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Mercato

C’erano una volta i collaterali

di Giovanni Peresson notizia del 12 luglio 2016

Attenzione, controllare i dati.

C’erano una volta i collaterali ricorderanno i nostri affezionati lettori.

Rimpiangendo i bei tempi il cui il valore di questa nuova forma di valorizzazione del contenuto editoriale – tra il 2001 e il 2005 – passò dai 25,5 milioni di euro del 2001 a 220 dell’anno immediatamente successivo, fino a toccare i 537,5 nel 2005. E quindi iniziare una rapida ma inesorabile caduta.

Rimpiangendo i 44,2 milioni di copie vendute in edicola nel 2002, che diventavano 62,1 nel 2003, 76,5 nel 2004 e 80,2 nel 2015. A un +4,3% di copie vendute nei canali trade corrispondeva un +81,4% di copie vendute in edicola! Senza che le une cannibalizzassero le altre, come diverse indagini successive misero bene in evidenza.
Bei tempi, indubbiamente, anche per gli editori di giornali quando una porzione compresa tra il 10% e il 13% dei loro ricavi derivava da questa attività. Bei tempi anche per gli editori, che vendevano le royalties di romanzi, enciclopedie, opere di reference le più diverse ai loro colleghi della carta stampata.

Oggi, diciamo tra 2015 e 2016 (il fenomeno non era mai del tutto scomparso ma valeva 40-50 milioni di euro; Fonte Fieg), da fenomeno marginale è tornato ad assumere una sua dimensione editoriale, anche se non ancora di mercato, che sembra di un certo interesse.

Cominciamo da quest’ultimo. Nonostante la continua flessione nella diffusione delle copie in edicola (in particolare, i quotidiani di informazione generale con diffusione superiore alle 70 mila copie nel 2015 hanno segnato un -10,1%; Fonte: dati ADS gennaio-dicembre 2015) che costituiscono il principale traino all’acquisto, RCS Media Group nel suo bilancio 2015 indica che i ricavi editoriali da collaterali sono stati pari a 74,4 milioni (+6,1% sul 2014); il Gruppo Editoriale L’Espresso di 27 milioni (-10,0%); il Sole 24 ore, a sua volta, segnala come «i ricavi dalla vendita di collaterali sono in calo complessivamente di 7,1 milioni di euro (-24,3%) rispetto al 2014 per effetto della contrazione di mercato e per la scelta strategica di ridurre il portafoglio dei prodotti cartacei».
Eppure nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assistito a numerose iniziative uscite in edicola. Con alcune caratteristiche editoriali: sostanziale l’abbandono del romanzo quando non è di genere (giallo, il noire) o legato a nomi di rilevo (da Sciascia a James Patterson); la proposta del graphic novel su nomi storici (Andrea Pazienza ma anche «Linus»); la proposta di titoli di manualistica (viaggi, giardinaggio, self-help, la sempiterna cucina) ma anche titoli legati a particolari necessità del lettore (la dichiarazione dei redditi) o titoli one-shot (i Panama papers), libri per bambini (la storica collana dei Piccoli brividi ma anche Geronimo Stilton), la guerra (napoleonica, il primo conflitto mondiale, la guerra civile americana).
Da un lato, dunque, un mercato che non sembra mostrare particolari segnali di crescita, dall’altra una serie di proposte che fanno della scelta editoriale (talvolta non proprio scontata) il loro principale elemento di richiamo.



L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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