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Editori

«Un approccio da start up con un prodotto antico». Intervista a Lorenzo Calia di Uppa

di Andrea Collivignarelli notizia del 9 dicembre 2019

Attenzione, controllare i dati.

Per Uppa l’edizione 2019 di Più libri più liberi è stata la prima da espositore. Il comparto libri di questa casa editrice specializzata nei temi dell’infanzia e dell’accudimento del bambino ha inizio appena un anno fa, ma la sua storia ha più di quindici anni: il magazine Uppa è una rivista bimestrale nata all’interno di un gruppo di lavoro di pediatri e oggi distribuita negli ambulatori del Servizio Sanitario Nazionale. Negli anni si sono poi aggiunti i contenuti sul sito Internet, la gestione dei social – la loro pagina Facebook conta oltre 250 mila like -, «ma il grande salto è stato quando abbiamo realizzato gli ultimi prodotti: l’inserto per bambini, Upplà, e i libri», ci dice Lorenzo Calia, Ceo di Uppa. Che in fiera ha parlato di come la sua casa editrice abbia venduto 15 mila libri nel primo anno di attività, con appena una decina di titoli a catalogo.


Uno dei punti di forza di Uppa è sicuramente la serietà e l’affidabilità dei contenuti, garantite da un team di professionisti della medicina e dell’educazione e dall’adesione a standard di informazione medica.

Certo, con una specifica: il nostro punto di forza è che il team è multidisciplinare, sia sul piano del contenuto – i nostri autori vengono dalla psicologia, dalla pediatria, dalla pedagogia, dal mondo della scuola –, sia sul piano editoriale e delle competenze tecniche, da chi sviluppa il sito, a chi si occupa della grafica o dell’illustrazione. Il team di Uppa è multidisciplinare a tutto tondo. 
Tutti i contenuti della rivista sono sottoposti a peer review, proprio come in una pubblicazione scientifica: un comitato scientifico revisiona gli articoli e si assicura che l’informazione sia il più possibile adeguata, corretta e comprensibile, anche per un pubblico generico.

Lo staff di Uppa in trasferta a New York


Community e comunicazione; sono queste le altre parole chiave del successo di Uppa?

Oltre al capitale di fiducia accumulato in 15 anni, abbiamo trovato un modo peculiare per rivolgerci al pubblico: la comunicazione è fatta dalle stesse persone che si occupano di tutto il resto, e che sanno quindi quali sono gli argomenti più richiesti e come proporli in maniera efficace. Un tema si può affrontare sotto mille chiavi di lettura, ma non tutte hanno la stessa efficacia comunicativa.


Il flusso consistente di utenti sui vostri canali digitali vi permette di ricavare delle impressioni sulle tendenze del vostro pubblico; pubblico già, tra l’altro, segmentato.

Abbiamo una visione d’insieme, accurata, di quali sono gli argomenti, le esigenze, i bisogni del nostro pubblico. Se notiamo che una problematica ha molta risonanza, significa che vale la pena approfondirla, o addirittura farci un libro. Teniamo l’orecchio teso verso il nostro pubblico, attraverso i canali digitali: analizziamo ciò che succede sul nostro sito, vediamo le persone come ci arrivano, che cosa cercano, con che terminologie.


Non vendete su Amazon, non siete distribuiti in libreria, e gestite internamente tutta la distribuzione (anche se, per ora, avete dieci titoli). Come fate?

Abbiamo un sistema altamente automatizzato per gestire la distribuzione; l’e-commerce è ultra ottimizzato per vendere il prodotto libro, è gestito in automatico e, grazie a dei flussi di lavoro ottimizzati negli anni, il libro viene consegnato in uno o due giorni, con spedizione gratuita. Con questo metodo, non abbiamo neanche il problema delle rese.


Quali sono state le problematiche che avete incontrato inaugurando l’area libri?

