Il tuo browser non supporta JavaScript!
Fiere e saloni

La forza delle parole di Aslı Erdoğan ha illuminato l’anteprima di Tempo di libri

di Antonio Lolli notizia del 13 gennaio 2017

Attenzione, controllare i dati.

«Nella mia vita ora c'è una grossa macchia nera e l'unico modo che ho per affrontarla è la scrittura». Queste parole riassumono molto bene lo stato d’animo di Aslı Erdoğan, la scrittrice turca liberata il 29 dicembre dopo 136 giorni di prigione, protagonista in videoconferenza della «prima delle anteprime» di Tempo di libri che ha avuto luogo ieri sera. Nella sala del Teatro dal Verme di Milano, gremita per l’occasione, il contributo toccante della scrittrice è stato accompagnato da quelli della sociologa e attivista turca Pınar Selek, del giornalista Lirio Abbate e di Lea Nocera, studiosa della Turchia contemporanea, introdotti da Chiara Valerio e moderati da Marino Sinibaldi.

Aslı Erdoğan, accusata di propaganda terroristica per i suoi articoli pubblicati sul giornale filo-curdo Özgür Gündem, ora sta aspettando la prossima udienza prevista per il 14 marzo insieme ad altre dieci persone che lavorano al giornale. Con il ritiro del passaporto le è stato impedito di lasciare la Turchia: una misura prevista dalla serie di decreti emanati a seguito della proclamazione dello stato di emergenza del Paese.

«Se non avessi avuto così tanto sostegno probabilmente non sarei uscita dal carcere – ha raccontato la Erdoğan. In Turchia 136 giorni di carcere sono un periodo relativamente breve ma per me è stato lunghissimo e terribile. Dopo questa esperienza ho imparato a dare nuovo valore alla vita. Molte altre persone sono tuttora in carcere e non siamo neanche a conoscenza del loro numero esatto. Sono stata in cella con altre venti donne e vorrei approcciarmi a questa mia esperienza in maniera molto delicata, raccontando la storia delle persone che ho incontrato e conosciuto».

Un percorso drammatico vissuto anche da Pınar Selek, che però, dopo un lungo periodo di carcerazione nel suo Paese, vive ormai in esilio in Francia dal 2008. Nelle sue parole si può leggere tutta la grinta e il coraggio di una donna che ha saputo resistere al potere e lottare per la propria libertà. «Non possiamo subire passivamente ma dobbiamo realizzare uno spazio libero in cui poter creare – ha affermato nel corso del suo intervento –. Bisogna trovare il modo per permettere ad Aslı di uscire dalla Turchia, affinché possa continuare a scrivere liberamente e a creare».

Le vicende che hanno interessato la Turchia negli ultimi mesi hanno colpito l’opinione pubblica anche in Italia ma non sono purtroppo una novità. Stiamo parlando di un Paese che, oltre al tentato colpo di stato del luglio 2016, nel corso degli anni è passato attraverso tre golpe militari riusciti – nel 1960, 1971 e 1980 – più uno definito dagli storici “postmoderno” nel 1997, che pose fine al governo del partito per cui l’attuale premier Erdoğan era diventato sindaco di Istanbul. «La Turchia è un luogo in cui le minoranze hanno sempre avuto enormi difficoltà a trovare spazi di espressione – ha spiegato Lea Nocera, al punto che il silenzio è spesso diventato un comportamento interiorizzato da molte comunità. La storia di Aslı Erdoğan ha suscitato scalpore perché la Turchia nel corso degli anni Duemila aveva attraversato una fase di dinamismo culturale e di fermento nei campi della letteratura, della musica e del cinema, come se avesse superato il suo periodo più scuro. Sembra davvero che ogni bravo scrittore in Turchia, da Nazim Hikmet (liberato nel 1950 dopo 12 anni di prigionia) a Aslı Erdoğan, debba prima o poi subire l’esperienza del carcere. E chi non viene incarcerato, deve comunque affrontare minacce e processi».

Queste storie, che sembrano appartenere a una realtà lontana dalla nostra, ci toccano invece molto da vicino. E il racconto di Lirio Abbate, sotto scorta da nove anni per i suoi scritti e reportage sulla corruzione e la criminalità organizzata, è lì a ricordarcelo. «In un Paese democraticamente libero come l’Italia – ha raccontato – in cui negli ultimi 50 anni non si sono avute guerre, la mafia ha ucciso otto giornalisti in Sicilia. Uccisi perché scrivevano cose che andavano contro gli interessi della criminalità organizzata e raccontavano una realtà che tutti conoscevano ma che doveva rimanere nell’ombra. La criminalità organizzata si comporta come una dittatura. Ha capito che deve imporre la propria forza sul pensiero e sulla parola, perché la parola è come un’arma».

Le parole di Aslı Erdoğan hanno poi preso vita nella parte finale della serata grazie ad alcuni importanti scrittori italiani (Silvia Ballestra, Alessandro Bertante, Helena Janeczek, Federica Manzon, Alessandro Mari e Bianca Pitzorno) che si sono alternati in una staffetta di lettura di alcune parti de Il mandarino meraviglioso, l’unico libro tradotto finora in italiano.
Parole di libertà, resistenza e speranza nel futuro. D’altronde, come scrive Pinar Selek nel suo libro Le maschere della verità «La spada è sempre lì, non fa che passare da una mano all’altra».

L'autore: Antonio Lolli

Editor presso la redazione del Giornale della libreria. Dopo la laurea in Ingegneria e l’esperienza di ricerca in ambito accademico svolta presso l’università di Bologna, seguo il mondo editoriale nelle sue diverse sfaccettature, con particolare interesse per il confronto tra le realtà dei diversi Paesi del mondo e per le ultime novità dal punto di vista produttivo e tecnologico.

Guarda tutti gli articoli scritti da Antonio Lolli

Inserire il codice per il download.

Inserire il codice attivare il servizio.