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Librerie

La scuola per librai UEM compie 30 anni: l'intervista ad Achille Mauri

di Redazione notizia del 8 gennaio 2013

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Quest’anno ricorre il trentennale della Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri il cui Seminario di perfezionamento si svolgerà a partire dal 20 gennaio prossimo a Venezia. Trent’anni di attività che hanno visto mutare non solo il mondo editoriale, le modalità di lettura e il lavoro del libraio, ma anche il concetto di libreria stessa.
Riportiamo, in esclusiva, alcune delle considerazioni espresse da Achille Mauri in un’intervista rilasciataci per il numero di gennaio del «Giornale della Libreria» consultabile qui.
«Il punto da cui iniziare guardare non è quello del libro o delle librerie ma è il tempo delle persone. Smartphone, tablet, telefonini, notebook, con i loro più o meno brevi messaggi, portano via agli individui miliardi di pagine di libri. Basta salire su un Milano-Roma e si vedono tutte queste persone, con il loro giornale, il libro posato sul tavolinetto, il computer o l’iPad acceso, e il telefonino. In quel momento si consumano e svaniscono nel mondo 10-20 miliardi di pagine. Pagine di libri che non si leggeranno mai più perché il tempo per leggere è svanito, assorbito in altre letture e in altre relazioni. Il cellulare modifica perfino i nostri rapporti e i nostri tempi dentro casa. Ora l’orario di lavoro si è dilatato, ha invaso uno dei luoghi e dei tempi riservati alla lettura. Questo, ne sono convinto, è il punto da cui osservare i cambiamenti che abbiamo sotto i nostri occhi. Non è la concorrenza del digitale, perché quella per l’editoria – e anche per i librai – sarà una buona cosa. Pensiamo al ruolo che iniziano ad avere i blog letterari, i social network, il passaparola e le comunità di lettori collegate tra loro e con la libreria e l’editore attraverso la rete. Anzi la libreria dovrà fare ancora più uso di questi strumenti di quanto non faccia oggi». 

Questo scenario come si traduce in una didattica per la Scuola nei prossimi anni?
La Scuola avrà di fronte a sé, nei prossimi anni, un compito enorme. In questi trent’anni abbiamo cercato di fare due cose. La prima era capire noi stessi quali fossero i modelli di successo della libreria, in Italia e all’estero, imparando soprattutto da coloro che apparivano come concorrenti. La seconda cosa è stata cercare di insegnare un modello di sopravvivenza, di sviluppo e di ottimizzazione.
I risultati ci sono stati: basta seguire le carriere di molti dei nostri allievi per avere un’indicazione tangibile di questi percorsi. La Scuola ha svolto un compito straordinario in questi trent’anni educando alla sopravvivenza e allo sviluppo attraverso l’aggiornamento continuo: nel master di Venezia come nei corsi monografici di specializzazione a Milano. Ha svolto un ruolo importante anche dissuadendo: abbiamo anche dissuaso molti a impegnarsi in questo settore duro e difficile, che richiede sacrifici personali molto alti. 

Allora, quali strumenti il libraio dovrà mettere nel suo sacco per affrontare domani, o già oggi, i «miliardi di pagine» che svaniscono prima ancora di venir lette?
Brentano a New York, prima di entrare a far parte della controllata Waldenbooks di Borders, proponeva oltre a straordinari assortimenti di libri e un altrettanto straordinario personale di vendita, merceologie che spaziavano dal bricolage, alla fotografia, all’arte e alla grafica, o ai multipli artistici. Tutto quanto poteva contaminarsi con le pagine dei libri. Ma i tempi allora non erano maturi. Non lo erano perché ciascuna di quelle merceologie non aveva ancora una domanda così grande per affiancarsi in modo significativo al libro; e perché ognuna di esse era numericamente limitata in termini di proposte.
Quello che potrà succedere adesso, grazie anche a tutto ciò che è collegato all’informatica di consumo, allo smartphone, ai tablet ma non solo, è che le librerie torneranno ad essere «multilicenza». Oggi una libreria ha molti meno prodotti di quanti ne aveva nel secolo scorso. Non parlo ovviamente dei multistore, ma di quelle librerie che sono presidi culturali sul territorio. Nel 1923 nelle vecchie fotografie dei camioncini di Messaggerie vedevamo sì i libri, ma accanto a essi c’erano i mappamondi, le mappe e le carte geografiche Vallardi, lo scheletro umano per la lezione di anatomia, il microscopio. Poi i libri sono diventati una merceologia così importante che hanno pian piano occupato tutto il camioncino.

Ma il libraio medio italiano è pronto al cambio culturale che sta dietro all’ampliamento dell’assortimento della libreria che si arricchisce di nuove merceologie?
Perché il bookshop del Moma a New York – con i suoi libri ma anche con la sua «gadgetteria» sofisticata, colta, di qualità – è una delle migliori librerie del mondo? Perché alle spalle ha il Moma, cioè uno dei luoghi con una cultura della modernità più raffinata al mondo. Questo paragone non lo possiamo applicare anche alla libreria? Non pensano i librai che la loro cultura possa servire anche per ripensare in modo spregiudicato e nuovo al loro assortimento senza aver paura neanche dei gadget più innovativi e strani purché coerenti con l’idea di modernità della loro libreria? Perché il libraio non può pensare di vendere un e-reader? Bisogna usare questi strumenti e con la maggior spregiudicatezza possibile. Chiudono le drogherie? Noi apriamo le drogherie nelle librerie. Sostituiremo quello che non c’è più. Reinventare ciò che manca, ecco la nostra missione. Presidiare ciò che manca, avendo nella gerla, come i vecchi pontremolesi, il libro che è la nostra passione. Un conto è presidiare il territorio, un conto è soffrire. La libreria deve cercare di non soffrire, e per non soffrire deve farsi portatrice di futuro.


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