Il rapporto tra percorso e risultato nell’apprendimento è stato uno dei fili del convegno Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione, organizzato dall’Associazione Italiana Editori il 23 settembre a Roma. Teresa Massara, Sr. Associate Publisher | Global Products di McGraw Hill | Professional Group, ha utilizzato questa chiave per ragionare sia sui cambiamenti nella valutazione universitaria sia sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale all’interno di un grande gruppo editoriale internazionale. Di seguito il suo contributo.
«Mi è venuta in mente una strana associazione di idee: una pubblicità di qualche tempo fa, credo di un fuoristrada o di un SUV, che attraversava splendide colline, forse toscane, accompagnato da una voce suadente. Il messaggio finale era più o meno questo: forse il viaggio è più importante della meta.
Mi viene in mente anche un altro fatto abbastanza recente: per la prima volta un’intelligenza artificiale ha risolto un problema matematico rimasto a lungo senza soluzione. Questo apre naturalmente una serie di interrogativi: a chi appartiene il risultato? Ai programmatori, alle big tech che sostengono i costi dei centri di elaborazione dati, oppure ai tanti studiosi, docenti e matematici che negli anni hanno messo online scoperte, riflessioni e conoscenze sulle quali l’intelligenza artificiale ha potuto lavorare?
Ma c’è un altro aspetto che mi interessa ancora di più. Alcuni vincitori della medaglia Fields si sono detti preoccupati non tanto di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale, quanto di ciò che potrebbe accadere alle nuove generazioni di matematici che già la utilizzano molto attivamente. Il rischio è perdere progressivamente la capacità di esercitare il dubbio, mettere in discussione un risultato e interrogarsi su come sia stato raggiunto.
Il possibile danno, in altre parole, è che tutta l’enfasi e tutta la pressione finiscano per concentrarsi sul risultato anziché sul percorso necessario per arrivarci. Ancora una volta, sul viaggio anziché sulla meta.
Credo che chi insegna all’università riconosca qualcosa di simile anche nel comportamento degli studenti. La sensazione è che oggi lo studente universitario sia spesso più ansioso di superare l’esame che curioso di imparare. L’attenzione tende a concentrarsi sul raggiungimento della meta più che sul modo in cui ci si arriva.
Dal punto di vista di un editore internazionale posso indicare almeno due elementi.
Il primo riguarda un movimento che osserviamo nella didattica in molti Paesi. Noi operiamo praticamente dall’Australia all’America Latina e vedo passare contenuti che arrivano da realtà molto diverse. Sempre più docenti cominciano a porsi una domanda: i test di autovalutazione sono necessari, soprattutto quando si hanno molti studenti, ma ha ancora senso valutare soltanto se una risposta è giusta o sbagliata, quando quella risposta può essere trovata facilmente attraverso l’intelligenza artificiale?
Una possibilità è allora valutare lo studente per il processo che ha messo in atto per arrivare alla soluzione. Cambiare, quindi, il modo in cui formuliamo le domande e costruiamo la valutazione, in modo da poter verificare il percorso mentale seguito, il “viaggio”, e non soltanto la meta raggiunta.
Il secondo aspetto riguarda più direttamente il lavoro degli editori internazionali. Credo che quasi tutti i grandi gruppi si siano ormai dotati di una sorta di ambiente interno di intelligenza artificiale, una “sandbox”. Utilizziamo i grandi modelli linguistici disponibili, come GPT o Claude, ma all’interno di un perimetro aziendale protetto.
Questo significa che, come dipendente di McGraw Hill, posso utilizzare questi strumenti per migliorare i miei flussi di lavoro anche quando lavoro su documenti riservati. Qualche giorno fa, per esempio, ho caricato un contratto editoriale in inglese. Non avrei potuto farlo su una chat pubblica, perché si trattava di un documento aziendale riservato. Nel nostro ambiente interno, invece, ho potuto chiedere all’intelligenza artificiale di produrne una versione sintetica, organizzata per punti e seguendo gli articoli del contratto, in spagnolo, perché l’autore con cui stavo lavorando voleva comprenderne il contenuto nella propria lingua.
La nostra intelligenza artificiale interna, che si chiama Maya, mi ha restituito questi contenuti. Naturalmente non li ho semplicemente copiati e incollati in una mail: li ho riletti, modificati e sottoposti al mio lavoro di revisione. Ho potuto però utilizzare quello strumento proprio perché operava all’interno della nostra sandbox.
Questo risolve due problemi. Da un lato, non posso inserire documenti riservati in strumenti pubblici; dall’altro, se pongo una domanda a una chat pubblica non posso essere certa dell’affidabilità della risposta, perché non l’ho validata. All’interno di un ambiente aziendale controllato, invece, posso lavorare con maggiore sicurezza.
Prima si ricordava che il 71% degli editori universitari italiani utilizza l’intelligenza artificiale nei propri processi. Da editrice che lavora per un gruppo internazionale, credo che gli editori italiani siano spesso più creativi, ingegnosi e capaci di trovare soluzioni rispetto a molti editori stranieri. Hanno però uno svantaggio strutturale: operano su un mercato più ristretto, quello italiano. Il mercato potenziale è più piccolo, il fatturato disponibile è conseguentemente inferiore e quindi anche la quota che può essere destinata agli investimenti nell’innovazione è necessariamente più limitata.
È qui che entrano in gioco la politica e le misure di sostegno: dagli sgravi agli interventi per favorire gli acquisti. Mi è piaciuto molto il concetto di “coprogettazione normativa” richiamato dall’onorevole Mollicone, perché è proprio su questo terreno che l’editore italiano ha bisogno di sostegno.
Allo stesso modo, trovo importante parlare di una “politica della conoscenza”. Se vogliamo garantire competenze di qualità, queste dipendono dalla qualità dei contenuti sui quali studiamo, ma anche dalla qualità della docenza e della didattica.
Tutto questo riguarda il viaggio che compiamo come individui, come persone, come aziende e come Paese. E quindi sì: forse quella pubblicità aveva ragione. Il viaggio è più importante della meta».