Accusata di diffondere «letteratura estremista», costretta a trasferire le sedi all’estero, vittima di intimidazioni che arrivano sino agli arresti, l’editoria libraria bielorussa indipendente dal governo rischia di scomparire. E lancia un appello ai colleghi stranieri: dateci una mano per continuare a esistere.
Nel mirino del regime di Alexander Lukashenko non c’è solo la libertà di pensiero, ma, secondo gli editori, la lingua bielorussa. E, quindi, l’identità di un popolo governato da quello che è stato definito «l’ultimo dittatore d’Europa», la cui presa sul Paese è sempre più feroce dopo la repressione delle proteste seguite alle elezioni del 2020 e, dopo, con l’avvio della guerra in Ucraina e il pieno sostegno al regime russo di Putin.
L’appello è stato lanciato dagli editori Valiancina Andrejeva e Andrej Yanushkevich nel corso dell’assemblea della Federazione Europea degli Editori (FEP) che si è tenuta a Vilnius lo scorso giugno. Valiancina Andrejeva è l’editor in chief di Gutenberg Publisher, Andrej Yanushkevich il direttore della Andrey Yanushkevich Publishing, due dei maggiori editori in lingua bielorussa. Nessuna delle due case editrici però ha sede nel Paese: la prima opera da Cracovia, in Polonia, la seconda si è trasferita da Minsk – dove è nata – a Varsavia, nel 2022.
Ad oggi, solo due case editrici indipendenti dal governo e che pubblicano libri in bielorusso sono attive nel Paese. «Tutte le altre sono state costrette a chiudere o a trasferirsi all’estero» spiega Andrejeva. Gli editori bielorussi operano, o provano a farlo, dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca, dalla Lituania, dalla Gran Bretagna. Provano a farlo perché i loro libri sono marchiati dal regime, considerati sospetti. Chi li possiede, chi prova a venderli, rischia il carcere.
Un passo indietro per capire meglio. Fino al 2021-2022, spiegano Andrejeva e Yanushkevich, sul territorio bielorusso hanno operato tre diversi tipi di editoria: quella di regime, il cui obiettivo era propagandare l’ideologia di Stato, quella indipendente la cui missione era preservare e diffondere la lingua e la cultura bielorussa e, quindi, le case editrici russe, in lingua russa, di fatto le dominatrici del mercato grazie a una forte presa nel settore della distribuzione. Il regime, fino a quella data, non ha mostrato alcun interesse per lo sviluppo di una editoria nazionale indipendente, che però era in grado di operare con una certa libertà.
Dopo le elezioni del 2020, le proteste e la repressione, il quadro è cambiato: l’editoria indipendente è diventato uno dei canali attraverso cui si esprimeva il dissenso e, per questo, è stata messa nel mirino del regime in maniera sempre più decisa. Sono arrivate le ispezioni negli uffici a caccia di «letteratura estremista», i conti bancari di diversi editori sono stati bloccati, le licenze per la pubblicazione sospese.
La vicenda più nota e grave è quella che riguarda proprio Andrej Yanushkevich che è quest’anno nella short list del Prix Voltaire 2024, il premio promosso dall’International Publishers Association (IPA) che riconosce e sostiene gli editori, le organizzazioni, le persone che si sono distinte per l’impegno nella tutela e nella pratica della libertà di edizione e di espressione. In un articolo pubblicato a gennaio da The Bookseller, How censorship wins, è lo stesso editore a raccontare la sua storia: la casa editrice era stata fondata nel 2014, con l’obiettivo di pubblicare saggistica storica. Dopo il 2017, la casa editrice capisce che deve diversificare per sopravvivere e si allarga alla fiction, libri per bambini, testi in traduzione.
Sono anni di crescita fino al 2022, anno dell’invasione dell’Ucraina. In quello stesso anno, la casa editrice perde la sede dove opera: «Siamo stati cacciati fuori in tre giorni». Non si arrendono, decidono di aprire una libreria a Minsk. Il giorno dell’inaugurazione, il 16 maggio del 2022, gli ispettori dell’Hubazik, la polizia incaricata di contrastare il crimine organizzato e la corruzione, fanno irruzione nella libreria e, forti di un mandato giudiziario, sequestrano 15 titoli, perlopiù libri di saggistica storica di autori bielorussi, ma anche alcuni titoli per bambini e ragazzi. C’è anche, tra i libri sequestrati, La ballata del piccolo rimorchiatore, del premio Nobel Iosif Brodsky. È solo l’inizio: in seguito l’editore-libraio viene arrestato, così come la sua dipendente Nasta Karnatskaya. Il primo passa 28 giorni dietro le sbarre, la seconda 23. Quando poi un libro pubblicato anni prima, Cani d’Europa di Alhierd Bachareviĉ la cui riduzione teatrale era stata rappresentata in tutto il mondo, viene inserito dal regime nella lista nera dei «materiali estremisti» per cui è vietata la divulgazione, Yanushkevich decide che è troppo pericoloso rimanere a Minsk e si trasferisce in Polonia.
Il seguito dimostra che aveva ragione: la licenza di pubblicazione della sua casa editrice viene ritirata a gennaio del 2023. Altre case editrici subiscono trattamenti simili: Haliyafi viene costretta a chiedere la bancarotta, Knihazbor a chiudere. Yanushkevich ha ancora una licenza per la distribuzione in Bielorussia, «ma su di me c’è un marchio nero» dice. Nessuno vuole rischiare il carcere per vendere i suoi libri. «Queste sono le conseguenze di quando una paura assoluta domina la società».
Le ispezioni nelle librerie, oggi, sono la norma. Le denunce della repressione si moltiplicano: un uomo di Kobryn, un paese nell’ovest del Paese, è stato tenuto in carcere dieci giorni con l’accusa di «diffondere l’estremismo»: nel suo appartamento, negli scaffali della sua libreria, c’era una copia di Belarus: An illustrated history, dello scrittore bielorusso Uladzimer Arlou.
Oggi l’editoria indipendente bielorussa è un’editoria perseguitata, in esilio, ma che non vuole arrendersi. Il Belarusians Book Institute, che opera da Varsavia, supporta gli editori nel loro tentativo di sopravvivere e può essere contattato – all'indirizzo email instbelknig@gmail.com – per invitare autori, editori, artisti a partecipare alle fiere del libro o ad altri progetti. L’istituto prenderà parte alle prossime fiere internazionali, tra cui quella di Francoforte, e porta avanti iniziative per creare nuovi legami tra questi editori e il resto d’Europa, spesso restio a trattare vendite di diritti con editori che, a torto, sono considerati contigui con un regime verso cui invece si battono. «Tutti gli editori possono aiutarci – spiega Andrejeva – facilitando e favorendo gli scambi di diritti e le traduzioni verso e dal bielorusso. Venite a visitare il nostro stand a Francoforte, informatevi sui libri più popolari, considerate la possibilità di includerli nei vostri cataloghi per gli anni a venire».
Sono nato a Genova e vivo a Milano. Giornalista, già addetto stampa di Marsilio editori e oggi di AIE, ho scritto per Il Secolo XIX, La Stampa, Internazionale, Domani, Pagina99, Wired, Style, Lettera43, The Vision. Ho pubblicato «Figli dell’arcobaleno» per Donzelli editore. Quando non scrivo, leggo. O nuoto.
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