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Fiere e saloni

Internazionali fin da subito

di Giovanni Peresson notizia del 4 marzo 2019

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Addentrandoci ancora in questo viaggio alla scoperta della storia del nostro Giornale e della nostra Associazione – intrapreso prendendo a pretesto la celebrazione dei suoi primi 150 anni di vita – abbiamo scoperto che una delle attività perseguite fin dalla nascita da parte di quella che poi diventerà l’Associazione Italiana Editori, è stata la partecipazione a fiere del libro e dell’«arte tipografica». Fiere nazionali ma anche internazionali. E pure la partecipazione a congressi internazionali come quello «che si tenne a Londra nei giorni 7,8 e 9 del corrente mese [giugno 1899]».




Un esempio interessante è quello della partecipazione all’Esposizione universale di Parigi del 1900. «All’uopo» venne costituita una Commissione Reale «incaricata delle domande di amissione» per i vari settori dell’industria e dell’agricoltura del Regno d’Italia, che entrava nel suo terzo decennio di vita e voleva mostrare alle altre nazioni europee i progressi avvenuti «in tutti i campi delle industrie, delle operose attività dell’ingegno del Paese».

Tra questi settori, la Reale Commissione aveva previsto una Sezione Arti Grafiche e Affini. Una sezione di «mq 600 e m 350 di parete»: non piccola dunque! Anche se l’Associazione ne lamentava «la ristrettezza dello spazio» rispetto alle esigenze di presentare «più compiutamente possibile» le «poliformi attività, e lo sviluppo che dette attività hanno assunto nelle più diverse città», tanto «nella qualità tipografica che nella cura della realizzazione delle stampe».




Ovviamente – in più notizie che comparivano sul «Giornale della libreria» del 1899 sull’avanzamento e l’«approntamento», e poi nella realizzazione dello stand – non potevano mancare i solleciti a editori, tipografi-editori, librerie-tipografiche, le «esortazione» («per evitare la possibilità di essere esclusi») a «quegli espositori che possono facilmente collocare i loro lavori nella Vetrina Unica [con tanto di immagine a corredo]» e «di approfittarne» dietro il versamento ratealizzato per l’acquisto dello spazio: «L. 125 per vetrina» (ma «il noleggio dei vetri e le altre piccole spese inerenti saranno conteggiate a parte»).

Oppure il «rinnovo della preghiera a tutti coloro che non ci hanno mandata la copia di ammissione alla Esposizione di favorircela il più presto possibile». «Crediamo anche utile avvisarvi che la data dell’apertura della Mostra venne fissata al 1° maggio 1900, e che per conseguenza, vetrine e prodotti dovranno essere a Parigi nel mese di Marzo; la spedizione dall’Italia si effettuerà, quindi a fine Febbraio o principio di Marzo».




C’era, naturalmente, anche la possibilità per gli editori di partecipare con vetrine personali. E a tal scopo si «prega[va]no i singoli espositori a voler spedire […] un disegno indicante la forma e le dimensioni precise della vetrina, tavolo, banco od altro apparecchio, del quale intendono valersi per la esposizione dei loro prodotti, e ciò nella scala da 1 a 20».

Già. Ma come andò? Così lo racconta un articolo del «Giornale della libreria» del 6 maggio 1900: «A dir la verità, la nostra Sezione [Scienze, Lettere ed Arti], dal punto di vista estetico, presenta un aspetto più bizzarro che appagante l’occhio, giacché, all’infuori della vetrina unica, che fa bella mostra di sé, la grande varietà delle vetrine, di tutte le dimensioni e forme, dà al locale un’aria di magazzino di mobili usati, che non hanno, bisogna riconoscerlo, le vicine Sezioni francese, svizzera, ungherese e belga, dove gli espositori si sono intesi ed associati per far costruire reparti uniformi, secondo uno stile architettonico e con uniformità di decorazione, dando così l’aspetto non di un bazar di mobili, ma di tanti musei industriali o grandi e sontuosi negozi, dove i prodotti sono esposti in modo razionale e piacevole. Se nel secolo ventesimo si faranno esposizioni, se le arti grafiche vi concorreranno ancora, questo modo di esporre, questi consorzi dei singoli espositori si imporranno come la forma più razionale e attuabile».

Insomma – al di là delle riflessioni tutte odierne sulla «forma fiera» e la forma stand – la storia dell’editoria italiana era già scritta fin da allora.


L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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