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Innovazione

Stati Uniti: a chi piace la new digital economy

di Alessandra Rotondo notizia del 30 maggio 2016

Attenzione, controllare i dati.

Negli ultimi anni – facendo perno sulla rete e sulle possibilità d’interazione e di collaborazione da essa agevolate – sono nate nuove categorie di servizi e si è progressivamente sviluppato un modo diverso di concepire i prodotti, la loro commercializzazione e le modalità di fruizione a essi associate.
Nel passaggio dal possesso alla condivisione, che ha caratterizzato gran parte di questi cambiamenti, da un lato si sono sviluppati differenti modelli di business, dall’altro si è profondamente modificato il comportamento del consumatore, la sua stessa natura di utente.

72% of Americans have used some type of shared or on-demand online service but exposure to these services varies widelyIl Pew Research Center ha recentemente pubblicato i risultati del primo studio globale condotto sull’impatto che il nuovo corso dell’economia digitale sta avendo sulle abitudini del popolo americano. La new digital economy ha come fulcro le piattaforme web o mobile: che consentono di accedere on demand a contenuti, che permettono di commercializzare prodotti e competenze secondo le logiche del consumo collaborativo, o – ancora – che connettono comunità d’interesse altrimenti disperse con l’obiettivo di attivare processi aperti di problem solving. 
Il sondaggio nazionale del Pew è stato condotto su un campione di 4.787 americani, portando alla conclusione che l’approccio a questi servizi varia significativamente all’interno del Paese. 

In totale, il 72% della popolazione adulta si sarebbe servito, nell’ultimo anno, almeno una volta di una piattaforma – «collaborativa» o on demand – afferente a una delle 11 categorie individuate dallo studio (dall’home-sharing al food delivery, passando per il co-working e il fundraising).
Percentuali non eclatanti ma significative, poi, mostrano di aver incorporato all’interno delle proprie routine queste tipologie di consumi: un americano su 5, per esempio, dichiara di aver usato più di quattro di questi servizi nell’ultimo anno, mentre il 7% afferma di averne utilizzati più di 6.

D’altro canto, circa un quarto degli intervistati (28%) non ha mai avuto modo di servirsi di piattaforme di sharing o di servizi on demand e molti non hanno familiarità neppure teorica con gli strumenti e il vocabolario della nuova economia digitale. Il 15% ha usato app per l’hail and ride come Uber, per esempio, ma circa il doppio non sa neanche di cosa si tratti. Similmente, l’11% ha cercato da dormire attraverso piattaforme per l’home-sharing come Airbnb, ma circa la metà degli intervistati non ha neppure mai sentito parlare di siti web che offrono servizi simili.
Il termine «crowdfunding» è sconosciuto per il 61% degli americani, il 73% non ha confidenza con l’espressione «sharing economy» e l’89% non ha idea di cosa significhi «gig economy». E, vista la percentuale vertiginosa, vale forse la pena spiegarlo anche qui: con «gig economy» si intende un modello economico nel quale non esistono più contratti di lavoro continuativi, ma solo prestazioni on demand quando c’è richiesta di specifici prodotti o competenze. Domanda e offerta vengono aggregate on line attraverso piattaforme e applicazioni dedicate.

In ogni caso, gli utenti della new digital economy hanno caratteristiche socio-demografiche molto precise: il 39% di loro è laureato; il 41% di quelli che hanno utilizzato 4 o più servizi ha un reddito annuo di oltre 100 mila dollari; un terzo degli utenti ha un’età compresa tra i 18 e i 44 anni. Al contrario, il 44% degli ultracinquantenni e il 56% degli over 65 non ha mai utilizzato nessuna delle 11 categorie di servizi prese in considerazione dall’intervista.

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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