Come stanno cambiando le modalità di studio e quali competenze rischiano di indebolirsi con un uso passivo dell’intelligenza artificiale? È una delle questioni emerse al convegno Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione, organizzato dall’Associazione Italiana Editori il 23 settembre a Roma. Alessandra Petrucci, rettrice dell’Università di Firenze e delegata CRUI per la didattica, ha preso le mosse dai risultati della ricerca di Talents Venture per ragionare sul rapporto tra nuovi strumenti, libro e qualità della formazione. Di seguito il suo contributo.
«Vorrei riprendere alcuni dati emersi dalla ricerca presentata da Talents Venture, perché ci consegnano un segnale che non possiamo sottovalutare: il 65% dei docenti ritiene che gli studenti utilizzino l’intelligenza artificiale generativa per preparare gli esami, mentre il 55% ne valuta negativamente l’impatto sulla preparazione.
Questo giudizio si inserisce, a mio avviso, in una trasformazione più ampia. L’83% dei docenti osserva infatti un cambiamento nelle modalità di studio, segnato da una minore consultazione dei testi, dal ricorso crescente a materiali sintetici e dalla difficoltà ad affrontare problemi complessi.
Il problema, però, non è l’intelligenza artificiale in sé, ma l’uso che se ne fa. Se serve soltanto a comprimere un manuale in poche pagine o a ottenere una risposta senza ricostruire il percorso, i collegamenti logici e il pensiero che conduce a determinate teorie e pratiche, rischia di accentuare la frammentazione delle conoscenze.
In questo modo vengono indebolite proprio le capacità che l’università deve coltivare: analizzare, collegare argomenti diversi, valutare l’affidabilità delle fonti, formulare domande e costruire un pensiero autonomo, quel pensiero critico di cui parliamo così spesso.
Queste capacità non sono essenziali soltanto per la formazione della persona e del cittadino: sono sempre più richieste anche dal mondo del lavoro. In un contesto nel quale informazioni, strumenti e profili professionali cambiano molto rapidamente, il valore di un laureato non dipende tanto dalla quantità di nozioni che riesce a memorizzare, quanto dalla capacità di collegare le conoscenze, affrontare problemi nuovi, valutare l’affidabilità e la qualità dei dati, esercitare un giudizio e assumersi la responsabilità delle decisioni che prende.
Una formazione superficiale può forse accelerare il superamento di un esame, ma non prepara ad affrontare la complessità di una professione.
Da questo punto di vista, continuo a ritenere che l’editoria accademica svolga una funzione fondamentale. Il libro e le pubblicazioni scientifiche non sono soltanto contenitori di informazioni: consentono di organizzare i saperi e i percorsi argomentativi. Questa architettura permette di andare oltre la risposta immediata o il test a crocette e di acquisire conoscenze solide, che possano poi essere trasferite in altri contesti.
Credo quindi che difendere l’editoria accademica significhi difendere la qualità della formazione e, di conseguenza, anche il valore dei titoli universitari nel mondo del lavoro.
Questo, però, non significa assumere una posizione difensiva nei confronti dell’innovazione. Dobbiamo insegnare agli studenti a utilizzare l’intelligenza artificiale non per evitare la complessità, ma per affrontarla meglio. Può essere uno strumento utile per confrontare interpretazioni, individuare contraddizioni, interrogarsi criticamente e costruire, per esempio, mappe concettuali da verificare.
In questo modello il libro non scompare. Resta il luogo nel quale le conoscenze acquistano struttura, profondità e coerenza. Vedo quindi l’intelligenza artificiale come uno strumento di accompagnamento alla lettura e alla rielaborazione, non come un sostituto.
Per arrivare a questo risultato serve però una collaborazione stabile tra università ed editori. Esistono già sperimentazioni interessanti, ma sarebbe utile che non restassero isolate e che acquistassero maggiore continuità.
Si potrebbero immaginare laboratori congiunti nei quali lavorino insieme docenti, studenti, editori, biblioteche ed esperti di tecnologie educative, anche per sperimentare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Esperienze di questo tipo potrebbero consentire di individuare criteri condivisi per capire quali strumenti possano essere realmente utili e come sia meglio applicarli.
Il passaggio decisivo è trasformare le buone pratiche isolate in conoscenza condivisa e, quindi, in pratiche diffuse. Solo attraverso un’alleanza di questo tipo possiamo affrontare le sfide poste dall’intelligenza artificiale, evitando che diventi una scorciatoia allo studio e facendo invece in modo che sia uno strumento utile a migliorare la formazione».