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Lettura

Per un'antropologia della lettura

di Giovanni Peresson notizia del 10 maggio 2016

Attenzione, controllare i dati.

I numeri non rappresentano più le trasformazioni che sta subendo la lettura in questi anni. Dicono sempre meno come stanno cambiando i modi, i tempi, i luoghi e i supporti su cui si legge. Perché i cambiamenti sono molto più rapidi di un tempo e perché sono soprattutto le dimensioni qualitative del leggere a mutare. E a diventare rilevanti per autori, editori e librai. Dimensioni qualitative del leggere che aiutano a pensare a storie, a prodotti editoriali: quando si vede un bambino che cerca di attivare sulle pagine di un libro le icone contenute nell’illustrazione come se fosse un’app, ci troviamo di fronte a un’informazione ben più ricca sull’evoluzione della lettura di quella che i dati possono fornire.
Alle statistiche sulla lettura (sulle letture, al plurale) si deve affiancare un’antropologia della lettura. Un’antropologia fatta sul campo, che si fa osservatorio dei cambiamenti dei modi di leggere, e delle forme stesse del supporto (dal libro al device) attraverso cui il lettore entra nelle storie o nell’informazione. Un’antropologia fatta anche di reportage fotografici che documentano, oggi, la «lettura praticata»: i luoghi, i comportamenti, i tic, le posture. Il modo stesso di vedere la lettura da parte di chi oggi la fotografa.

Questa era l’idea di partenza dell’Associazione Italiana Editori e del «Giornale della libreria». Un’idea che si è tradotta – grazie all’aiuto dell’Istituto Italiano di Fotografia di Milano – in una serie di scatti (alcuni dei quali corredano questo articolo), prodotti da 11 giovani fotografi allievi dell'Istituo, che raccontano quella lettura che i dati non sanno descrivere.
La sfida era fotografare la lettura, in anni in cui la lettura stessa sta mutando nei luoghi, nei tempi dedicati, nei supporti che la rendono possibile. Darle un’immagine e interpretare il suo cambiamento. Quando ciò che si può fotografare e rappresentare è semplicemente una persona con un libro (o un device) in mano. Perché, appunto, della lettura si può solo rappresentare l’azione del leggere, il luogo in cui si legge, l’oggetto su cui si sta leggendo. Non ciò che il leggere produce nell’immaginario del lettore.
Le immagini prodotte mostrano come questi giovani fotografi vedono la lettura, i luoghi del leggere, il libro stesso. Rivelano che cosa può essere per il fratellino minore di chi ha pensato e scattato la fotografia, un libro di carta: il prolungamento del joystick della console. Che poi la cosa possa realizzarsi o meno, poco importa: il fatto è che il lettore se lo aspetta.

Mancano completamente le biblioteche o le librerie nell’inquadrare e contestualizzare il leggere. E questo perché la biblioteca è stata sostituita da Google? Da Wikipedia? Dallo store on line che è diventato il riferimento privilegiato per gli acquisti? Quello che conta – nella messa in scena della rappresentazione – è la loro assenza.Ma vediamo anche ciò che continua a non mutare: l’individualità della lettura, sia che avvenga sulle pagine di un libro o sullo schermo di un tablet o di un e-reader, in cui ci si riflette come ci si riflette in un romanzo che racconta la storie di un personaggio in cui ci identifichiamo. La solitudine del lettore in un parco notturno, in una sala cinematografica, in una casa, con immagini che sembrano quasi rubate, con l’obiettivo che si intrufola nell’intimità domestica di una lettura segreta.

La lettura, riempiendo spazi e tempi prima dedicati ad altro, diventa un’altra cosa. Si frammenta e smargina, si sporca con le infinite distrazioni, disturbata da rumori del traffico e dal chiacchiericcio dei vicini sulle vetture di una metropolitana in un’immagine mossa in cui smartphone e pagine di un libro si fronteggiano e si riflettono nei vetri di un vagone affollato.Questo è ciò che la lettura diventerà? O che è già diventata?È lo sdoppiarsi di ombre della persona immersa in una storia. O i personaggi che si manifestano come delle ombre del lettore perchè, come diceva Valentino Bompiani, «un uomo che legge ne vale due». O è il leggere visto – come in un selfie – dal punto di vista del libro.È il libro che magrittianamente contiene e duplica l’opposto del paesaggio reale (mare/monti) che il lettore ha spalancato di fronte a sé. È la lettura di una poesia riscritta a mano sulla saracinesca abbassata di un edificio industriale abbandonato.

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L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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