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Librerie

Quando le librerie cambiano volto

di Giovanni Peresson notizia del 6 dicembre 2017

Attenzione, controllare i dati.

Sulla trasformazione delle librerie molto abbiamo scritto in questi anni, sia in approfondimenti usciti sul Giornale della libreria sia attraverso i dati forniti dall’annuale Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia, che bene ha saputo fotografare i cambiamenti che hanno investito negozi e territorio in questi anni.
 
Se nel 2010 si contavano 1.115 librerie in Italia nel 2016 se ne contano 811, ben il 27% in meno (considerando che né l’Associazione librai italiani né Confcommercio ha dati più puntuali di quelli che presentiamo; dati che vanno presi con le dovute cautele per la difficoltà di definire in modo netto i «punti vendita trattanti»: cartolibrerie, cartolerie e appunto librerie).
 
Una cosa è chiara: in soli sei anni è diminuito in modo preoccupante il numero di librerie nel nostro Paese, una tendenza negativa che si spera possa essere invertita in parte dalle misure messe in campo dall’attuale governo.
 
Da un altro punto di vista, però, questo dato negativo – non molto diverso da quello che è avvenuto in altri ambiti del commercio – oscura il fatto che in questi ultimi anni in realtà è avvenuto un profondo ricambio generazionale e soprattutto di approccio nell’apertura e nella gestione delle librerie. Spesso da persone (libraie donne soprattutto) capaci di pensare in modo diverso alle librerie, anche senza passare dai tradizionali punti di formazione alla professione.
 
Le librerie nuove che sono state aperte sono molto diverse come negozio dalle librerie tradizionali a cui siamo abituati. Un segnale importante che va colto, perché «oggi per una libreria avere capacità innovativa significa aumentare la possibilità di vendere e, quindi, di sopravvivere», come ha sottolineato Lorenzo Armando durante l’incontro professionale Le librerie che cambiano volto che si è svolto a Più libri più liberi.
 
Perché le librerie che hanno chiuso lo hanno fatto per ragioni diverse: contrazione del mercato, spostamento di una parte degli acquisti verso l’e-commerce, cambiamento del mercato immobiliare e del regime degli affitti, cambi generazionali.
 
E, personalmente, non credo che la strada maestra sia semplicemente occupare gli spazi geografici residuali del territorio italiano. Certo, ci sono comuni privi di libreria, ma forse il bacino d’utenza non è in grado di reggere economicamente l’apertura di un nuovo esercizio commerciale e forse neppure di una biblioteca o di un «punto di prestito». Bisogna poi pensare a nuovi modelli di libreria capaci di tenere assieme la dimensione imprenditoriale dell’attività con il fatto che nei comuni e nelle zone in cui ci sono meno lettori sono poi quelli con un minor numero di punti di accesso alla lettura che non sia il sito di e-commerce.
 
Ha più senso l’apertura di una libreria quando parte come riqualificazione territoriale di un territorio, come la libreria La scugnizzeria nata a Scampia a Napoli, quartiere difficile ma anche il più giovane d’Europa e allora importante se si vuole formare una nuova generazione di lettori.
 
E non credo neppure che sia il futuro della libreria indipendente sia rappresentato dal franchising, che forse può essere la ciambella di salvataggio per quelle che erano (o sono) in difficoltà.  Non mi sembra –ma anche qui servirebbero dei dati – che le nuove aperture degli ultimi anni siano all’insegna del franchising. Piuttosto nascono sotto quella della «passione». Con tutti i pericoli che la «passione» può generare annebbiando l’attenzione a una corretta visione dei propri conti economici, ma senz’altro indicando vie nuove e inedite da cui poter ripartire e anche per poter ripensare alla libreria e a ciò che sa offrire.

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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