Dal 21 settembre Amazon consente di creare attraverso Kindle Direct Publishing (KDP) non più dieci, ma due nuovi titoli per formato alla settimana: due ebook Kindle, due paperback e due hardcover. La modifica riguarda i nuovi progetti e non interviene sui libri già caricati.
KDP è il servizio di autopubblicazione di Amazon, attraverso cui autrici, autori e case editrici possono mettere in vendita ebook e libri cartacei stampati su richiesta nei diversi marketplace del gruppo, compreso quello italiano.
Ridurre dell’80% il numero di titoli che possono essere creati ogni settimana è quindi una modifica tutt’altro che marginale. Nelle nuove linee guida Amazon si limita a spiegare che il tetto serve a garantire una buona esperienza a chi pubblica.
A The Bookseller, che ha chiesto se il provvedimento fosse legato alla crescita dei libri generati con intelligenza artificiale,
l’azienda non ha voluto confermare.
L’ipotesi circola nei forum di KDP, ma per ora resta tale. La nuova regola diventa però più interessante se messa accanto alle decisioni prese negli ultimi anni da altri operatori dell’autopubblicazione e della distribuzione digitale. Cambiano le dimensioni delle aziende, i mercati coperti e soprattutto gli strumenti adottati; ricorre invece una preoccupazione per cataloghi che possono essere alimentati con una velocità e in quantità fino a poco tempo fa difficili da immaginare.
Kobo: quasi un libro su due respinto
Un caso lo avevamo raccontato sul Giornale della Libreria già a luglio.
Nel 2025 Rakuten Kobo ha respinto il 45% dei titoli sottoposti a Kobo Writing Life, il suo servizio di autopubblicazione di ebook e audiolibri. Secondo l’amministratore delegato Michael Tamblyn, oltre l’80% dei rifiuti riguardava contenuti di qualità molto bassa che apparivano prodotti con intelligenza artificiale.
Il dato va letto con attenzione: non significa che il 45% di tutti i libri proposti a Kobo fosse generato artificialmente. Dice però qualcosa delle dimensioni raggiunte dal problema per la piattaforma, che ha raccontato di aver scartato centinaia di migliaia di proposte.
Kobo ha un peso internazionale rilevante. La società canadese, controllata dal gruppo giapponese Rakuten, vende direttamente ebook attraverso il proprio store, ma Kobo Writing Life funziona anche come canale di distribuzione verso partner locali in diversi mercati. I titoli possono così raggiungere lettrici e lettori in oltre 200 Paesi. È quindi un operatore ibrido: controlla un proprio ecosistema di vendita, ma allo stesso tempo porta i libri autopubblicati anche fuori da esso.
Tamblyn aveva spiegato di aver visto comparire realtà sconosciute con centinaia di titoli al seguito, difficilmente riconducibili ai normali tempi di produzione di una casa editrice. Il problema, nelle sue parole, riguardava direttamente la fiducia di chi acquista: vendere un libro palesemente prodotto in modo automatico e di qualità insufficiente espone la piattaforma alla richiesta di rimborso e, soprattutto, mette in discussione la sua capacità di garantire ciò che vende.
Il limite dei cento titoli di Barnes & Noble
Pochi mesi prima della stretta di Amazon è intervenuta anche Barnes & Noble Press. Dal 14 maggio ogni account può avere al massimo cento titoli in vendita e la piattaforma si riserva di rimuovere quelli eccedenti. Nello stesso aggiornamento Barnes & Noble ha escluso le opere di pubblico dominio e fissato a 14,99 dollari il prezzo minimo dei libri cartacei venduti attraverso B&N Press, spiegando le modifiche con la volontà di proteggere gli autori e le autrici indipendenti e mantenere la qualità dei contenuti presenti sulla piattaforma.
Barnes & Noble Press ha un raggio distributivo più circoscritto rispetto a KDP o Kobo: i suoi titoli sono venduti attraverso BN.com e l’ecosistema digitale del gruppo e non entrano automaticamente nelle 700 librerie fisiche della catena.
La catena non attribuisce il tetto dei cento titoli specificamente all’IA, chiede però a chi pubblica di dichiarare obbligatoriamente se l’intelligenza artificiale generativa sia stata utilizzata per manoscritto, traduzione, immagini o copertina, distinguendo tra contenuto creato dall’IA e contenuto soltanto assistito.
Quando il filtro agisce sulla distribuzione
Questi servizi non occupano tutti lo stesso punto della filiera, e i confini non sono sempre netti. Amazon KDP e Barnes & Noble Press sono strettamente legati agli store dei rispettivi gruppi; Kobo, come abbiamo visto, combina la vendita sul proprio store con la distribuzione attraverso partner esterni. Altri operatori lavorano invece soprattutto come intermediari: chi pubblica carica il libro una volta e la piattaforma lo rende disponibile contemporaneamente presso numerosi store, librerie, biblioteche e altri servizi.
