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Internazionalizzazione

La geografia dei diritti di edizione nel 2016

di Giovanni Peresson notizia del 11 maggio 2017

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Nel 2016 le case editrici italiane hanno venduto all’estero i diritti di oltre 6.500 titoli, con un incremento sul 2015 del 11,7%. Il numero di titoli di cui abbiamo acquistato i diritti da case editrici straniere, invece, è stato 9.552: un calo del 10,6% rispetto all’anno precedente. La maggior crescita dell’export (+ 8,3% in media annua dal 2011) rispetto all’import (che assume per la prima volta un valore negativo: - 0,7% sempre in media annua) è una tendenza strutturale che caratterizza il settore, sostenuta da un diverso modo di pensare al libro – già orientato ai mercati internazionali –, dalla creazione di reti e rapporti con case editrici straniere, dalla partecipazione a fiere e missioni estere, dallo sviluppo di competenze professionali nuove e di infrastrutture tecnologiche dedicate.

 

La centralità economica e culturale del dialogo internazionale tra editorie ha spinto l’Ufficio studi dell’Aie a realizzare il Rapporto sull’import/export dei diritti 2017 (acquista l’e-book seguendo questo link), commissionato da ICE Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane a Ediser srl. Parallelamente è stata anche aggiornata, per il settimo anno, la pubblicazione Premi e incentivi alle traduzioni (qui è disponibile l’e-book dell’edizione 2017), uno strumento utile per gli editori – specialmente per quelli piccoli – che hanno intenzione di avvicinare culture, opere e autori poco (o per nulla) presenti nell’offerta editoriale italiana, ma che hanno bisogno di trovare sostegno economico per la traduzione. Entrambi i volumi sono stati presentati a Tempo di libri, nel corso di due incontri dedicati alle tematiche dell'internazionalizzazione. 
 
La vendita di diritti ha avuto tra 2001 e 2016 una crescita del 264,7% (da 1.800 titoli a 6.565), ben superiore a quella degli acquisti (che registrano un +76,9%, passando da 5.400 a 9.552 titoli. Sono in crescita (il confronto qui è tra il 2015 e 2016): bambini e ragazzi (+44,0%), saggistica (+20,5%), Illustrati(+34%).   In calo narrativa (-41,7%: 884 titoli in meno, in parte spiegabili con il venir meno del «fenomeno Ferrante») e manualistica (-41,8%). Nel 2001 solo il 3,2% dei titoli pubblicati incontrava l’interesse delle case editrici straniere. Questo valore sale al 10% nel 2016. Su un arco di anni più ampio – si tenga presente che il settore, come tutti quelli afferenti alle industrie culturali, è fortemente condizionato da dinamiche autoriali – la narrativa italiana (dal 17,7% del 2007) passa a rappresentare quasi un quarto della vendita di diritti venduti dalle case editrici (il 24,6%), con un incremento del +108,1%. Bambini e ragazzi, che nel 2007 avevano già evidenziato il loro trend di crescita rispetto al 2001, incrementano ulteriormente la loro quota nel mercato, raggiungendo nel 2016 il 46,8%. La saggistica dal 27,9% (ma era il 10,0% nel 2001) scende al 17,7% (ma nel 2015 era il 16,3%), registrando un +19,5% tra il 2007 e il 2016. Gli illustrati dal 17,7% del 2007 (ma erano il 19,2% nel 2001) scendono all’8,5% (ma erano il 7,1% nel 2015) con un -9,7%. La manualistica, infine, dall’8,4% si riduce al 2,4% (-45,6%).
 
Dal punto di vista della distribuzione geografica, l’Europa – con il 62,2% della capacità di assorbimento dei nostri diritti di edizione – resta il principale mercato di riferimento per le case editrici italiane, pur perdendo il peso che aveva ancora nella seconda meta del decennio scorso (76,7% delle vendite). Va tenuto presente che l’editoria europea tra 2011 e 2014 si è trovata alle prese con una generalizzata situazione di crisi dei consumi che non può non aver influito sul mercato dei diritti. L’area asiatica, soprattutto grazie alla Cina, fa registrare tra 2007 e 2016 una crescita dell’export del 69,2% (ma tra 2016 e 2015 si sono vendute 169 opere in meno). Dall’11,5% che rappresentava in termini di destinazioni finali nel 2007 si scende al 10,4% (ma nel 2015 era il 14,4%). L’area del Pacifico, dallo 0,6% passa al 2,2%. La sorpresa è rappresentata dal Medio Oriente, con un +380,8%. E una quota di mercato che dall’1,5% passa al 3,8%, soprattutto per effetto della crescita dell’interesse dell’editoria turca verso gli autori italiani: tra 2015 e 2016 la crescita è del +14,2%. Anche l’editoria nordamericana si è accorta di quella italiana. Le vendite verso quest’area crescono del +257,8% tra 2007 e 2016, ma anche tra 2015 e 2016 vediamo un segno positivo: +45,8%. Centro e Sud America mostrano anche loro un risultato positivo (+305,2% tra 2007 e 2016). Risultato tanto più importante in quanto la quota di mercato di quest’area passa in otto anni dal 5,5% del 2007 all’attuale 11,8%. L’elemento di fondo è che l’editoria italiana in questo arco di anni ha saputo articolare molto meglio rispetto al passato – non solo i generi – ma anche la sua capacità di proporsi sui più diversi mercati: quelli storici e tradizionali, ma anche quelli emergenti.
 


A fronte di più del 60% di titoli acquistati da case editrici che operano nei mercati di lingua inglese, gli editori italiani avevano venduto appena il 7,9% delle opere di autori italiani nel 2007, passato al 14,6% nel 2016. In questa dinamica gioca un ruolo importante la partecipazione alle fiere internazionali. È evidente guardando ai Paesi arabi e del Golfo, dove tra 2016 e 2017 l’Italia ha condotto alcune missioni, anche partecipando come Paese ospite d’onore alle relative fiere: nel 2007 i Paesi arabi rappresentavano lo 0,4% della vendita di diritti (15 opere vendute), salgono al 3% nel 2014 (156 opere vendute) e al 3,4% nel 2016 (216 opere vendute). Numeri assoluti piccoli, ma indicatori e conferme di una tendenza significativa (+38,5% tra 2015 e 2016) e probabilmente «esportabile» anche in altre aree del mondo, con azioni e politiche mirate.

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L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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