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Persone

Guido Catalano. L’ultimo dei poeti o il primo degli «Instapoet» italiani

di Alessandra Rotondo notizia del 10 luglio 2017

Attenzione, controllare i dati.

In Italia come all’estero, la poesia non ha un mercato molto ampio. Che si occupi di contemporanei o di autori appartenenti a epoche passate, l’editoria di settore incontra in genere l’interesse di una nicchia piuttosto circoscritta e colta di lettori.

Eppure ci sono delle eccezioni. Dei fenomeni capaci di «popolarizzare» il linguaggio poetico e di renderlo accessibile a un pubblico più ampio e magari insperato. Anche grazie al traino e alla visibilità offerta dalla democratica e orizzontale comunicazione sui social media.

Nel 2015 il «New York Times» raccontava dell’«Instapoet» Tyler Knott Gregson, «un biondo e tatuato poeta del Montana» con centinaia di migliaia di follower su Instagram e Tumblr, definito dal quotidiano statunitense come «l’equivalente letterario di un unicorno: un poeta da best seller». Il suo primo libro, Chasers of the Light (Perigee Books - Penguin Random House, 2014) ha venduto più di 120 mila copie cartacee.

Un percorso simile è quello di Rupi Kaur, 25 anni, canadese originaria del Punjab che su Instagram si è guadagnata la notorietà grazie ai suoi componimenti incisivi e schietti sulla femminilità. Poi pubblicati da Andrews McMeel Publishing nella raccolta Milk & Honey (proposta in Italia da Tre60, il marchio editoriale di TEA): più di 500 mila copie in due anni.

In Italia – pur viaggiando su cifre diverse: sul suo sito si legge «Le raccolte Ti Amo Ma Posso Spiegarti e Piuttosto Che Morire M’Ammazzo, edite da Miraggi Edizioni, vendono oltre 30 mila copie» – l’«unicorno» è Guido Catalano. Torinese, classe 1971, della poesia ha fatto il suo mestiere grazie a un mix di presenze social e manifestazioni live che gli consente quotidianamente di suscitare e alimentare l’interesse di un pubblico ampio, variegato e tendenzialmente giovane. Un pubblico disposto tanto a seguirlo dal vivo – nelle capillari tappe di quei tour che il suo rotacismo e il modo di abitare il palco rendono memorabili – quanto a comprarne i libri. La sua è una poesia in versi liberi, ironica e diretta, che parla quasi sempre d’amore.
 
 
L’ho «conosciuta» nell’ottobre del 2008 leggendo questa sua poesia, grazie a un social network che non esiste più. Erano anni pieni di entusiasmi digitali: c’erano i blog, che stavano per morire ma non lo sapevano; e timidamente spuntavano i social. Lei sulla rete ha un grande seguito e anche un buon numero di fan della prima ora: quand’è arrivata e come la consapevolezza che quello potesse essere il suo pubblico?
 
Internet in generale è stato fondamentale per la mia carriera e lo è tutt'ora. Nel 2005 ho aperto il mio blog, che esiste ancora, e poi sono arrivati i social. Una cosa fondamentale per me è usarli divertendomi. Mi diverto molto a usare i social e questo, credo, sia fondamentale per farne un buon uso.
Da subito, nel blog, ho messo praticamente tutto quello che scrivevo e così poi su Facebook. Penso che il pubblico sia riconoscente a coloro che condividono in maniera libera le proprie cose. E la buona notizia è che poi comprano i libri anche quando escono di carta.
 
 
Un pubblico con il quale coltiva un dialogo intenso, sia attraverso i social network che gli spettacoli live. Tantissimi, capaci di attirare molti giovani: non tra i maggiori fruitori di poesia. E infatti qualcuno maligna, accusandola addirittura della «deriva della poesia italiana contemporanea». Cosa ne pensa? Cos’è poesia e cosa non lo è?
 
Ho diversi «odiatori» e qualche critico, ed è un'ottima notizia: piacere a tutti significa essere conosciuto solo nella cerchia di amici, parenti e fidanzate. Nel momento in cui esci in mare aperto, capita di trovare persone che non sono d'accordo con quello che fai. Nel mio caso, non viene sempre apprezzata la vena ironica e comica.
Ci sono persone, soprattutto tra gli addetti ai lavori, che considerano sacrilego far ridere in versi. A questo aggiungiamo che riempio club e teatri di pubblico e vendo bene: adoro esibirmi dal vivo, non potrei farne a meno, ho bisogno del rapporto diretto con il pubblico da sempre, da almeno 18 anni. Credo che questo sia una sorta di «errore di sistema», dove il sistema è quello che ci dice che la gente non compra e non legge e non si interessa alla poesia.
Su cosa sia poesia e cosa non lo sia non ho ancora una risposta degna. Quando penso alle mie poesie, le immagino come canzoni con il ritmo e la musica incorporata.
 
 
Parliamo della sua vicenda editoriale. Comincia con SEEd e prosegue con Miraggi. Poi l’arrivo in Rizzoli, con D'amore si muore ma io no e Ogni volta che mi baci muore un nazista. Si considera spesso come i medi e piccoli editori facciano dell’ottimo scouting editoriale, ma poi vengano «abbandonati» dagli autori quando questi raggiungono la notorietà. Lei cosa ne pensa?
 
Mantengo ancora ottimi rapporti con Miraggi e posso assicurare che una piccola casa editrice, quando un suo autore passa alle grandi, può goderne appieno. I libri editi con Miraggi, anche ora che pubblico con Rizzoli, sono vivi e vegeti e vendono bene. Anzi sono distribuiti anche meglio grazie al «traino» della grande casa editrice. Io ho impiegato molto prima di passare a una «major», ho fatto insomma parecchia gavetta e di questo sono felice.
Per quanto riguarda il mio futuro, continuerò a lavorare con Rizzoli. La prossima uscita sarà di nuovo un romanzo e poi, probabilmente, un libro di poesie.
 
 
Due anni fa ha partecipato alla serata conclusiva, trasmessa da Rai3, della prima edizione di #IoLeggoPerché, iniziativa di promozione della lettura di Aie. Lei è un personaggio popolare, il poeta pop per eccellenza: l’anello di congiunzione perfetto tra il non lettore e il libro. Ha mai convinto qualcuno a leggerne uno?
 
Una delle cose più belle che mi vengono dette e scritte, è che dopo avermi conosciuto e avermi letto o ascoltato, alcune persone, spesso molto giovani, si sono avvicinate alla poesia, e non intendo solo la mia, ma anche quella di altri. Credo che questo sia un complimento molto bello e anche una buona notizia.

L'autore: Alessandra Rotondo

Editor presso la redazione del Giornale della libreria. Mi sono laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, poi ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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