Se si vuole capire a che punto sia l’intelligenza artificiale nell’editoria europea, la Germania è oggi uno dei laboratori più leggibili. Il KI-Studie 2026 del Börsenverein des Deutschen Buchhandels, l’associazione degli editori tedeschi, restituisce un quadro abbastanza strutturato delle relazioni tra IA e lavoro editoriale.
Il 69% delle persone intervistate – 196 professioniste e professionisti del settore tra dicembre 2025 e gennaio 2026 – utilizza l’IA per generazione o revisione di contenuti. Il 66% la impiega per attività di brainstorming. Il 56% per ricerca e aggregazione di informazioni. Il 49% in marketing e vendite. La media dichiarata è di 3,7 ambiti di utilizzo per ogni rispondente. Questo significa che l’IA non è confinata a una funzione, ma si distribuisce trasversalmente lungo la catena del valore.
La mappa che completa lo studio dell Börsenverein censisce poi oltre quaranta applicazioni operative. In fase di scouting internazionale, l’IA viene usata per traduzioni preliminari che consentono un primo filtro editoriale prima di investire in traduzioni professionali. Nella gestione della backlist, interviene con analisi semantiche per individuare cluster tematici, potenziali rilanci o segmentazioni di pubblico. Sul piano commerciale, supporta modelli previsionali sulla domanda, simulazioni di tiratura, suggerimenti dinamici di pricing. In marketing automatizza la produzione di copy differenziati per canale, newsletter personalizzate e diverse versioni della descrizione di un libro da testare online per capire quale funzioni meglio. In ambito qualitativo o legale viene impiegata per controlli di plagio, verifica di coerenza stilistica e comparazione tra versioni di testo. In produzione abilita conversioni text-to-speech per estensioni audio del catalogo.
Se si guarda alla percezione della rilevanza futura, il salto rispetto al 2025 è evidente. Le valutazioni «alte» e «molto alte» sull’importanza strategica dell’IA aumentano in modo significativo e, nelle proiezioni a cinque anni, superano l’80% delle risposte. La tecnologia è considerata strutturale. Tuttavia, quando lo studio indaga le aree di maggiore potenziale, le risposte si concentrano su efficienza dei processi interni, aumento della produttività e supporto all’analisi di mercato. L’aspettativa che l’IA produca nuovi modelli di business o vantaggi competitivi radicali resta minoritaria. Il punto è rilevante: in Germania l’IA è già ampiamente integrata, ma viene letta prima di tutto come leva di ottimizzazione, non come fattore di ridefinizione del prodotto libro o del modello economico dell’editore.
La governance interna riflette una fase di consolidamento incompleta. Secondo l’indagine, il 37% dei rispondenti dichiara che nella propria organizzazione vengono utilizzate licenze aziendali per gli strumenti di IA e il 25% licenze individuali: in totale circa il 62-63% degli utilizzi risulta quindi formalizzato. Tuttavia, il 14% segnala il ricorso a strumenti privati e il 17% non sa indicare con precisione quale soluzione venga utilizzata, segno che una parte non trascurabile delle pratiche resta ancora poco strutturata.
Anche i meccanismi di controllo editoriale non sono ancora pienamente consolidati. Solo il 28% degli intervistati afferma che nella propria organizzazione è prevista una revisione umana obbligatoria prima della pubblicazione di contenuti generati o supportati dall’intelligenza artificiale.
Sul piano della trasparenza e della tutela dei contenuti, il quadro è ancora più incerto. Solo il 10% segnala l’utilizzo di metadati ONIX per indicare lungo la filiera se e in quale misura l’IA è stata impiegata nella produzione di un libro. Ancora più indietro è il tema del text and data mining: il 72% dei rispondenti afferma che nella propria organizzazione non esiste ancora una politica sistematica di opt-out, cioè di esclusione dei contenuti editoriali dall’utilizzo per l’addestramento dei modelli di IA.
La dimensione aziendale incide in modo significativo sull’atteggiamento verso l’IA. Le case editrici sopra i 10 milioni di euro di fatturato attribuiscono punteggi più elevati al potenziale dell’IA in termini di nuovi modelli di business, personalizzazione e vantaggi competitivi. Le realtà sotto il milione di euro indicano invece come principali criticità diritto d’autore, qualità dei dati, carenza di competenze, limiti di tempo e budget. La differenza non è solo quantitativa: è strategica. Le grandi strutture possono investire in sperimentazione controllata, le piccole devono prima gestire il rischio.
Anche il clima generale è significativo. Rispetto all’anno precedente cresce la quota di chi ritiene che le opportunità superino i rischi, ma la posizione prevalente resta quella dell’equilibrio. Opportunità e rischi sono percepiti come comparabili. Non emerge una dinamica di entusiasmo tecnologico, bensì una normalizzazione progressiva.
Il confronto con l’Italia mostra alcune convergenze. Secondo la prima indagine sistematica dell’Associazione Italiana Editori, il 75,3% degli editori italiani utilizza strumenti di IA nei flussi di lavoro, percentuale che sale al 96,2% tra le realtà sopra i 5 milioni di euro di fatturato. Gli ambiti principali coincidono: materiali per ufficio stampa e marketing (67,1%), paratesti e metadati (67,1%), copertine e illustrazioni (50,7%), editing e traduzioni (49,3%). Le criticità più citate riguardano revisione dei contratti e gestione dei diritti (63,9%), violazione del copyright in fase di addestramento (58,8%), allucinazioni e inaffidabilità delle risposte (50,5%). Il 27,7% delle realtà indagate è stato contattato per concedere contenuti a un large language model, ma solo il 3,7% ha concluso un accordo. Germania e Italia si collocano quindi in fasi evolutive comparabili: integrazione operativa avanzata, attenzione elevata alla dimensione giuridica, cautela nella monetizzazione dei contenuti attraverso licensing con i LLM.
Mettendo insieme questi elementi emerge un quadro meno drammatico e meno trionfalistico di quanto spesso venga rappresentato. In uno dei mercati editoriali più solidi d’Europa, l’intelligenza artificiale è già infrastruttura quotidiana: è utilizzata in quasi quattro ambiti operativi per editore, è percepita come destinata a crescere ulteriormente nei prossimi cinque anni, ma non ha (ancora?) prodotto una ridefinizione del modello di business né un mutamento dell’identità del libro.
E questo dato, letto insieme alle riflessioni sviluppate a Venezia durante la tavola rotonda conclusiva della Scuola per librari Umberto e Elisabetta Mauri, sposta la discussione su un terreno meno ideologico e più operativo: la questione non è se l’IA debba entrare nell’editoria – è già entrata – ma come governarla affinché resti uno strumento sotto regia editoriale, e non un meccanismo che disintermedia responsabilità, diritti e qualità. I numeri tedeschi, al momento, indicano che la regia non è stata ceduta: l’infrastruttura è tecnologica, il controllo resta umano.
Dal 2010 mi occupo della creazione di contenuti digitali, dal 2015 lo faccio in AIE dove oggi sono responsabile del contenuto editoriale del Giornale della Libreria, testata web e periodico in carta. Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Unimi, AIE e Fondazione Mondadori. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: editoria, libri, podcast, narrazioni su più piattaforme e cultura digitale. La mia cosa preferita è il mare.
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