Al convegno Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione, organizzato dall’Associazione Italiana Editori il 23 settembre a Roma, il confronto sul futuro del settore ha incrociato anche il tema del diritto allo studio. Alfredo D’Attorre, responsabile del Dipartimento Università del Partito Democratico, ha collegato l’accesso ai libri alla necessità di rafforzare gli strumenti di sostegno per chi studia e, più in generale, alla qualità della formazione universitaria. Di seguito il suo intervento.
«Credo che la politica debba porsi questo tema, che incrocia diverse dimensioni: la qualità della didattica, l’evoluzione dell’università nell’impatto con la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e anche il diritto allo studio.
Le cifre presentate a proposito della pirateria sono impressionanti e costituiscono effettivamente un problema molto serio. Non credo, però, che possiamo affrontarlo semplicemente attraverso un appello alla cultura della legalità, che naturalmente resta importante. Dietro il ricorso alla pirateria c’è certamente, almeno in parte, anche una perdita della cultura e della centralità del libro, che va contrastata. Ma c’è anche un’oggettiva difficoltà delle famiglie e degli studenti nell’affrontare i costi di un’istruzione che diventa sempre più costosa.
Abbiamo attraversato in questi anni una fase favorevole grazie alle risorse del PNRR. A seconda degli anni, il Governo ha potuto disporre di 250-300 milioni di euro di risorse aggiuntive, grazie alle quali si è riusciti in parte a compensare un fenomeno che negli anni precedenti era cresciuto molto, soprattutto in alcune regioni: quello degli studenti che avevano diritto alla borsa di studio ma non la ricevevano, i cosiddetti idonei non beneficiari.
Con la fine del PNRR il problema si ripropone: già quest’anno disporremo di circa 174 milioni di euro in meno per il diritto allo studio. Come Partito Democratico stiamo quindi lavorando a un grande progetto di rilancio del diritto allo studio come diritto costituzionale fondamentale, che necessita naturalmente di nuove risorse e nuovi investimenti.
Dobbiamo rafforzare questo pilastro, riportare almeno ai livelli raggiunti negli anni del PNRR la dotazione ordinaria per il diritto allo studio e immaginare anche strumenti nuovi. Abbiamo il problema della casa, che il PNRR non ha risolto: siamo circa a metà dei posti letto che avrebbero dovuto essere realizzati. Abbiamo il problema del trasporto pubblico locale e quello delle mense. Ma esiste anche il problema dell’acquisto dei libri di testo, che finora è rimasto sostanzialmente fuori dalla dimensione del diritto allo studio universitario.
Credo che sia una sollecitazione che la politica debba raccogliere. Per quanto ci riguarda siamo molto interessati a ragionare su questo tema e probabilmente entrerà anche nelle proposte che presenteremo.
Se il centrodestra e il centrosinistra parlassero di più di università e di diritto allo studio, credo sarebbe un fatto molto positivo.
Per quanto riguarda il voucher, la considero un’idea molto interessante: immaginare una dotazione aggiuntiva per gli studenti che hanno diritto alla borsa di studio, specificamente finalizzata all’acquisto dei libri, è una proposta sulla quale credo si possa lavorare.
Se vogliamo difendere la centralità del libro – e appartengo anch’io a quella generazione e a quella cultura per cui, da ricercatore e da docente, il libro resta assolutamente irrinunciabile – dobbiamo innanzitutto contrastare un processo strisciante che definirei di “telematizzazione” dell’università pubblica italiana: l’avanzata delle università telematiche private.
È un fenomeno che considero molto preoccupante e che nasce anche dal fatto che l’università pubblica non riesce a garantire pienamente il diritto allo studio. Dobbiamo inoltre riconoscere, anche autocriticamente, che l’università pubblica ha forse smarrito in parte l’assoluta centralità che dovrebbe attribuire alla didattica.
Abbiamo inseguito terze, quarte e quinte missioni, ma l’università è innanzitutto didattica e ricerca, nel loro vitale e fecondo intreccio. Anche alcuni nostri limiti, insieme alle carenze del diritto allo studio e a una regolamentazione che considero troppo lasca, hanno favorito l’espansione delle università telematiche.
Su questo la posizione attuale del Partito Democratico è di radicale critica rispetto all’assetto normativo esistente. Siamo per una regolamentazione rigorosa e, soprattutto, per reintrodurre un’idea molto semplice: l’università non può essere un’attività a scopo di lucro. Non può trasformarsi in una macchina per produrre profitti. Oggi le università telematiche generano livelli di redditività molto elevati e credo che su questo sia necessario intervenire con decisione e tempestività.
Se vogliamo mantenere un certo livello qualitativo, dobbiamo evitare un trascinamento verso il basso degli standard della formazione universitaria.
Infine, il rapporto tra libro e intelligenza artificiale. Il libro è un presidio della qualità della didattica ed è, a mio avviso, anche una delle condizioni per consentire agli studenti di utilizzare proficuamente l’intelligenza artificiale.
Lo sperimentiamo tutti nei settori nei quali siamo più esperti: la qualità delle risposte dell’intelligenza artificiale dipende strettamente dalla qualità delle domande. Se formiamo ragazze e ragazzi che, grazie al libro, raggiungono su una determinata materia un certo livello di consapevolezza critica, capacità di pensiero e discernimento, saranno anche capaci di utilizzare l’intelligenza artificiale in maniera enormemente più potente.
È uno strumento potentissimo, ma ha bisogno di guidatori molto esperti. L’intelligenza artificiale, quindi, non può sostituire il libro. Al contrario, il libro è il simbolo di una didattica di qualità, essenziale anche per poter utilizzare l’intelligenza artificiale in maniera davvero utile».