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Fiere e saloni

Salone della cultura. Tra laboratori e tesori di carta

di Alessandra Rotondo notizia del 23 gennaio 2018

Attenzione, controllare i dati.

Si è conclusa questa domenica a Milano, nella cornice di Superstudio più in via Tortona, la seconda edizione del Salone della cultura. La manifestazione, che dura due giorni, fa capo a Salone della cultura srl, è organizzata da Luni – casa editrice milanese specializzata in saggistica – e può contare sulla collaborazione di Maremagnum.com, il più importante sito italiano di libri antichi, usati e fuori catalogo. «Il Salone della cultura nasce da un’idea un po’ strampalata» racconta Matteo Luteriani, che ne cura l’organizzazione generale. «Unire dei mondi che non parlano tra loro pur vivendo uno accanto all’altro: quello del libro nuovo, del libro usato, dell’antiquariato, dell’arte grafica e del “fare” il libro».

 
Soli due anni di vita e già un grande seguito.

L’anno scorso abbiamo avuto più di 35 mila visitatori. Quest’anno le presenze sono leggermente calate pur mantenendosi importantissime: 12 mila quelle del sabato, attorno alle 28 mila quelle totali (dati ancora in elaborazione). Una lieve flessione che si spiega facilmente: l’edizione 2017 era a ingresso libero, quest’anno c’era un biglietto da pagare. Senza contare gli oltre 300 giornalisti accreditati nelle due giornate e le più di 200 realtà espositrici.

L’introduzione dell’ingresso pagante ha scremato il pubblico interessato senza intaccarlo. Una dinamica che ha migliorato le performance di vendita: quelle di un noto libraio milanese, per esempio, sappiamo essere cresciute del 15% rispetto all’edizione 2017 a fronte di un calo del numero di libri venduti. Segno che a crescere è stato il prezzo «di copertina» del libro acquistato: chi è venuto ha comprato libri più importanti e di qualità.

In più, il Salone coinvolge operativamente una struttura di 270 persone, con un impatto sociale notevole sulla cittadinanza. Già l’anno scorso abbiamo adottato l’Alternanza scuola lavoro accogliendo 3 istituti (la scuola professionale Galdus di Milano, l’istituto Enriques  di Lissone e il liceo artistico Preziosine di Monza). Nei mesi che precedono il Salone mi sono occupato personalmente della formazione degli studenti attraverso molti incontri.

In soli due anni è diventata la quarta manifestazione fieristica del libro più frequentata d’Italia e tra le prime al mondo per usato e antiquariato considerati assieme. Non un caso che quasi la metà dei soci Alai (Associazione librai antiquari d’Italia) vi esponga.
 


La manifestazione attira un pubblico diverso rispetto a quello degli altri eventi del settore editoriale?

Solitamente nelle fiere del libro, che frequento ormai da 25 anni come Luni Editrice, l’usato non esiste. Se è presente l’antiquariato, è marginalizzato. Confinato in una piccola area dello spazio espositivo, non ha modo per mostrarsi al meglio e per vendere, pur presentando assortimenti qualitativamente importanti.

L’obiettivo cui puntavo quando ho cominciato a immaginare il Salone della cultura era realizzare una manifestazione che fosse redditizia per gli espositori, rivolgendosi sia ai lettori sia ai collezionisti e consentendo loro di trovare tanto novità editoriali quanto titoli  esauriti o rari, di andare alla ricerca di veri e propri tesori di carta. E credo che includere il libro antico abbia ampliato l’offerta, dando la possibilità alle persone di vedere 6 secoli di libri.
 
C’è questo vecchio vezzo che vuole l’editore concentrato sulla dimensione culturale, a scapito di quella imprenditoriale ed economica della sua attività. Io credo che l’editoria sia un’industria e che le manifestazioni fieristiche che le ruotano attorno debbano sostenere e potenziare quest’aspetto. La Nutella copre il 50% del fatturato della Ferrero. Ciò che rende meraviglioso e terribile il nostro mestiere è che in ogni istante del nostro percorso professionale dobbiamo inventarci un prodotto come la Nutella per resistere sul mercato. Una fatica immensa ma molto soddisfacente.
 

Libri nuovi, libri usati, libri antichi. E poi?

Per completare le nostre proposte, nel mix del Salone della cultura ho voluto inserire un altro elemento: quello della programmazione laboratoriale. Dai libri pop up alla recitazione, dalla stampa ai gioielli di carta fino alle tecniche di lavorazione della carta. E le mostre: quella di Ghitta Carrell a cura della Fondazione 3M – che l’anno scorso ha portato al Salone Elio Luxardo –, quella di Emilio Isgrò con l’esposizione di diverse opere, compresa l’ultima realizzata, la mostra sulla storia del ciclismo (anche lo sport è cultura) realizzata dal Museo Madonna del Ghisallo, con la bici originale di Fausto Coppi  e di Fiorenzo Magni il «leone delle Fiandre» o quella a cura della Fondazione Rizzoli, con i bozzetti di stampa originali delle pubblicità degli anni Ottanta. Senza dimenticare l’iniziativa Stampa il tuo libro gratis, nata da una partnership tra il Salone della cultura, Xerox e Mediagraf.

Oggi non credo più molto nell’efficacia delle conferenze. Una volta era tra le poche possibilità di vetrina  per un editore, che oggi comunica invece in moltissimi modi, molto più immediati, diretti e redditizi in termini di presenza e immagine. La comunicazione è sempre più tailor made per il proprio pubblico e lettore, per questa ragione ho preferito virare su workshop ed esposizioni di pregio: eventi capaci di attirare un pubblico «giusto» anche da un punto di vista numerico. Non gonfiato, ma assolutamente interessato al libro e orientato all’acquisto.
 


Il segreto del successo?

Apprendere costantemente e scontrarsi con il vero mercato: questi due dei miei punti fermi. Il Salone della Cultura, lo dice il nome stesso, è aperto a tutti i mondi che abbiamo unito. La nostra è una proposta culturale vera, efficace, libera, autonoma, oserei dire un «nuovo manifesto» che si differenzia non solo dai classici saloni del libri che tutti conosciamo e con i quali non percepisco nessun antagonismo, ma anche, per idee e proposte, da quelli internazionali.

Abbiamo una presenza di giovani elevatissima, che vengono per «mangiare» le nostre proposte. Il nostro più grande successo è che le persone sono felici, ci ringraziano, ci chiedono «perché non lo fate due volte l’anno» o «perché non lo portate anche a Roma».

Nel 1992, quando ho fondato la mia casa editrice, sono stato al Salon du livre di Parigi per imparare dai francesi. Allo stand di Gallimard, quell’anno, vendevano dei fondi di magazzino della NRF. Io, da sempre collezionista, ho preso diversi libri.  Avvicinandomi al bancone per pagare, scorgo la sagoma di un uomo di spalle, con le bretelle all’inglese e le maniche rimboccate. Era Antoine Gallimard che serviva al banco dei fuori catalogo della sua casa editrice. Questa immagine mi ha illuminato indicandomi il percorso, mi ha fatto comprendere che anch’io avrei dovuto lavorare in prima linea. Credo che questa consapevolezza, maturata e applicata negli anni, sia alla base del successo del Salone della cultura.

L'autore: Alessandra Rotondo

Editor presso la redazione del Giornale della libreria. Mi sono laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, poi ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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