
Non ci sono parole per descrivere
i fatti che qualche ora fa hanno portato alla morte di 12 persone e al ferimento di altre otto nella redazione del
settimanale satirico «Charlie Hebdo», colpevole di avere dato voce e spazio alla satira sull’Islam.
Tra le vittime del fuoco dei tre attentatori anche il direttore del settimanale, Stephan Charbonnier, detto
Charb, e i tre più importanti vignettisti:
Cabu (Jean Cabut)
, Tignous (Bernard Verlhac) e
Georges Wolinski, molto famoso anche in Italia. Dopo i fatti di Parigi, l’
allarme è salito anche nella sede di Flammarion, casa editrice per la quale è uscito proprio oggi il nuovo libro di
Michel Houellebecq,
Sottomissione, cui era dedicata anche la copertina odierna della rivista (nell'immagine a sinistra).
Sebbene non sembri al momento esserci un nesso tra la copertina dedicata al romanziere francese – che per altro più volte si è schierato contro l’Islam – e l’attentato, la polizia d’Oltralpe ha ritenuto più prudente assegnare una
piccola scorta di agenti alla sede dell’editore. L’ultima opera del premio Goncourt, in pubblicazione il
15 gennaio in Italia per i tipi di Bompiani, è stata infatti al centro di un acceso dibattito in Francia sull'identità nazionale e sul corretto rapporto con l'immigrazione di matrice islamica.
Il libro racconta l'arrivo al potere in Francia di un
presidente islamico moderato che si rivela un ottima cosa per la nazione: niente più disordini nelle banlieu, minimi tassi di disoccupazione dato che alle donne è vietato lavorare e così via.
Durissime le reazioni del mondo politico e della cultura che si sono scagliate contro l’atto terroristico e hanno ribadito ancora una volta il loro sostegno alla
libertà di stampa.
L'attentato di Parigi è purtroppo legato a doppio filo alla stagione assai difficile che la libertà d'espressione sta vivendo a livello globale. Secondo l’ultimo rapporto di Freedom House, organizzazione non governativa statunitense che monitora annualmente i livelli dell’indipendenza editoriale e della libertà
di stampa nel mondo,
solo una persona su sette vive in un Paese «libero». Nel 2014 si sono registrati gli indici più bassi dell’ultimo decennio anche a causa della regressione delle condizioni di molti Paesi del Medio Oriente come Egitto, Libia e Giordania, i disordini e gli arresti di editori e giornalisti in Turchia, Ucraina e in vari Paesi dell’Africa (in questo numero del «Giornale della libreria» un approfondimento sullo stato della censura nel mondo che potete trovare
qui,
qui e
qui).