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Lettura

La lettura oltre quota 41

di Giovanni Peresson notizia del 26 marzo 2018

Attenzione, controllare i dati.

Il mercato cresce (+5,8%, Amazon compreso), la lettura di libri (esclusi e-book e audiolibri) è stabile. Dal 40,5% del 2016 sale al 41,0% del 2017 (mezzo punto in più di penetrazione nella popolazione 6+), con una crescita del +1,3%.
Sono questi i dati anticipati da Istat in occasione dell’incontro «No(d)i: leggere i dati, le abitudini di lettura degli italiani e il mercato del libro» che si è tenuto venerdì 23 a Bookpride 2018.Tutti i dati confermano quanto già sappiamo del mercato della lettura in Italia: leggono più le donne (47,1%) degli uomini (34,5%); nella fascia degli 11-14enni troviamo i livelli maggiori di lettura di libri (oltre il 55%); nel 2017 la crescita sembra esser stata guidata dai lettori deboli (+2,5%).

La domanda che in realtà dobbiamo porci sempre di più nel ragionare su questi dati è: «di quale lettura stiamo parlando»? Cosa si intende cioè oggi con l’espressione «leggere un libro»? È necessario domandarsi se la lettura (di soli libri) fatta nel tempo libero esaurisca la rappresentazione che abbiamo oggi della domanda di lettura proveniente dalla società, del suo declinarsi su formati editoriali (e non parliamo di quelli digitali) sempre più eccentrici rispetto alla tradizionale forma libro (tendenzialmente di narrativa più o meno letteraria, di saggistica più o meno di cultura). Se quel numero (41,0%) e quella domanda «ha letto almeno un libro non scolastico nei 12 mesi precedenti» esauriscano le nuove modalità di lettura, le nuove dimensioni autoriali che stanno emergendo (il riferimento agli autori youtuber è in qualche modo scontato).

L’impressione è che ci sia una parte non emersa anche rispetto alla lettura di libri, e che Istat stessa recupera poi in domande successive rispetto alla semplice richiesta se si è letto o meno un libro non scolastico nei 12 mesi precedenti. Dove il libro e la lettura coincidono con il romanzo, con la lettura fatta nel tempo libero, per piacere e non per necessità strumentali e pratiche. Possiamo anche essere (parzialmente) d’accordo che la crescita culturale di un Paese passa attraverso un certo tipo di libri e di letture a maggior intensità letteraria e culturale.
Ma nel non considerare la lettura di un manuale, di una guida di viaggio, di un libro di cucina, di un libro che mi aiuta ad affrontare problemi e questioni pratiche vedo piuttosto l’altro volto di un Paese di turisti che l’ultima cosa che (se mai) mette in valigia o nello zaino è la guida, un Paese con 60 milioni di animali che non compra libri su come allevarli, un Paese di cuochi e di esperti di cantine vitivinicole che si accontenta delle informazioni che trova sui siti web.
Avvicinare alla lettura un Paese, aumentare la frequenza con cui si legge non può passare sempre e solo attraverso la leva del «piacere» e del «tempo libero» (semplificando il concetto). Ma anche dalla necessità di letture funzionali alle soluzioni dei grandi o piccoli problemi di tutti i giorni che non possono trovare una risposta solo attraverso le pagine di Google interrogate su uno smartphone.
Per questo credo che oltre quel 41,0% di lettori (di libri), ce ne siano altri che già nel non percepirsi come lettori rendono più difficile – a chi i libri li pensa, li fa e li distribuisce – il lavoro quotidiano, venendo meno  la consapevolezza che leggere è anche disporre di uno strumento in più per risolvere i piccoli problemi della vita quotidiana.

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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