Il tuo browser non supporta JavaScript!
Vai al contenuto della pagina
Persone

Eliana Viviano: «Chiedersi come formare il capitale umano è una questione centrale»

di Redazione notizia del 23 settembre 2026

Il rapporto tra qualità della formazione e prospettive economiche del Paese ha chiuso il confronto del convegno Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione, organizzato dall’Associazione Italiana Editori il 23 settembre a Roma. Eliana Viviano, direttrice del Servizio Struttura Economica di Banca d’Italia, ha collocato il dibattito sull’intelligenza artificiale in un quadro più ampio: le difficoltà storiche negli apprendimenti, la produttività, il calo demografico e la trasformazione della futura popolazione universitaria. Di seguito il suo contributo.

«È molto importante che anche in Italia ci siano sempre più occasioni per parlare di didattica e, in particolare, dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’apprendimento. È un tema centrale anche dal punto di vista della ricerca economica, perché non è ancora chiaro quale possa essere l’effetto di questi nuovi strumenti sui processi di apprendimento, né se le abilità acquisite attraverso modalità così diverse da quelle tradizionali riescano poi a mantenersi nel tempo.

È un ambito nel quale non abbiamo ancora risposte conclusive. È quindi importante cercare di capire come avviene effettivamente l’apprendimento e quali siano le competenze realmente possedute dalla popolazione.

Vorrei però sottolineare un punto. Se nel 2022 ChatGPT non fosse stata resa disponibile su vasta scala, probabilmente oggi saremmo comunque qui a discutere delle difficoltà dei processi di apprendimento, anche attraverso strumenti consolidati come i libri. Il problema, infatti, precede l’intelligenza artificiale.

Lo dimostrano anche le rilevazioni internazionali sugli apprendimenti, nelle quali la popolazione adulta viene sottoposta a test che misurano literacy e numeracy, cioè la capacità di comprendere un testo e quella di utilizzare competenze matematiche, con livelli crescenti di complessità. Storicamente il nostro Paese non ottiene risultati particolarmente positivi: siamo costantemente sotto la media sia nella literacy sia nella numeracy. E quando parliamo di Paesi OCSE parliamo di un insieme molto ampio di economie, non tutte necessariamente avanzate.

La mia sensazione è quindi che l’intelligenza artificiale complichi significativamente il quadro di un sistema che era già complesso. Capire quale sarà il futuro degli apprendimenti è una domanda ancora aperta. Preferisco, peraltro, parlare del sistema dell’istruzione nel suo complesso, del quale l’università rappresenta il punto terminale e nevralgico.

È una questione che ci preoccupa soprattutto per le prospettive di crescita del Paese. Sappiamo che l’invecchiamento della popolazione è ormai un processo difficilmente reversibile, che siamo in una fase di calo demografico e che il nostro Paese presenta difficoltà nel garantire dinamiche soddisfacenti della produttività del lavoro.

Quando parliamo di produttività del lavoro ci riferiamo naturalmente a molti fattori. A mio avviso, dipende in larga misura dall’efficienza del sistema produttivo nel suo complesso, ma questa efficienza dipende anche dalla capacità del capitale umano di modificarla e migliorarla.

In un contesto caratterizzato da calo demografico e da una produttività che, nella migliore delle ipotesi, ristagna, le prospettive economiche del Paese diventano inevitabilmente più difficili. Garantire nei prossimi quindici, venti o trent’anni tassi di sviluppo paragonabili a quelli sperimentati in passato sarà più arduo.

Il capitale umano è quindi rilevantissimo e quello universitario ne rappresenta la punta di diamante. Chiedersi come formarlo e quali siano gli strumenti più adatti per farlo è una questione centrale.

Il sistema universitario, in questi anni, ha cercato di interrogarsi su se stesso e alcuni miglioramenti ci sono stati. Non vanno sottovalutati. Ma occorre continuare a progredire, e credo che iniziative come questa vadano esattamente in questa direzione.

Vorrei poi richiamare l’attenzione su quello che sappiamo già del mondo degli studenti universitari da qui al 2040, che rappresenta anche il mercato di riferimento futuro degli editori. La demografia avrà un peso molto rilevante: i bambini che entreranno all’università nel 2040 sono già nati e oggi hanno cinque o sei anni. Uno su cinque ha un background migratorio, cioè almeno un genitore straniero.

Siamo inoltre un Paese con una quota di laureati piuttosto bassa. Siamo quindi chiamati ad accrescere la propensione dei giovani a frequentare l’università, facendo in modo che possano accumulare nel corso degli anni le conoscenze e gli strumenti necessari per arrivarci. L’università, infatti, è soltanto il punto di arrivo di un percorso formativo che dovrebbe essere considerato nella sua interezza e reso maggiormente integrato.

Sappiamo anche che oggi i tassi di partecipazione all’università di chi ha un background migratorio sono più bassi. Se vogliamo aumentarli, dobbiamo quindi intervenire lungo tutta la struttura formativa italiana.

E dobbiamo ricordare che i giovani che possono scegliere una formazione universitaria in Italia non devono necessariamente essere italiani. Le nostre università possono diventare un polo di attrazione per giovani qualificati provenienti da altri Paesi.

L’università ha dunque davanti a sé sfide importanti. In questo quadro, credo che un confronto con l’editoria sulle modalità attraverso le quali favorire l’apprendimento dei giovani che già studiano in Italia e di quelli che potremmo attrarre nel nostro Paese sia un tema assolutamente cruciale».

Inserire il codice per il download.

Inserire il codice per attivare il servizio.