È il caso di IngramSpark, la piattaforma per autrici, autori e piccole case editrici di Ingram Content Group. Qui il peso non deriva da un negozio rivolto direttamente al pubblico, ma dalla rete distributiva: i libri possono essere resi disponibili a oltre 45 mila tra librerie, biblioteche, scuole, università e rivenditori nel mondo, tra cui Amazon, Barnes & Noble, Waterstones e numerosi servizi per biblioteche.
IngramSpark aveva affrontato la questione della sovrapproduzione già nell’ottobre 2023. Le sue linee guida sull’integrità del catalogo includono tra i contenuti che possono essere rifiutati quelli «creati attraverso mezzi automatizzati», citando espressamente l’intelligenza artificiale e i processi di produzione di massa. Nello stesso elenco compaiono libri che imitano titoli popolari, contenuti ingannevoli, duplicati e pubblicazioni scarsamente differenziate.
Un modello simile è quello di Draft2Digital, società statunitense specializzata nella distribuzione degli autopubblicati verso librerie digitali, servizi in abbonamento e biblioteche. Nel 2022 ha acquisito Smashwords, uno degli altri nomi storici del settore, arrivando a riunire 250 mila autrici, autori ed editori e distribuivano più di 800 mila ebook.
Le sue linee guida, aggiornate nell’ottobre 2025, usano parole particolarmente nette: Draft2Digital non vuole diventare una destinazione per le «mass production book farms», attività costruite sulla produzione seriale di libri. Non accetta testi generati interamente da IA senza un intervento umano sostanziale, contenuti prodotti in massa, libri di bassa qualità o a bassissimo contenuto. Arriva inoltre a escludere alcune categorie considerate già sovraffollate, tra cui guide di viaggio, ricettari, libri su criptovalute, mindfulness e ChatGPT.
StreetLib, un caso italiano
La stessa questione è presente, con dimensioni diverse, anche in Italia. StreetLib, società con sede legale a Milano, offre ad autrici, autori e case editrici servizi per la produzione, la gestione e la distribuzione di ebook, audiolibri e libri in print on demand attraverso una rete di oltre 50 rivenditori. Il servizio permette di raggiungere numerosi canali esterni, ma comprende anche propri store. Per il cartaceo, la distribuzione nazionale in print on demand comprende store, librerie e grossisti collegati a Informazioni Editoriali.
Nelle sue linee guida sull’integrità dei contenuti StreetLib racconta esplicitamente di aver dovuto affrontare nel tempo soggetti che sfruttavano la facilità di pubblicazione per immettere grandi quantità di ebook di bassa qualità. I libri creati attraverso IA o altri processi automatici possono essere bloccati quando non siano correttamente identificati attraverso i metadati disponibili o contengano materiale errato o di bassa qualità.
Quanti libri può assorbire una piattaforma?
La produzione seriale di libri di scarso valore non nasce con ChatGPT. Da anni le piattaforme devono gestire duplicati, imitazioni di titoli di successo, libri a basso contenuto e pubblicazioni realizzate in massa.
L’intelligenza artificiale cambia però la scala del problema. Produrre cento testi, cento copertine o cento variazioni dello stesso prodotto richiede oggi molto meno tempo e molte meno risorse. Lo mostrano in maniera piuttosto concreta i numeri di Kobo: centinaia di migliaia di proposte respinte in un solo anno, per la grande maggioranza riconducibili, secondo la società, a produzione automatizzata di bassa qualità.
È anche per questo che le risposte delle piattaforme si stanno differenziando. Amazon interviene sulla quantità e porta a due i nuovi titoli creabili ogni settimana per formato. Kobo controlla quello che arriva e scarta una quota molto alta delle proposte. Barnes & Noble mette un tetto al catalogo del singolo account e chiede di dichiarare l’uso dell’IA. IngramSpark e Draft2Digital intervengono direttamente sui contenuti prodotti in massa o attraverso processi automatici.
Nessuna di queste misure risolve il problema di stabilire che cosa sia un buon libro, né potrebbe farlo. Il punto è più elementare: tenere sotto controllo una quantità di contenuti che rende sempre più complesso verificarli, distribuirli e renderli utilmente reperibili.
Per anni le piattaforme di autopubblicazione hanno lavorato per rendere sempre più semplice mettere un libro sul mercato. L’IA generativa ha portato quella facilità un passo più avanti, rendendo più semplice anche produrlo. È in questo passaggio che quantità e qualità hanno smesso di essere due problemi separati. E le nuove regole di Amazon, Kobo e degli altri operatori raccontano soprattutto il tentativo, ancora molto imperfetto, di rimetterle in relazione.