Essendo fuori dai canali standard – nessuno entra in libreria e vede il nostro libro – i nostri clienti ce li dobbiamo andare a cercare, al contrario di molti altri editori, che di solito non hanno rapporti diretti con il lettore, ma ne hanno molti di più con distributori e librerie.
E dato che il nostro è un sistema non convenzionale, ci siamo dovuti inventare modalità e procedure nuove; è stato difficile trovare consulenti e fornitori che riuscissero a supportarci, lavorando con rapidità e qualità, ad esempio nello sviluppo del sito e dell’interfaccia tecnologica che, alla fine, abbiamo deciso di gestire internamente; certo, per farlo abbiamo dovuto accumulare un know how tecnologico di qualità.


Mi hai detto che a Uppa avete «un approccio da start up con un prodotto antico»; potrebbe essere questo il segreto per vendere 15 mila libri in un anno?

In breve, il fatto che una cosa sia sempre stata fatta in un modo non è un buon motivo per continuare a farla in quel modo. Ci sono ottime tecnologie che funzionano da secoli, come i libri; ma esistono anche altre tecnologie e procedure, che comunque non è detto siano la soluzione che si sta cercando. Bisogna ogni volta mettere in dubbio ciò che si sta facendo, e chiedersi «è questo il metodo più efficiente per fare questa cosa?», tenendo d’occhio l’obiettivo a cui si mira.
Un altro punto importante è misurare il risultato delle proprie azioni. Se investo delle risorse nel marketing, nello sviluppo di un prodotto o nel miglioramento di un processo, mi devo chiedere se l’investimento sta funzionando, attraverso l’analisi di dati oggettivi. È questo l’approccio da start up, in cui si cerca di misurare e non si ha paura di fallire: si prova qualcosa e, se non funziona, la si lascia andare, senza innamorarsene. Non bisogna affezionarsi troppo alle proprie idee, ma ai propri obiettivi.

Lucio Piermarini di Uppa incontra i genitori alla Triennale di Milano



Immagino farete anche una valutazione su Più libri più liberi; che cosa vi aspettate, che cosa vorreste, a quale risultato guardate?

Partecipiamo a Più libri più liberi per farci conoscere anche dai nostri colleghi editori, per capire meglio le differenze fra noi e loro e che cosa possiamo imparare a vicenda, e per fare rete. Ovviamente possiamo incontrare i nostri lettori, ma, più che per vendergli i nostri libri, per stabilire un contatto, una relazione, per consolidare ancora di più il senso di community. I nostri lettori scelgono di leggerci perché siamo proprio noi a scrivere; l’accudimento del bambino è una tecnologia ancora più vecchia del libro, su cui non ci siamo inventati nulla, ma abbiamo il nostro approccio per parlarne e una comunità di persone che si fida di noi.


Parlando di libri, come va la narrativa? Rispetto all’informazione e alla saggistica, da cui prendete le mosse, è un bel salto.

Abbiamo la lettura per l’infanzia nel nostro DNA: siamo nati dallo stesso substrato di Nati per leggere e sosteniamo la promozione della lettura, da quella ad alta voce in poi.
Stiamo sperimentando la letteratura per bambini, attraverso il nostro brand Cacomela; sono pochi titoli – stiamo muovendo i primi passi – ma, come qualunque altro prodotto editoriale, devono essere di qualità. Prevediamo di sviluppare molto di più il brand, in futuro; non abbiamo ancora molta esperienza, ma facciamo molta formazione interna, partecipiamo alle fiere, studiamo cosa succede nel settore.
E cerchiamo di avere una nostra chiave innovativa quando facciamo un libro per bambini: vorremmo veicolare sempre un messaggio educativo, in linea con il resto della nostra proposta, affrontando temi che vanno dalla valorizzazione della diversità all’importanza di rallentare per osservare ciò che ci circonda.

L'autore: Andrea Collivignarelli

Dopo essermi laureato in Lettere all’Università degli Studi di Milano, ho intrapreso il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e AIE. Oggi collaboro presso la redazione del Giornale della Libreria e l’Ufficio studi di AIE, dove approfondisco il mio interesse per il mondo dei libri e della cultura, soprattutto nei suoi aspetti sociologici e di mercato.

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