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Mercato

Santi, poeti e pirati. Il 39% degli italiani fruisce illegalmente di audiovisivi

di Alessandra Rotondo notizia del 8 giugno 2017

Attenzione, controllare i dati.

Lunedì 5 giugno, alla Casa del Cinema di Roma, la FAPAV (Federazione per la tutela dei contenuti audio visivi) ha presentato gli esiti di una ricerca – condotta in collaborazione con Ipsos – sulla pirateria audiovisiva in Italia, riguardante sia i supporti fisici che quelli digitali.
 
La pirateria rappresenta un limite culturale ma anche e soprattutto un danno economico per il nostro Paese. Nel complesso, l’impatto combinato della pirateria di film e serie si stima in quasi 128 milioni di fruizioni perse nel 2016: un danno finanziario di circa 686 milioni di euro. Più in generale, si ritiene che la perdita di fatturato delle aziende (non soltanto quelle dell’industria audiovisiva) imputabile alla pirateria sia di 1,2 miliardi di euro, che implicano una contrazione del PIL di circa 427 milioni e 6.540 posti di lavoro persi.
 
Secondo l’indagine, è il 39% della popolazione italiana adulta ad aver guardato illegalmente film, serie TV, programmi televisivi e di intrattenimento almeno una volta nel 2016, per un totale di circa 669 milioni di atti di pirateria compiuti. Tra i più giovani la percentuale è addirittura superiore, toccando il 50% nella fascia d’età 10-14.
 
Con il 33% della popolazione adulta che dichiara di averlo fatto almeno una volta durante l’anno passato, i film sono i contenuti piratati dal più alto numero di persone e più spesso (370 milioni di atti di pirateria, oltre la metà del totale). Ma la tendenza è in calo rispetto al passato: in un confronto con il 2010, sia per quanto riguarda il numero di persone (-4%) che gli atti (-3%). In aumento, invece, i pirati di serie e programmi televisivi. Nel 2010, rispettivamente il 13% e l’11% della popolazione; oggi il 22% e il 19%.
 
Se la pirateria fisica sta conoscendo un crollo, quella digitale è in netto aumento. Segno che il calo non è imputabile a una «ritrovata virtù», quanto piuttosto a una massiccia evoluzione delle tecnologie e delle modalità di consumo, oltre che della natura stessa dei prodotti, delle piattaforme di distribuzione e delle diete mediali degli utenti. Solo rispetto ai film, tra il 2010 e oggi si è assistito a un aumento del 78% degli atti di pirateria digitale. Mentre sono diminuiti dell’81% e del 50%, rispettivamente, gli atti di pirateria fisica e indiretta (la fruizione di copie non originali prestate da altri).
 
Sul fronte delle infrastrutture tecnologiche che consentono la fruizione illecita, i pirati alla ricerca di serie TV da scaricare si rivolgono sia ai siti collegati alla rete BitTorrent (un protocollo peer-to-peer per lo scambio di file in rete) che al download da cyberlocker (o file hosting che dir si voglia), mentre i software peer-to-peer  (come eMule) sono utilizzati solo nel 23% dei casi. Per i film appare maggiormente diffuso il download da internet (cyberlocker 59%), senza ricorso a BitTorrent o P2P.
 
Per lo streaming, sia di film sia di serie TV, i siti web collegati ai cyberlocker sono la fonte principe (93%): la ricerca dei siti avviene per lo più attraverso i motori di ricerca online (56%) o grazie al passaparola di amici e conoscenti (42%). Lo streaming attraverso IPTV (il sistema usato per ricevere segnali televisivi tramite connessioni Internet a banda larga), seppur marginale, appare più diffuso tra i pirati di serie TV (16% vs 12% tra i pirati di film).
 
A risultare particolarmente interessante, poi, è l’identikit del pirata. Uomo (55%), lavoratore (54%), più frequentemente in posizioni direttive o autonome rispetto alla media della popolazione italiana, con un titolo di studio mediamente più elevato (62% diplomati). Ma soprattutto più connesso e tecnologico e maggiormente coinvolto o interessato alla varie forme della sharing economy. Una descrizione che da un lato smonta la tesi «economica» alla base della pirateria, stando alla quale l’atto illegale verrebbe compiuto per mancanza di risorse da destinare a quei consumi. Dall’altro, spinge a interrogarsi sulla «doppiezza» del profilo del pirata, che pur aderendo (almeno come utente) a modelli economici basati sulla condivisione, sulla responsabile messa in comune delle risorse per contenere costi e impatti (sociale, ambientale… ) e pur essendo una persona digitalmente abile e istruita, fa fatica ad attribuire valenza negativa all’atto della fruizione illecita.
 
In questa direzione, il percorso è forse lungo. Ma non impossibile: rispetto a 6 anni fa è aumentata tra i pirati adulti la consapevolezza che la pirateria sia un reato, ed è cresciuta anche l’inclinazione ad adottare alternative legali a pagamento (complice, forse, Netflix, con i suoi costi accessibili e l’estrema facilità ed elasticità di sottoscrizione e utilizzo). D’altronde, è solo un pirata adulto su 4 (e uno su 5 tra i più giovani) a ritiene che piratare possa considerarsi un gesto grave. E sebbene la maggior parte dei pirati (soprattutto adulti) sia consapevole dell’illegalità del gesto che compie, meno della metà ritiene invece probabile essere scoperto e punito. Secondo i tre quarti o più dei pirati, infatti, un sistema sanzionatorio (multe e/o denunce) capillare e credibile sarebbe una efficace forma di deterrenza.

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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