli abbonati statunitensi hanno ricevuto una notizia che non ha mancato di convertirsi in virale disperazione sui social: la cancellazione, dal catalogo di Netflix, della celeberrima Friends. La serie – dopo un non facile negoziato che aveva già visto Netflix perdere l’esclusiva – è passata in toto alla neonata piattaforma concorrente HBO Max, di proprietà di Warner, già distributrice e co-produttrice della sit-com.

Se da un lato Netflix – a possibile conferma del potere negoziale esibito dai grandi editori – starebbe vivendo nell’ultimo periodo dei trimestri poco felici, dall’altro è difficile capire quanto le oscillazioni siano dovute a questo tipo di dinamica, molto legata alla distribuzione del singolo contenuto.

E quanto invece non siano dovute a un mutamento di scenario tanto più elementare quanto impattante: data la finibilità della domanda, il moltiplicarsi dell’offerta non può che ridurre la grandezza della fetta di torta di ciascuno. Di quanto – e se fatalmente – dipende dall’abilità e dalla strategia dei giocatori.   

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

Guarda tutti gli articoli scritti da Alessandra Rotondo

Inserire il codice per il download.

Inserire il codice per attivare il servizio.