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Fiere e saloni

The Publishing Fair. A Torino, una fiera per i professionisti dell’editoria

di Giovanni Peresson notizia del 19 novembre 2019

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Debutta a Torino dal 22 al 24 novembre la prima edizione di The Publishing Fair. Un evento – il primo in Italia di questo genere – dedicato esclusivamente ai professionisti della filiera editoriale. The Publishing Fair è stata ideata da Marzia Camarda e da Lorenzo Armando e patrocinata dal Parlamento Europeo, dall’Associazione italiana Editori, dalla Regione Piemonte e dal Comune, dall’Università e dal Politecnico di Torino. La fiera – che occuperà per tre giorni Palazzo Copernico Garibaldi (Corso Valdocco) con un fitto programma che prevede la partecipazione di 90 relatori italiani e stranieri e 75 incontri tematici – rappresenta un nuovo tassello nel sistema fieristico e dei saloni italiani. Certo incontri professionali, b2b, ecc. da tempo fanno parte integrante del palinsesto dei programmi delle manifestazioni fieristiche rivolte al grande pubblico (Più libri più liberi da 18 anni ne è un esempio), ma è la prima volta che viene pensata e realizzata una manifestazione fieristica esclusivamente pensata e dedicata al mondo professionale. Ne parliamo con Lorenzo Armando per farci spiegare meglio in cosa consiste questa nuova iniziativa fieristica.
 

«Ci siamo resi conto che c’è tutta una parte di professionisti dell’editoria che frequentano fiere e saloni del libro che sentivano il bisogno di avere spazi, occasioni, tempi maggiori per fare ragionamenti comuni sulla parte più strettamente imprenditoriale del nostro settore. Andando al di là dell’equazione “fiera professionale” uguale a “fiera in cui si trattano diritti”.  Gli spunti che nascevano in molte di queste occasioni – da Più libri più liberi, al Salone di Torino, alle edizioni di Tempo di libri che avevano e hanno una loro area business, e una convegnistica professionale strutturata –  erano spesso di grande interesse. Poi mancava il tempo di approfondirli: non era quello il focus della fiera, era una parte che si aggiungeva al programma generale. Da qui l’idea di ideare e costruire un evento dove ci fossero spazi, tempi, una linea editoriale di convegnistica e presentazioni per affrontare le questioni dell’editoria come un settore imprenditoriale con sue specifiche esigenze e sue logiche industriali di ricerca di innovazione». 


C’è l’attenzione a settori industriali diversi da quelli tradizionali che troviamo nelle fiere e nei saloni…

Esatto. A quello che ho detto si è aggiunto questo elemento. Portare all’interno di  The Publishing fair anche quella parte del mondo dell’editoria che non è fiction, varia adulti e ragazzi. Mondi editoriali, imprenditoriali, professionali che finivano per essere sottratti alla discussione e al dibattito. O alla formazione. The Publishing fair – lo si vede molto bene dalla strutturazione del programma – è un evento che lavora per due dei tre giorni sul mondo educativo, su quello professionale, su quello universitario. Un evento che vuole coinvolgere altre realtà della filiera: quelle imprenditoriali e di servizio alle imprese, quelle della post-produzione ma anche della pre-produzione: il mondo dei service editoriali e dei free-lance, offrendo loro uno spazio in cui confrontarsi e ragionare. E naturalmente tutti i mondi che mettiamo sotto il cappello di «innovazione tecnologica». Crediamo nella necessità di fare formazione anche in questa direzione. Momenti di alta formazione, non di formazione d’ingresso. Occasioni – seminari, incontri, workshop – per coloro che lavorano in quei settori e vogliono avere un «upgrade» nelle proprie competenze.
 

C’è già anche una dimensione internazionale nella manifestazione.

Anche perché alcuni di questi mondi editoriali e industriali ne sono già fortemente attraversati. La loro prospettiva non può essere limitata all’Italia. Un’esigenza che tutti condividiamo è che l’editoria italiana ha bisogno di alzare il suo sguardo per vedere cosa succede in altri mercati e in altri settori. Dimensioni che sono sempre più spesso intrecciati tra loro. Abbiamo coinvolto persone che vengono da case editrici straniere e che riconosciamo come eccellenze e punti di riferimento per i rispettivi settori. Si sta delineando il progetto di creare una rete di eventi più o meno simili che sappiamo svolgersi in Europa. Quando si affrontano tematiche legate al digitale, all’innovazione ha sempre meno senso limitarsi a quello che succede da noi. Pensiamo che possa nascere un coordinamento a livello europeo tra questo tipo di manifestazioni, così come fa Aldus con le fiere «grande pubblico» e «diritti». Siamo all’inizio di un percorso:  far dialogare il mondo dell’editoria con altri mondi – italiani e internazionali – che hanno cose da insegnarci ma anche da imparare e conoscere da noi. Quando si alza lo sguardo verso l’alta formazione universitaria scopri che ci sono aspetti che già oggi potrebbero esserci utili per immaginare miglioramenti nei nostri processi di produzione e distribuzione. Soprattutto per le piccole medie imprese che hanno le criticità maggiori. Dobbiamo saper porre ai nostri interlocutori «tecnologici» le domande giuste su temi come intelligenza artificiale, blockchain, big data, pubblicazione evoluta sul web per aiutarci a immaginare cosa potrà essere il mercato editoriale di domani.
 

Come The Publishing fair potrà mettersi in relazione con il sistema fieristico del settore?

Come è prematuro dirlo, ad apertura ancora a venire della prima edizione. Ci piace però immaginare la manifestazione integrata in una rete di offerta per la filiera editoriale italiana. Significa capire come connetterci con altri eventi già esistenti perché cresca come una fiera che va a integrarsi con logiche di rete ad altri eventi; che aiuti a lavorare in maniera sempre meno settoriale e sempre più come sistema. Cosa che ci diciamo spesso ma poi ci dimentichiamo altrettanto rapidamente di fare.

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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