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Persone

Maurizio Messina: «L’intelligenza artificiale deve diventare un alleato e non un surrogato della qualità editoriale»

di Redazione notizia del 23 settembre 2026

Qual è il ruolo dell’editoria universitaria in un sistema della formazione attraversato da nuovi comportamenti di studio, pirateria e intelligenza artificiale? È da questa domanda che Maurizio Messina, presidente del Gruppo Accademico Professionale dell’AIE, ha aperto il confronto al convegno Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione, organizzato dall’Associazione Italiana Editori il 23 settembre a Roma, nella Sala Igea dell’Istituto della Enciclopedia Italiana. Messina ha poi chiuso la mattinata riprendendo alcuni dei temi emersi e richiamando l’urgenza di costruire alleanze tra editoria, università, istituzioni e imprese. Di seguito il suo contributo.

«Vorrei provare a fare una cosa che forse non è mai stata fatta: raccontare chi siamo, che cos’è l’editoria universitaria, cosa facciamo e come lo facciamo.

Quando si parla di università si pensa agli studenti, ai docenti, ai laboratori, alla ricerca. Più raramente, se non mai, si pensa invece a un soggetto che fornisce gli strumenti che rendono possibile tutto questo: l’editoria universitaria. Eppure ogni corso, manuale, opera scientifica, ogni contenuto didattico nasce all’interno di una filiera che trasforma il sapere in conoscenza condivisa.

Vorrei quindi riflettere su tre temi: chi siamo, quali sfide stiamo affrontando e, soprattutto, perché valorizzare l’editoria universitaria significa contribuire alla qualità della formazione superiore del nostro Paese.

Prima di tutto, qualche numero per capire di che cosa stiamo parlando. L’editoria universitaria è un ecosistema molto più ampio e articolato di quanto normalmente si possa immaginare. Quasi mille editori in Italia hanno almeno un titolo adottato; sono circa 21 mila i titoli di editori italiani adottati, ai quali si aggiungono più di 8 mila volumi di editori stranieri. Nel settore, compreso l’indotto, lavorano circa 4.500 persone, tutte altamente formate e specializzate.

Il nostro lavoro, però, non consiste semplicemente nel pubblicare libri. Selezioniamo, validiamo e revisioniamo i testi, li aggiorniamo e, di fatto, organizziamo la conoscenza. Oggi tutto questo significa anche costruire banche dati, piattaforme digitali, contenuti multimediali e strumenti basati sull’intelligenza artificiale, capaci di personalizzare l’insegnamento senza rinunciare al rigore scientifico.

In altre parole, offriamo strumenti all’università per trasformare le informazioni in competenze e le competenze in sviluppo economico. Per questo l’editoria universitaria non rappresenta soltanto un mercato: è una parte dell’infrastruttura culturale e produttiva del Paese.

È però un’infrastruttura oggi sottoposta a una pressione crescente. La prima minaccia arriva da lontano ed è la pirateria. Per molti anni l’editoria universitaria ne ha sperimentato gli effetti prima di altri settori, che oggi comunque non ne sono immuni. Dalle fotocopie siamo passati ai PDF, alle piattaforme di condivisione e a forme di diffusione digitale sempre più semplici da utilizzare e pervasive.

Oggi disponiamo finalmente anche di numeri che permettono di comprendere la dimensione del fenomeno. Nel 2025 abbiamo raggiunto un triste primato: secondo l’indagine Ipsos Doxa, il danno della pirateria ha superato, in termini di valore, il mercato legale residuo, con 165 milioni di euro di danni a fronte di un fatturato di circa 140 milioni.

Questo si lega anche a quanto accade negli atenei. La precedente indagine di Talents Venture ci raccontava che nel 40% degli esami universitari gli studenti dichiarano di non utilizzare alcun libro né alcun altro prodotto editoriale.

Siamo quindi di fronte a qualcosa che mette in discussione la sostenibilità stessa del sistema. Ma c’è un aspetto che considero ancora più preoccupante del danno economico: ogni copia illegale, comunque ottenuta e distribuita, trasmette il messaggio culturale che la conoscenza possa non avere valore semplicemente perché è diventata facilmente disponibile.

Ed è proprio questo il punto. Viviamo in un’epoca di abbondanza delle informazioni: non si capisce perché chi è in grado di selezionarle, verificarle, organizzarle e renderle affidabili non dovrebbe acquisire un’importanza ancora maggiore.

Quali possono essere allora le risposte? Certamente non possono essere soltanto repressive. Serve una strategia condivisa e occorre innanzitutto rafforzare la cultura della legalità, perché il diritto d’autore non protegge semplicemente l’interesse economico di una categoria: protegge l’investimento nella conoscenza e rende possibile continuare a produrla.

Riteniamo essenziale costruire una collaborazione sempre più stretta tra editori, università, istituzioni e mondo produttivo, perché la qualità della formazione è una responsabilità e un patrimonio comuni.

Una seconda criticità è la tendenza degli studenti a non utilizzare i libri, anche quando i docenti chiedono di farlo, affidandosi invece a testi brevi, sintesi e riassunti. Talents Venture rilevava già due anni fa che nel 40% degli esami non venivano utilizzati materiali editoriali.

L’insieme di questi fattori fa sì che l’editoria didattica universitaria attraversi oggi un periodo molto difficile, peraltro in assenza di forme di sostegno all’acquisto dei testi universitari paragonabili a quelle previste per i libri di testo scolastici.

