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Persone

Andrea Angiolini: «La didattica è la prima missione dell’università»

di Redazione notizia del 23 settembre 2026

Che cosa significa considerare davvero la conoscenza un’infrastruttura strategica? Andrea Angiolini, amministratore delegato e direttore editoriale del Mulino, ha sviluppato questa riflessione durante il convegno Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione, organizzato dall’Associazione Italiana Editori il 23 settembre a Roma. Dal valore della didattica al diritto allo studio, dalla pirateria fino alla trasparenza nell’uso dell’intelligenza artificiale, il suo intervento ha guardato agli strumenti necessari per mantenere sostenibile e autorevole la produzione di conoscenza.

«L’investimento in conoscenza è un elemento strategico per il Paese. È un principio che in casa editrice sentiamo ripetere da sempre: un Paese si misura dal livello di conoscenza che offre agli studenti e dalla qualità della formazione.

Dubito molto che sia possibile affrontare le sfide e la complessità del mondo di oggi senza un solido sapere superiore che non cerchi scorciatoie, siano esse cartacee o digitali.

Gli editori vogliono contribuire proprio a questo: a costruire un sapere strutturato attraverso quello che chiamiamo libro, che in realtà può assumere forme diverse. Parliamo di un contenuto progettato editorialmente e sorvegliato, caratterizzato da esaustività, progressività – accompagna dal semplice al complesso – e chiarezza, e capace di tenere conto dei bisogni dei docenti e degli studenti di oggi.

Questo è ciò che intendiamo per libro: un sapere progettato, esaustivo, progressivo e chiaro. Poi può essere cartaceo, digitale, integrato in una piattaforma: gli editori hanno ampiamente accettato questa sfida.

La didattica è la prima missione dell’università. È ciò per cui circa due milioni di famiglie affidano i propri ragazzi a un sistema di formazione superiore ed è quindi anche uno specchio del modo in cui il Paese si rivolge a una parte importante dei propri cittadini.

Per questo salutiamo con grande favore il fatto che si stia considerando di inserire esplicitamente l’attività didattica tra le metriche che concorrono, a un certo punto del percorso, al reclutamento dei docenti e alle chiamate nelle singole sedi. La valutazione della ricerca è una cosa serissima e deve seguire le proprie logiche, ma mettere sotto i riflettori anche la didattica ci sembra un elemento di chiarezza nei confronti di chi affida all’università la formazione dei propri figli.

La nostra proposta è che anche il libro, inteso nel senso ampio che ho appena descritto, possa essere uno degli elementi presi in considerazione nella valutazione della didattica. Un libro pubblicato attraverso un processo di selezione editoriale dovrebbe poter rappresentare una componente di questo percorso di valutazione.

La didattica, naturalmente, esiste per qualcuno: per gli studenti. E credo che, per il futuro del Paese e per il senso stesso dell’istituzione universitaria, la platea degli studenti debba essere ampia. Qui entra in gioco il diritto allo studio.

È singolare che nei dispositivi dedicati al diritto allo studio non compaia la parola “libro”. Troviamo, giustamente, gli alloggi, il cibo, i trasporti e altri interventi essenziali. È quindi molto importante prendere coscienza del fatto che la qualità della didattica passa anche attraverso gli strumenti messi a sua disposizione. Da questo punto di vista, il voucher per l’acquisto dei libri e altri provvedimenti analoghi sono misure sulle quali speriamo ci sia attenzione.

Ma il diritto allo studio è anche altro. Deve portarci a riflettere sul perché in Italia solo il 57% delle coorti dei diciannovenni si iscriva all’università, contro il 61% in Germania e il 90% in Francia e Spagna. Già questo ci dà la misura dello spazio che abbiamo per crescere. È un tema che riguarda l’orientamento e chiama in causa sia la scuola sia l’università. Molto è stato fatto e il sistema sta reagendo positivamente, ma il divario rimane.

C’è poi il problema della dispersione e degli abbandoni. Tra il 20% e il 25% degli studenti non conclude nei tempi il proprio percorso di studi o ne esce; una quota significativa di chi si iscrive al primo anno, l’anno successivo non risulta più nello stesso corso di laurea. Sono fenomeni sui quali la politica deve riflettere, ma sui quali devono interrogarsi anche gli editori: gli strumenti che mettiamo in campo devono poter aiutare il percorso universitario. Credo che il libro, nel senso in cui ne stiamo parlando, sia un ingrediente importante anche per aiutare gli studenti a restare all’interno del sistema.

C’è poi la pirateria. Non è un fenomeno al quale possiamo guardare con leggerezza. Significa per gli editori avere meno possibilità di assumere persone, remunerare adeguatamente il lavoro degli autori e investire in conoscenza, tecnologia e innovazione.

Tra il 55% e il 67% degli studenti universitari ha compiuto almeno un atto di pirateria negli ultimi dodici mesi: il 55% sul cartaceo e il 67% sul digitale. Non possiamo considerarlo normale. Se aumenta il prezzo della verdura, non legalizziamo il furto dal fruttivendolo: ci chiediamo piuttosto come aumentare il potere d’acquisto dei cittadini.

Il prezzo dei libri è aumentato nell’ultimo anno dell’1,3%. Il diritto allo studio è una questione serissima e chi vuole intraprendere un percorso universitario deve poter disporre degli strumenti necessari, ma sappiamo anche che vengono fotocopiati libri che costano 12 euro. Non esiste quindi un rapporto automatico di causa-effetto tra il costo dei libri e la pirateria. C’è anche un problema di percezione del valore e un comportamento che deve essere contrastato.

La pirateria, inoltre, non riguarda soltanto il piccolo copista: c’è un problema molto più serio, che coinvolge anche la criminalità organizzata. Le risorse sottratte al sistema sono le stesse che gli editori vorrebbero poter investire in tecnologia e innovazione.

Abbiamo bisogno, come editori italiani, di poter competere non soltanto con i grandi editori internazionali, ma anche con le big tech. I sostegni all’innovazione e gli investimenti sono quindi importanti, ma esistono anche risorse che potrebbero rimanere all’interno del sistema e che oggi non possiamo utilizzare. Risorse che investiremmo volentieri nell’innovazione.

Gli editori italiani hanno accettato la sfida dell’intelligenza artificiale. Continueremo a monitorare questo fenomeno per capire come evolve il sistema, ma vogliamo lavorare soprattutto sulla qualità di ciò che facciamo e su due criteri generali che, a mio avviso, dovrebbe adottare l’intero sistema dell’istruzione: responsabilità e trasparenza.

Lavoreremo perché gli editori italiani sviluppino criteri pubblici e trasparenti, in modo da offrire a lettori, studenti e docenti indicazioni chiare su come utilizziamo l’intelligenza artificiale, o su come scegliamo di non utilizzarla. È uno strumento già diffuso a livello internazionale e, naturalmente, deve poter essere aggiornato con il cambiamento delle tecnologie.

Potrebbe rappresentare anche un terreno di confronto con il sistema universitario. Sarebbe importante confrontarsi su come docenti e studenti vengono invitati a utilizzare l’intelligenza artificiale, in quali condizioni di sicurezza e per quali finalità.

La sfida, dunque, è accettata. Ma deve essere affrontata all’insegna della trasparenza e della responsabilità».

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