Tra i temi affrontati nel convegno Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione, organizzato dall’Associazione Italiana Editori il 23 settembre a Roma, c’è stato il rapporto tra nuovi strumenti tecnologici e qualità dell’apprendimento. Massimo Miscusi, direttore generale per le specializzazioni sanitarie, i dottorati di ricerca e altra formazione post-universitaria del Ministero dell’Università e della Ricerca, ha ragionato sulle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale e sui rischi di un accesso sempre più rapido ma superficiale alle informazioni. Di seguito il suo contributo.
«Appartengo a quella generazione a cui piace davvero anche l’odore del libro. Sarò forse un vecchio nostalgico, ma il punto non è tanto la carta in sé: il libro è uno strumento affascinante perché dietro ogni libro c’è un mondo.
Chi ha passato molto tempo a studiare sui libri sa bene che quel mondo arriva fino a noi proprio attraverso il testo. Il libro è stato lo strumento attraverso il quale ci siamo arricchiti di tutto ciò che c’era dietro. Il presidente Messina ha sottolineato l’importanza di una formazione complessiva, che il manuale e il testo possono rappresentare, ed è una sensibilità che condivido anche personalmente. Ho quattro figli e tutte le sere mi prendono in giro dicendo: “Adesso papà ci dice se dobbiamo leggere anche stasera”. Qualche nostalgico, quindi, esiste ancora.
Credo che stiamo vivendo una vera e propria rivoluzione, forse senza rendercene pienamente conto. Nella vita di tutti i giorni la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, occupa sempre più spazio ed è entrata ormai nel lavoro di tutti noi. Anche al Ministero abbiamo a disposizione strumenti di intelligenza artificiale che ci aiutano a svolgere alcune attività più compilative e ripetitive.
Se viene utilizzata come strumento capace di facilitare e accelerare i processi e di migliorare la qualità del lavoro rispetto al tempo che dedichiamo alle singole attività, non dobbiamo temerla. Dobbiamo però chiederci come utilizzarla.
L’introduzione di nuove tecnologie non modifica i nostri obiettivi e le nostre finalità: cambia il modo in cui possiamo raggiungerli. Domande come “come preparare al meglio i nostri ragazzi?”, “come possiamo essere sicuri dell’affidabilità delle fonti?” oppure “come possiamo sostenere e facilitare l’avanzamento scientifico?” sono le stesse che ci ponevamo trent’anni fa. Continuiamo a porcele oggi, ma dobbiamo dare risposte diverse perché sono cambiati gli strumenti a nostra disposizione.
L’intelligenza artificiale offre grandi vantaggi nell’ambito della formazione, dell’editoria e dell’università. Oggi abbiamo accesso a banche dati alle quali, quando ero studente, era molto più complicato accedere. Per la mia tesi di laurea andavo nelle diverse biblioteche, fotocopiavo gli articoli e, partendo dalle loro bibliografie, cercavo altri lavori: era un percorso molto lungo. Oggi quello che allora richiedeva un mese può essere fatto in poche ore da casa, sapendo naturalmente come muoversi tra i nuovi strumenti.
Abbiamo quindi aumentato enormemente la velocità e l’interoperabilità tra fonti diverse. Questo accelera le possibilità di apprendimento, ma velocità non significa necessariamente qualità. Anzi, il rischio è proprio che, se non prestiamo particolare attenzione alla qualità, la velocità diventi un fattore negativo.
Tornando all’immagine del libro da cui sono partito, il testo permette di entrare in contatto con il mondo che c’è dietro di esso. Perché questo accada, però, servono anche dei tempi. Non si può diventare esperti e competenti in qualcosa senza trascorrere del tempo a ragionarci.
Il rischio è anche quello di veicolare informazioni non corrette. I “bignami” che utilizzavamo un tempo oggi sono diventati sintesi e riduzioni dei testi di ogni genere, che non sempre garantiscono la correttezza del messaggio. Ma, al di là della correttezza, il problema riguarda soprattutto la capacità di assimilare i concetti. Se arrivano in maniera superficiale, anche l’apprendimento rischia di restare superficiale.
Chi insegna all’università sa quanto sia facile, durante un esame, capire se una persona possiede una conoscenza soltanto superficiale: basta scavare un po’ e ci si accorge immediatamente della differenza. Il rischio è che oggi ci si fermi sempre più alle nozioni, anziché arrivare a una conoscenza vera e propria.
L’altro tema è quello della pirateria. Su questo vorrei anche spezzare una lancia a favore degli studenti: certe pratiche esistevano già in passato. Anch’io fotocopiavo alcuni libri, magari quelli che ritenevamo meno importanti, perché costavano molto e tra studenti ci scambiavamo i materiali. Ma esisteva anche una cultura per cui ai testi davvero importanti tenevamo molto: volevamo comprarli, li identificavamo con il loro autore, diventavano veri e propri punti di riferimento del nostro percorso di studi.
Forse è proprio questo rapporto con il testo che oggi rischia in parte di perdersi. Ed è, prima di tutto, un problema culturale.
Le possibili azioni sono molte. C’è innanzitutto un tema di formazione: bisogna insegnare agli studenti, ma anche ai docenti, a utilizzare le nuove tecnologie.
C’è poi un problema di politiche e di soluzioni concrete capaci di tutelare la qualità dell’editoria scientifica e universitaria. Bisogna ragionare su come ridurre i costi per chi studia: attraverso voucher, accordi tra atenei ed editori che consentano di mettere a disposizione i testi più importanti o, eventualmente, misure fiscali relative a queste spese.
Vale la pena sedersi attorno a un tavolo e capire quali soluzioni possano aiutare una filiera che rappresenta davvero un settore strategico per il Paese».