Da anni l’AIE propone di introdurre un voucher per l’acquisto dei testi universitari destinato alle fasce economicamente più deboli, richiamandosi all’articolo 34 della Costituzione, secondo cui i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Accompagniamo fino alla fine delle scuole superiori gli studenti meritevoli e non abbienti e poi, proprio nel momento in cui dovrebbe esserci quel cambio di passo che consente loro di proseguire negli studi superiori, li abbandoniamo.

Occorre inoltre investire nell’innovazione. Su questo vorrei sfatare subito un equivoco, soprattutto rispetto alla grande sfida posta dall’intelligenza artificiale. Gli editori vengono spesso percepiti come soggetti legati al profumo della carta. Ma gli editori non fanno gli stampatori: progettano un volume, progettano un libro, cercano di offrire uno strumento. E non sono rimasti fermi di fronte alla trasformazione in corso.

C’è un dato molto significativo: nel 2025 il 71% degli editori universitari ha utilizzato l’intelligenza artificiale nelle proprie attività, sia per razionalizzare i processi interni sia per produrre nuovi strumenti da offrire al mercato, agli studenti e alla didattica. Nello stesso anno, la media delle imprese italiane era del 16,4%. Verrebbe quasi da dire che gli editori universitari italiani rappresentano un avamposto straordinario di innovazione tecnologica.

L’intelligenza artificiale ci offre opportunità straordinarie, ma pone anche interrogativi completamente nuovi: sul rispetto del diritto d’autore da parte delle big tech, sulla provenienza dei contenuti, sull’affidabilità delle fonti e sulla sostenibilità economica della produzione editoriale.

Il rischio, quindi, non è soltanto perdere fatturato e posti di lavoro nella filiera. Il rischio è perdere progressivamente la qualità della formazione. Se l’uso prevalente dell’intelligenza artificiale da parte degli studenti è passivo e rivolto alla produzione di sintesi per evitare gli approfondimenti e, parallelamente, diventa economicamente insostenibile produrre contenuti autorevoli, selezionati, verificati e continuamente aggiornati, a perdere non saranno soltanto gli editori. Perderanno gli studenti, le università, i lavoratori di domani e, in ultima analisi, il Paese intero.

Il problema, quindi, è decidere quale intelligenza artificiale vogliamo e su quali contenuti vogliamo costruirla. L’intelligenza artificiale deve diventare un alleato e non un surrogato della qualità editoriale.

Gli editori sono pronti a mettere a disposizione contenuti certificati, metadati, piattaforme e strumenti capaci di accompagnare docenti e studenti verso un apprendimento sempre più personalizzato. È esattamente la direzione in cui si stanno sviluppando anche nuove piattaforme editoriali basate su modelli RAG, che valorizzano cataloghi scientifici autorevoli mettendoli al servizio della didattica e dei docenti.

Innovazione e diritto d’autore, dunque, non sono termini contrapposti. Senza diritto d’autore, nei secoli, non ci sarebbe stata innovazione. Al contrario, proprio perché l’intelligenza artificiale moltiplica enormemente la capacità di utilizzare e rielaborare la conoscenza, diventa ancora più importante poter riconoscere la qualità e l’origine delle fonti e garantire la sostenibilità di chi quelle fonti produce.

Serve, in definitiva, una politica della conoscenza. La competitività dell’Italia passa dalla qualità delle competenze e la qualità delle competenze nasce anche dalla qualità dei materiali con cui si studia.

Ogni Paese decide, più o meno consapevolmente, quali infrastrutture considera strategiche: le strade, le reti energetiche, le telecomunicazioni. Credo sia arrivato il momento di riconoscere che anche la conoscenza è un’infrastruttura strategica e che l’editoria universitaria ne rappresenta uno degli ingranaggi essenziali.

Sostenere questa filiera non significa soltanto difendere un comparto economico. Significa garantire la possibilità di continuare a produrre contenuti autorevoli; significa investire nella qualità dell’università, nella preparazione delle professioni, nella competitività delle imprese e nella crescita civile del Paese.

Il confronto della mattinata ha fatto emergere con forza anche il tema dell’urgenza. La situazione demografica non fa che rendere più pressante la questione: è vero che quest’anno le immatricolazioni sono leggermente aumentate, ma sappiamo quale sia l’andamento della curva demografica. Già oggi abbiamo pochi laureati e dobbiamo interrogarci anche sulla qualità media della preparazione, senza naturalmente generalizzare né mettere in discussione le punte di eccellenza. Se non interveniamo, rischiamo di avere in futuro ancora meno laureati.

C’è però anche un elemento che può indurci a un po’ di ottimismo. La popolazione universitaria si rinnova continuamente: ogni anno entra una nuova platea di studenti. Questo significa che ogni anno abbiamo una nuova occasione per intervenire.

Quando dico “noi” non intendo soltanto gli editori. Intendo gli editori, le università, le istituzioni, la politica e il mondo produttivo. I temi emersi richiedono alleanze stabili tra tutti questi soggetti.

È da qui che dobbiamo partire: dall’urgenza di intervenire e dalla capacità di costruire insieme strumenti e politiche che consentano di rafforzare la qualità della formazione universitaria. Significa, in definitiva, investire nel nostro futuro».

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